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I VICHINGHI

1. Norvegesi e Normanni

2. La colonizzazione dell'Islanda

3. Le imprese di Erik il Rosso

4. Le navi vichinghe (IX-XIII Secolo)

Come ha scritto Angelo Solmi (I conquistatori degli Oceani, pp. 17-32) dei Vichinghi si sa solo che furono i primi navigatori che osarono staccarsi dalle coste e procedere con audacia in mare aperto; dunque, i primi veri esploratori della Terra.
E' certo che essi appartenevano ai popoli nordici, apparsi nella penisola scandinava quando a Roma imperava Augusto. Venivano probabilmente dalle terre baltiche, o da più lontano ancora; erano sicuramente una delle tante bellicose tribù germaniche. Una volta in Scandinavia, i loro metodi di navigazione si perfezionarono: divennero abili soprattutto nel sapersi destreggiare fra i ghiacci, in quei mari settentrionali che gelano per gran parte dell'anno.
Toccarono navigando la Nuova Zemlja e le Spitzbergen, in attesa di lanciarsi oltre.

1. Norvegesi e Normanni

Audaci predoni e guerrieri erano in particolare alcuni rami vichinghi, chiamati Normanni; questi passarono alla storia per aver saccheggiato, nel IX e X secolo, i villaggi alle foci dei fiumi francesi sulla Manica, sbarcando fulmineamente sulla terraferma, al punto che gli imbelli discendenti di Carlo Magno, per scongiurare la minaccia, non trovarono di meglio che cedere loro, come possesso feudale, un'intera, grande e ricca regione: l'attuale Normandia.
Altri Normanni giunsero in quest'epoca nell'Italia meridionale e si fecero investire di terre e, da ultimo, operarono la conquista dell'intera Puglia, della Calabria e più tardi della Sicilia.
E' ben noto, inoltre, che, nel 1066, i Normanni stanziati in Normandia invasero l'Inghilterra e la conquistarono. Altri ancora, col nome di Vareghi o Variaghi, si volsero a est e posero le basi del primo grande Stato russo. Ma non sono questi i discendenti dei Vichinghi che ci interessano: molti di loro non erano passati né in Normandia, né in Italia, né in Russia. Erano semplicemente rimasti nella loro patria scandinava, dove presero (verso l'XI secolo) il nome di Norvegesi. E' con questo nome, indifferentemente alternato con quello di Vichinghi, che vengono chiamati oggi; gli studiosi preferiscono la denominazione di Norvegesi, ma noi continueremo a chiamarli col nome di Vichinghi. Convertiti già da molto tempo al cristianesimo, anzi attaccatissimi alla fede nonostante i numerosi riti pagani ancora esistenti fra loro, essi commerciavano, guerreggiavano, rubavano e predavano.
I Vichinghi furono il primo popolo che elesse il mare come sua grande via di comunicazione e di conquista. E poiché il mare aveva bisogno, per essere percorso, di navi, essi le costruirono, anzi furono maestri in quest'arte, addirittura al limite della genialità.
Ma qui occorre dissipare un equivoco: in quasi tutti i libri scolastici si vede l'immagine della nave vichinga di Oseberg, custodita a Bygdšy (Oslo), un'imbarcazione snella, lunga e stretta, con una prua altissima e dodici fori per lato, destinati a contenere i remi. Misura 21,40. metri di lunghezza, è larga 5 metri, profonda 1,20 metri, con un dislocamento di 23 tonnellate, ed è la più celebre (perché ancora quasi intatta) delle navi da guerra vichinghe. Il dritto di prora di simili navi era spesso adorno di teste di drago o di altri animali incise nel legno. Non erano queste, però, le navi con le quali i Vichinghi si avventurarono nei loro grandi viaggi di esplorazione all'ovest: si trattava infatti di imbarcazioni veloci, destinate a rimanere sempre sotto costa per compiere le fulminee incursioni piratesche di cui già si è parlato. Quando l'entusiasmo per queste scoperte di antichi cimeli marinareschi si placò un po', furono parecchi a obiettare che, con quelle navi, avventurandosi nei mari aperti (e particolarmente nell'Atlantico), si poteva andare poco lontano.
Furono proprio i grandi navigatori polari norvegesi del XIX secolo, da Nordenskjšld a Nansen ad Amundsen, a sostenere l'impossibilità di lunghe traversate.
Rasmussen, un formidabile esploratore e navigatore artico groenlandese di origine danese, si fece costruire un'imbarcazione quasi identica a quella di Oseberg: nonostante la sua abilità e la sua esperienza - unite a quella dei suoi compagni - essa si rovesciò dopo poche miglia in mare aperto.
I drakkar (questo è il nome dato a tali navi, proprio per le teste di drago che ne ornavano la prora) non potevano servire che per le rapide incursioni alle foci dei fiumi o come navi funerarie per importanti personaggi; ma poiché già da tempo è accertato con sicurezza che i Vichinghi erano giunti dalla madrepatria in Islanda, essi dovevano usare evidentemente un altro tipo di nave. E questa infine fu rinvenuta, sia pure a pezzi e non certo così ben conservata come i drakkar: si tratta della knar o nave rotonda. Erano navi commerciali, munite di vele e, di solito, prive di remi; con questo tipo di imbarcazione era possibile attraversare mari aperti, a patto di avere un eccezionale coraggio e grande spirito di avventura: qualità di cui i Vichinghi non difettavano.

