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VELA

[sec. XIV; lat. vela, neutro pl. di velum]

Superficie di tessuto, di cotone, di tela o lana, di tessuto sintetico o misto, di forma e dimensioni variabili opportunamente sostenuta e distesa dall'alberatura di un'imbarcazione, usata per ricavare dal vento un effetto propulsivo. Una vela è di regola formata cucendo un conveniente numero di strisce di tessuto, chiamate ferzi; ciascun orlo dei ferzi è detto vivagno; i contorni delle vela sono rinforzati, spesso con un orlo cordato. Ciascuno dei lati delle vele (relinghe o gratili) ha nomi specifici: relinga d'inferitura è il bordo superiore allacciato al pennone o a un'antenna; relinga di lunata è quello inferiore e i suoi angoli, idoneamente rinforzati, sono detti bugne (a tali angoli si assicurano i cavi per tendere la vela, detti scotte o mure); relinghe di caduta sono chiamati i bordi laterali. L'insieme dei cavi, dei bozzelli, ecc. necessari al movimento delle vele sono detti manovre. La scelta della vela varia secondo l'imbarcazione e i risultati propulsivi che si vogliono ottenere; complessivamente, i vari tipi di vela possono riunirsi in tre gruppi. Le vele quadre, di forma rettangolare o trapezoidale, si inferiscono di regola ai pennoni; esse hanno costituito e costituiscono il sistema di velatura più adatto ai grandi velieri, tuttavia non consentono di stringere il vento, in quanto nell'andatura di bolina questo può fare con l'asse longitudinale del bastimento un angolo non inferiore a ca. 6 quarte, cioè a 67º. Ciascuna vela quadra ha un suo nome proprio e viene orientata facendo ruotare il rispettivo pennone intorno all'albero mediante cavi detti bracci. Le vele latine, di forma triangolare, con l'angolo opposto al lato d'inferitura retto od ottuso, s'inferiscono alle antenne con il lato maggiore; esse consentono di stringere il vento anche a meno di 4 quarte, cioè 45º, ma non sono adatte, per la loro forma e la presenza delle antenne, a grandi velieri. Possono essere considerate vele latine i fiocchi, nonché quelle vele, di forma triangolare o quadrilatera, inferite agli stralli fra gli alberi, dette appunto vele di strallo. Le vele auriche, di forma quadrilatera, si inferiscono con la relin ga superiore a un'asta (picco), la relinga di caduta prodiera si allaccia a un albero mentre quella inferiore può scorrere tramite anelli lungo un'asta orizzontale (boma); esse consentono di stringere bene il vento fino a 45º. La tipica vela aurica è la randa; altre vele sono: quelle dette al terzo e al quarto, con relinga prodiera libera e asta sospesa a un albero rispettivamente a un terzo e a un quarto della sua lunghezza; quella detta a tarchia, sostenuta da un'asta trasversale con il piede poggiante a un albero; le vele triangolari delle imbarcazioni da corsa (randa Marconi). Le vele latine, i fiocchi, le vele di strallo, le vele auriche e le rande Marconi sono dette genericamente vele di taglio. Sui bastimenti del passato, l'insieme delle vele addizionali bordate
con vento debo
le costituiva la forza di vele o le vele di caccia (coltellaccio, coltellaccino, scopamare). L'insieme delle vele è detto velatura. L'azione del vento su una vela fornisce un'energica spinta
propulsiva che varia con la posizione della vela rispetto alla direzione del vento; è massima con andature prossime al traverso, potendo in tal caso produrre velocità superiori a quella propria del vento (fino a una volta e mezzo per navi pesanti, al doppio per scafi plananti provvisti di deriva, fino a tre volte per i catamarani). La velocità decresce sia avvicinandosi all'andatura con vento in poppa (a fil di ruota) sia navigando di bolina stretta: quando l'angolo che forma il vento con la prora diventa inferiore a 40º, l'azione del vento si annulla e l'imbarcazione scivola di traverso sull'acqua (scarroccio). Questo si spiega col fatto che il vento che colpisce la vela non è quello reale, ma è la risultante vettoriale della composizione del vettore vento reale con il