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L'età classica

La metodologia

Nella Archeologia, (la preistoria greca trattata nel Libro I) Tucidide, discutendo criticamente il testo di Omero e ridimensionando la grande epopea troiana, mostra la propria indipendenza di giudizio rispetto a valori tradizionalmente condivisi. Nei capitoli “programmatici” del primo libro (capp. 20-23), lo storico esplicita il suo metodo di ricerca, discutendo dell'indagine dei fatti e dei problemi posti dai discorsi.

L'indagine dei fatti e il problema dei “discorsi”

Riguardo il problema dell'indagine dei fatti (fatti che nelle Storie sono esposti, in parte, in base alla conoscenza diretta per “autopsia”, cioè “visione diretta”) Tucidide dichiara la necessità di un controllo rigoroso, dato che le notizie dei testimoni vengono tramandate attraverso il filtro (non sempre sicuro) della memoria e l'interpretazione (non sempre corretta), dettata dalle proprie simpatie ideologiche. Essenziale è pure la distinzione tra i pretesti (dal greco pròfasis, pretesto, occasione) addotti a giustificazione delle azioni e le effettive cause (dal greco aitìa, causa, ragione profonda) che le determinano, siano esse remote o immediate. Così, al di là degli incidenti e dei singoli casus belli, le ragioni autentiche della guerra peloponnesiaca sono correttamente individuate nella progressiva e fatale contrapposizione degli interessi (militari e politici) delle due potenze egemoni, Atene e Sparta.

Ancora più arduo è riportare la forma esatta dei “discorsi” pronunciati nelle diverse circostanze, per i quali Tucidide afferma di essersi attenuto al senso complessivo degli argomenti effettivamente trattati dai diversi uomini politici, secondo la logica interna degli eventi.

I rapporti con la storiografia precedente

Consapevole del rigore della propria analisi e della conseguente severità della propria scrittura, Tucidide prende le distanze dalla storiografia precedente, dichiarando che suo scopo non è di dilettare il lettore, ma di fornire “un possesso per sempre” (ktèma ès aeí): un contributo, cioè, per chi intende fondare sulla conoscenza del passato un orientamento d'azione per il futuro. È evidente l'implicito allontanamento da Erodoto, di cui ripudia l'amore per il racconto e il gusto per la coloritura fantasiosa. Lontanissimo dallo storico di Alicarnasso, Tucidide si mostra anche nella concezione complessiva dell'agire umano, che è rappresentato come indipendente da ogni elemento metafisico, e spiegato solo entro una trama di leggi e forze immanenti. A questa visione laica hanno contribuito in misura essenziale la lezione della sofistica e l'influsso delle scienze (specialmente della medicina).

L'eco della sofistica è chiaramente ravvisabile nella frequente presenza, in guisa di commento e riflessione dialettica sui fatti esposti, dei cosiddetti discorsi contrapposti (i dissòi lógoi), cioè coppie di orazioni ciascuna delle quali argomenta una determinata tesi.

Per provare la contiguità con il mondo della medicina del tempo, basta ricordare la famosa pagina con la descrizione della peste di Atene, con l'enunciazione dei sintomi della malattia, colti con l'implacabile e fredda obiettività dello scienziato (il testo fu ripreso puntualmente e trasposto in poesia da Lucrezio nel De rerum natura).

Lo stile

Tucidide è uno dei più grandi prosatori della letteratura greca. Il suo periodo privilegia la contrapposizione per antitesi; il suo linguaggio ama l'astrazione e la variazione del costrutto sintattico. La densità pregnante della visione e dell'analisi trova il suo naturale corrispettivo nell'espressione tesa e concentrata, che rende sovente difficile (come ebbero a riconoscere già gli antichi) la lettura della sua opera.

Riepilogando

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