L’oasi di Khotan
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Piú a occidente, tuttavia, tra Khotan e Kashgar, il paesaggio si fa meno terrificante e lungo le piste ciottolose e polverose può accadere che si levino filari d’alberi; le merci venivano caricate, nei tratti pianeggianti, su rozzi carri, e gli uomini si spostavano soprattutto a cavallo. Nelle oasi, insieme con i pioppi e gli alberi da frutto, compare anche il grande platano iranico, il terek. Delle oasi di questo itinerario meridionale, la piú importante era, nell’antichità, Khotan, che sempre Xuanzang cosí descriveva: «Piú di metà del suo territorio è arido e deserto, e il terreno coltivato è scarso, ma è adatto a colture di tutti i generi. In questo paese si fabbricano tappeti, feltro sottile e stoffe di seta. Inoltre si estrae giada bianca e verde. Il clima è piacevole e mite, ma ci sono tempeste di vento e di polvere». La giada era, sin dall’antichità, una delle principali ricchezze dell’oasi, ma Khotan è anche importante per la storia della seta.
Secondo una leggenda la seta sarebbe giunta qui nell’oasi intorno agli inizi del V secolo d.C. a seguito del matrimonio tra un re di Khotan e una principessa cinese. Quando si trattò di andare a prelevare la sposa in Cina, il re di Khotan suggerí all’emissario di ricordare alla principessa che, qualora lei avesse voluto indossare abiti di seta, doveva portare il prezioso materiale con sé, perché l’oasi era sprovvista di piantagioni di gelso. La principessa cinese nascose dunque alcuni semi della pianta e dei bachi da seta all’interno della propria acconciatura per eludere i severi controlli alla frontiera cinese. Fu cosí dunque che, secondo la leggenda, la seta giunse a Khotan da dove, attraverso ulteriori graduali passaggi, il segreto si sarebbe poi finalmente trasmesso all’Occidente, determinando cosí la fine del monopolio cinese della sericoltura: secondo alcuni, infatti, proprio Khotan sarebbe stata la misteriosa Serindia da cui, nel VI secolo, il baco fu introdotto di contrabbando a Bisanzio, dando inizio alla produzione della seta in Occidente.
La «principessa della seta» della nostra leggenda era venerata come dea a Khotan, il che non impediva tuttavia ai prosperi abitanti dell’oasi di essere fedeli buddhisti, come sappiamo, ancora una volta, dal pellegrino cinese Xuanzang: «La legge di Buddha è altamente onorata. Ci sono un centinaio di monasteri, in cui vivono circa cinquecento monaci che seguono il Grande Veicolo [una delle sette buddhiste]. Il re è valoroso e bellicoso, e ha per la dottrina di Buddha grande attenzione e reverenza». Posta all’estremità dell’itinerario che, attraverso il passo Karakorum, conduceva al Ladakh, al Kashmir e alla valle dell’India, Khotan ne traeva ricchezza commerciale e culturale. Prima che il sogdiano, la lingua dei cammellieri dell’Amu Darja, divenisse comune a est del Pamir, il khotanese era stato la lingua franca dei commerci: era una lingua iranica orientale, ma nel VII secolo la si scriveva con un alfabeto indiano adattato; e pure indiana era molta della musica che le orchestre khotanesi andavano a eseguire in Cina. «I costumi sono decenti e giusti», continua Xuanzang, giudice di solito severo; «gli abitanti sono mansueti e rispettosi, amano lo studio delle scienze e si distinguono per abilità e diligenza. Il popolo vive nel benessere e nei piaceri, ed è felice della sua sorte. In questo paese amano molto far musica, cantare e ballare. Solo pochi indossano abiti di lino o di lana: quasi tutti si vestono di seta».
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