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2. La colonizzazione dell'Islanda

Che cosa sappiamo oggi dei viaggi oceanici e delle esplorazioni vichinghe? Tutto ciò che conosciamo è affidato alle saghe e ai poemi dell'Edda, che descrivono minutamente, ma anche fantasiosamente (giacché quei bardi facevano professione di poeti e non di storici), le strabilianti traversate dei Vichinghi. Ma c'è da fidarsi di questi testi letterari, spesso vaghi, confusi e contraddittori? Qui sta tutta la questione delle grandi traversate e delle grandi imprese dei Vichinghi intorno all'anno Mille, e soprattutto la questione capitale: quella, cioè, se siano arrivati prima di Colombo in America.
Cominciamo però da un dato che, per altri numerosi documenti storici che lo confermano, è incontrovertibile: senza dubbio, verso il 900 i Vichinghi giunsero in Islanda e vi fondarono colonie divenute ben presto prospere, nonostante l'asprezza del clima.
Una leggenda narra come i Vichinghi scoprirono l'Islanda, chiamata Rabna Floki dal nome del suo scopritore. Un giorno un certo Floki partì dalla Norvegia diretto a ovest, dove era sicuro di trovare nuove terre: aveva con sé tre corvi e, dopo aver navigato per una settimana, ne lasciò libero uno che volò subito a est, verso la costa d'origine: da ciò egli comprese di essere ancora molto lontano dalle terre ignote che sperava di scoprire, e continuò il viaggio per altri quattro giorni. A questo punto egli diede il via al secondo corvo, che roteò incerto sopra la nave e poi finì per tornare anch'esso indietro, verso le terre di partenza. Questo comportamento fece pensare al comandante della spedizione di essere a mezza strada. Dopo un'altra settimana di navigazione fu liberato il terzo corvo, il quale volò subito davanti a sé. L'uomo comprese che la terra non distava molto e, difatti, l'avvistò dopo altri quattro giorni. In complesso il viaggio durò dunque 22 giorni: la distanza fra Bergen e l'Islanda è poco più di mille chilometri.
La colonizzazione dell'Islanda si ebbe tra il 900 e il 930, nell'ultima parte del regno di Harald Haarfagen (Aroldo dalla bella chioma), quando Harald prese a vessare i nobili e a occuparne le terre. Così molti partirono verso l'Islanda e mandarono in patria notizie di buoni pascoli, di sorgenti calde nell'entroterra, di acque molto pescose nei mari circostanti; giunsero allora numerosi coloni, alcuni assai colti i quali portarono con sé gli antichi manoscritti, che furono poi ricopiati in islandese.

