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Casa Museo Boschi-Di Stefano


Il patrimonio artistico pubblico si arricchisce di un intero museo, a Milano: è la Casa Museo Boschi-Di Stefano, dedicata all'arte moderna. Vi sono esposte opere dei maggiori artisti italiani del secolo scorso, raccolte nel corso della vita dai coniugi Antonio Boschi e Marieda Di Stefano, che le hanno infine donate al Comune di Milano.

VIAGGIO VIRTUALE NELLA CASA-MUSEO

Univoche sono le testimonianze di chi ha avuto la fortuna di frequentare l'appartamento al secondo piano dell'elegante palazzina anni 30 in via Jan 15 a Milano: quadri dappertutto, sulle pareti, con uno schieramento talmente fitto da non lasciare respiro. E poi addirittura sul soffitto, in bagno, su entrambi i lati delle porte. Di giorno spesso si sentiva il battere del martello, quando un nuovo acquisto doveva trovare la più adeguata disposizione. E poi c'erano le sculture, le ceramiche e un grande pianoforte a coda che troneggiava nel luminoso soggiorno.

La singolare abitazione apparteneva a una coppia di intelligenti ed entusiasti collezionisti, Marieda Di Stefano, ceramista e allieva dello scultore Luigi Amigoni, e all'ingegnere della Pirelli Antonio Boschi, appassionato di musica. La loro unione aveva dato vita a un'avventura che avrebbe fatto della loro dimora non solo la sede di una ricchissima raccolta di opere del nostro Novecento, ma anche un punto di riferimento, un luogo in cui personaggi come Mario Sironi, Alberto Savinio, Lucio Fontana, Carlo Carrà e Arturo Martini erano soliti ritrovarsi per discutere su temi che più avevano cari. Da queste frequentazioni era nato e cresciuto l'amore della famiglia Boschi per l'arte. Una passione dirompente, quasi incontrollabile, spontanea e basata proprio sulla familiarità con l'ambiente artistico milanese. Alle opere ereditate dalla famiglia di Marieda si erano aggiunti doni o acquisti, fino a superare le duemila unità. Nella scelta dei dipinti i coniugi, lungi dal privilegiare un ambito particolare, dal porsi limiti cronologici o dal procedere seguendo la ricerca ossessionante del singolo "pezzo" mancante, privilegiarono la pittura italiana, in un arco cronologico compreso tra gli anni Venti e Trenta fino agli anni settanta del secolo scorso.

Un'avventura destinata a durare nel tempo, fino ai nostri giorni, grazie alla generosità del mecenate che, cinque anni dopo la scomparsa della moglie, decise di donare l'intera casa e la collezione al Comune di Milano, con la clausola di conservare l'abitazione e i dipinti fino alla sua morte, per poi aprire l'appartamento al pubblico come casa museo del collezionista. Dopo ventinove anni di dure battaglie burocratiche, la Fondazione Boschi - Di Stefano, di cui fanno parte membri della famiglia, in collaborazione con l'amministrazione comunale è riuscita a soddisfare il desiderio dell'ingegner Boschi.

Ad accogliere il visitatore della casa museo oggi non c'è più la cortesia d Marieda e di Antonio, e anche l'aspetto è mutato. Gli oltre duemila quadri che la "invadevano" e, insieme alle sculture e alle ceramiche, andavano a occupare ogni minimo spazio vuoto, non potevano essere lasciati al loro posto originario per ovvie ragioni di sicurezza. Oggi le opere nell'appartamento sono state aggregate seguendo una scansione cronologica e per correnti, in un'esposizione fitta ma non ossessiva, con una selezione di circa un decimo dei dipinti appartenenti alla collezione. Anche per gli arredi, laddove non è stato possibile recuperare quelli originali, si è cercato di integrare con acquisti mirati, puntando su mobili che testimoniassero l'essenza storica e stilistica degli anni Trenta, a cui appartengono sostanzialmente contenitore e contenuto, il palazzo, disegnato dall'archietto Piero Portaluppi, e il nucleo principale della raccolta. Così nella sala dedicata a Mario Sironi, artista molto amato dai coniugi Boschi, è stata collocata la cucina disegnata dall'artista per la Triennale del 1934, perfettamente integrata con i dipinti, tra i vertici dell'intera raccolta. Completano l'arredamento, lampadari d'epoca, una serie di sei sedie di Portaluppi e i mobili da studio disegnati da Giuseppe Basile. I divani sono invece stati ridisegnati da Alessandro Mendini, architetto, designer e nipote di Antonio Boschi, su modello originario del Portaluppi.

All'ingresso, non si è più accolti come un tempo dal Golgotha di Lucio Fontana ma, a simboleggiare l'antica ospitalità della famiglia, dai ritratti dei mecenati. Nell'anticamera sono state raccolte le opere comprese entro gli anni Venti, con un Paesaggio di Ardengo Soffici, una Testa di vecchio dipinta da Umberto Boccioni e due interessanti lavori di Gino Severini; nella camera a suo tempo riservata agli ospiti è collocato il nucleo dedicato ai pittori di Novecento, per proseguire con la sala di Sironi, che ne ripercorre quasi completamente l'intera poetica. La ex sala da pranzo, con la vecchia radio in radica di noce e il tavolino del Portaluppi, ospita il gruppo di Corrente, sei dipinti di Filippo De Pisis e i capolavori raffinati di Giorgio Morandi. L'ampio e luminoso soggiorno, con il pianoforte a coda di Antonio Boschi, ha mantenuto un aspetto assai vicino all'originario, con la Scuola dei Gladiatori di Giorgio de Chirico - portato in treno da Parigi nascosto sotto il materasso per eludere la dogana - affiancato dai Savinio - in particolare dalla celebre Annunciazione che, ricorda Alessandro Menidini che da ragazzo aveva abitato per un periodo dagli zii, lo ossessionava, appesa com'era proprio sopra il suo letto.

La sala successiva, ricavata dall'ampliamento dello studio dell'ingegner Boschi, ha mantenuto omogeneità e rigore, conservando la straordinaria sequenza dei Fontana, di cui i mecenati possedevano autentici capolavori, anche grazie all'amicizia che li legava all'artista. Il corridoio, riservato ai Chiaristi, collega alla sala dedicata ai pittori spazialisti e nucleari e quella con le opere appartenenti all'Informale, attraversando un arco temporale che va dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, e con un'intera parete di dipinti di Piero Manzoni - di cui la collezione possiede anche una "chicca", la provocatoria Impronta d'artista - e la rara Achrome in fibra di vetro.

Forse il necessario e inevitabile rigore dell'allestimeno ha "rubato" un po' del calore e della vivacità che animavano la casa in via Jan 15. Ma se si ha un po' di immaginazione, aggirandosi per le sale, è possibile figurarsi le serate in cui quegli stessi ambienti si ospitavano i grandi artisti amici dei collezionisti. È possibile sentire le loro animate discussioni e, forse, tendendo bene l'orecchio, avvertire l battito del martello sulla testa di un chiodo. Un nuovo quadro a cui trovare un piccolo spazio?

(a cura di Serena Colombo)


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