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3. Le imprese di Erik il Rosso

Fino a questo punto saghe e leggende coincidono con la storia: dove vanno un po' meno d'accordo è circa la successiva esplorazione della Groenlandia (con relativi insediamenti di coloni) e soprattutto circa i viaggi verso il misterioso Wineland o Vinland, che i sostenitori della scoperta vichinga dell'America affermano si trovasse nell'attuale Nuova Scozia, se non ancora più giù, nel Maine, ossia negli Stati Uniti.
Tutto quel che sappiamo è contenuto nella celebre Saga di Ara Frode (1076-1148), la quale a un certo punto dice: "La terra che è chiamata Groenlandia fu scoperta e colonizzata dagli Islandesi. Erik il Rosso era il nome dell'uomo di Breidafjord che partì dall'Islanda e sbarcò in una località chiamata in seguito Eiriksfjord, su una terra da lui battezzata Greenland, cioè Terra Verde".
Erik il Rosso era quel che si dice un cattivo soggetto, ma proprio il fatto che la sua figura non viene presentata come edificante induce a credere che le notizie che lo riguardano siano sostanzialmente vere. Le saghe non lo descrivono infatti come un eroe mitico e perfetto, ma piuttosto come un uomo violento e senza legge, con una vita burrascosa. Era nato in Norvegia verso il 950 e aveva vent'anni quando lui e suo padre furono costretti a fuggire in Islanda dopo un omicidio. Qui, dopo la morte del padre, Erik prese moglie, si costruì una casa e dissodò terreni, ma dopo un'ennesima rissa assasinò nuovamente un uomo e, dopo qualche tempo, un altro ancora. La terra gli scottava ormai sotto i piedi, sicché verso il 985 (ovviamente le date sono incerte) decise di andarsene: ma tornare in Norvegia gli era impossibile e non gli restava che affrontare l'insidioso mare d'Occidente, dove sperava di trovare, presto o tardi, qualche nuova terra. Partì con la famiglia e la servitù, e la fortuna gli fu propizia. Con poche provviste puntò a caso verso sud-ovest e s'imbatté nell'attuale Groenlandia, dopo aver attraversato i 1200 chilometri del terribile stretto di Danimarca che separa l'Islanda dalla punta meridionale della più grande isola al mondo.
Il fatto che sia riuscito nell'impresa senza bussola e con strumenti di navigazione rudimentali lascia molto perplessi: gli esploratori artici che nel XIX secolo fecero la traversata con ben più sofisticate attrezzature nautiche sostennero che la Saga di Ara Frode non poteva essere considerata totalmente veritiera. Ad ogni modo quel primo soggiorno di Erik il Rosso nella zona dell'attuale capo Farvel non dovette durare a lungo: Erik tornò in Islanda, riuscì a ottenere la protezione di un nobile potente che gli assicurò l'impunità per i suoi delitti, e si diede a far proseliti per colonizzare la "Terra Verde".
Nel 985, quando un gruppo di knar si accinse all'impresa di tornare in Groenlandia insieme con Erik il Rosso, i compagni furono molti, ben provvisti di cavalli, bovini, capre e pecore (oltre che di utensili domestici e di armi da caccia). Nulla dicono le saghe sulla difficoltà della traversata, e anche questo ha sempre suscitato tra gli studiosi notevoli dubbi, perché non sembra possibile che un'intera flottiglia di fragili knar, anche nella stagione migliore (giugno-agosto), abbia potuto attraversare il canale o stretto di Danimarca senza subire perdite ingenti. Ma le saghe sono opera poetica che non tiene conto dei caduti (che sicuramente vi furono) ma solo dei risultati, i quali esaltavano, nell'insieme, la gloria vichinga. Questi risultati, di lì a qualche anno, furono tali che Erik il Rosso diventò uno dei capi della colonia groenlandese, la quale prosperò, con una continua ascesa, fino a raggiungere, si dice, i 2000 abitanti, ossia più del numero dei bianchi che conta oggi la Groenlandia stessa.
I Vichinghi si installarono in una zona della costa sudorientale dell'isola, chiamata Oesterbygd, corrispondente forse all'attuale Costa di Re Federico VI, dall'odierna Angmagssalik a capo Farvel, il promontorio più meridionale della Groenlandia.

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4. Le navi vichinghe (IX-XIII Secolo)

Sono giunte fino a noi in buone condizioni tre navi vichinghe, ciascuna delle quali costituisce un "prototipo": quella di Oseberg, la più celebre, del IX secolo; quella di Tune (X secolo); infine quella di Gokstad o Gotska (fine X secolo). La prima è un drakkar (con teste di drago sull'alta prua), lunga e piatta, senza alberi né vele, considerata nave da cerimonia o funeraria; la seconda è simile, ma doveva servire anche per incursioni sulle coste, e può considerarsi un "serpente di mare" (sneker, termine vichingo); la terza, infine, lunga 23 metri e mezzo, larga 5 metri, è un korv, cioè un drakkar che presenta somiglianze con la knar, nave da trasporto panciuta a vela quadra, con un bordo libero più alto sulla superficie del mare. Del korv e della vela quadra abbiamo una splendida incisione rupestre, trovata nell'isola di Gotland (VI o VII secolo). Infine, costituisce una fonte importante circa le navi vichinghe il celebre arazzo di Bayeux o della regina Matilde, che celebra la conquista normanna dell'Inghilterra nel 1066: qui però si ha una sorpresa nella vela, che è triangolare con il vertice in basso manovrato a mano, e la parte più larga innestata su un pennone in cima all'unico albero (nell'arazzo si vedono alcune delle navi che trasportano cavalli).
Quali di queste imbarcazioni si lanciarono alla conquista dell'Atlantico verso la Groenlandia e l'America? Non certo le navi di Oseberg e di Tune, ma anche per quella di Gokstad si rimane perplessi perché pesca solo 1 metro e 10, con un'altezza massima di 2 metri e un bordo libero fuori acqua di soli 85 centimetri (il che significava farsi schiaffeggiare di continuo dal mare). Tutte le navi vichinghe avevano banchi per i rematori: 20-25 banchi, ossia una cinquantina di vogatori (ma le saghe parlano anche di "navi lunghe", langskip, di 35 metri e oltre). Che navi del genere, più simili a piroghe o a baleniere, potessero affrontare l'Atlantico venne dimostrato (nonostante l'insuccesso del tentativo di Rasmussen) dal viaggio compiuto con una nave identica a quella di Gokstad, costruita nel 1893.
Con tempo favorevole questo modello ricostruito, a vela quadra e con 52 vogatori, attraversò l'Atlantico in 28 giorni, raggiungendo anche 11 nodi di velocità e percorrendo 240 miglia al giorno. Un esperimento analogo, proposto per una knar, non fu possibile perché mancano modelli attendibili, ma c'è da credere che la knar avrebbe dato buoni risultati, anche se più lenta. Oggi, comunque, si ritiene che siano state le knar a toccare la Groenlandia e il Vinland.
Va notato che sia il korv di Gokstad, sia i drakkar viaggiavano con metà dell'equipaggio che aggottava (cioè vuotava l'acqua entrata nella nave) e l'altra metà che remava o manovrava la vela. A tali disagi i Vichinghi rimediavano combattendo l'umidità con pelli di foca stese sopra la nave e calzando scarpe di pelle impermeabile ricavata da cetacei. Per l'assenza di cuccette si suppone che i marinai dormissero sui banchi in qualche sorta di sacco a pelo; ma è difficile spiegare come potessero viaggiare in simili condizioni anche donne e bambini, sia pure sulle meno disagevoli knar.
Le navi vichinghe erano in quercia, e la calafatura, per mancanza di stoppa, era eseguita con peli intrecciati di ruminanti. A rinforzo delle murate, dato lo scarso bordo libero, veniva alzata una lunga fila di scudi. Le vele erano di pelle o di tele di lino foderate di panno. I cavi erano di fibre di sparto ma anche di sottili corregge di pelle di foca e tricheco; i timoni consistevano in due remi o pali legati ai lati della poppa, benché forse non fosse ignoto ai Vichinghi il timone unico.

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