vettore velocità propria della nave. Questo vettore rappresenta il cosiddetto vento di velocità, cioè il vento che colpisce in viso per esempio un motociclista, ed è uguale e contrario alla velocità del moto. La risultante dicesi vento apparente (talvolta anche vento relativo): il vento apparente è la risultante del vento reale e del vento di velocità, è cioè funzione dell'andatura seguita dalla barca. In fil di ruota, per esempio, i due vettori si sottraggono l'uno dall'altro e inevitabilmente la velocità della barca non può superare quella del vento. Al contrario si noterà che più ci si avvicina all'andatura di bolina più il vento apparente aumenta di intensità. Aumentano però anche le resistenze addizionali, soprattutto quelle aerodinamiche: questo il motivo per il quale sulle navi a vela le velocità di bolina non sono molto elevate. La possibilità per un natante sospinto da una vela appropriata di muoversi sull'acqua in direzione diversa da quella del vento per seguire la rotta scelta è conseguenza anche delle forme stesse dello scafo, che presenta una resistenza al moto laterale (lo scarroccio) molto maggiore che non al moto di avanzamento. La resistenza allo scarroccio viene aumentata negli scafi moderni, specialmente in quelli da competizione, da apposite appendici dette pinne, falsechiglie, derive. Poiché la densità dell'acqua è ben 810 volte maggiore di quella dell'aria le superfici di deriva possono avere area molto inferiore a quella della vela. Occorre anche osservare che per espletare una reazione laterale è necessario
che la deriva si muova nell'acqua con un piccolo angolo rispetto all'asse longitudinale dello scafo, cioè alla direzione della prora. Quest'angolo, detto di scarroccio, esiste sempre navigando a vela, salvo che in fil di ruota: può essere piccolo, cioè inferiore a 1 o 2 gradi sulle andature di lasco e a elevate velocità, assume però valori attorno a 5º non appena ci si avvicina alla bolina stretta e aumenta ancora con moto ondoso contrario. Questo è il motivo per cui navigando a vela la prora, la direzione cioè in cui punta il natante, non corrisponde quasi mai alla rotta effettivamente seguita, e ciò indipendentemente dalla presenza di correnti: non di rado, se l'angolo sotto il quale si può stringere il vento è troppo piccolo, l'imbarcazione deve bordeggiare, cioè seguire una rotta a zig- zag per raggiungere sopravvento la meta prefissa. Quando il vento spira perpendicolarmente alla vela, la forza coincide con il centro di figura della vela stessa; se invece, come più spesso accade, il vento investe obliquamente la vela, l'effetto propulsivo sarà dato dalla componente diretta verso prua della spinta del vento sulla vela e l'altra componente, detta trasversale, non ha effetto utile. Poiché la componente propulsiva non passa per il baricentro della nave si generano forze e coppie di forze diverse, con diversi effetti sul moto della nave. Tali sono, per esempio, la coppia che produce il movimento rotatorio di accostata attorno all'asse verticale, la coppia che produce lo sbandamento, la coppia che fa immergere maggiormente la prua, ecc. Nella navigazione a vela assumono particolare importanza le virate, dette anche viramenti di bordo: si chiamano di bordo in prora quando si effettuano puntando controvento, superando cioè con l'abbrivo l'angolo limite entro il quale il natante a vela non può avanzare. Passare da un'andatura più larga a una più stretta si dice orzare; passare da un'andatura più stretta a una più larga si dice poggiare. Le virate si d icono di bordo in poppa quando si effettuano passando per l'andatura in fil di ruota. Sui moderni velieri con vela di taglio la virata di prua non presenta di solito particolari difficoltà salvo che con onde molto alte che non permettono di superare l'angolo limite con l'abbrivo. La virata di poppa è invece più delicata perché durante l'abbattuta, cioè il passaggio da una mura all'altra, il boma della randa o delle altre vela bomate deve ruotare, cioè strambare, da un lato all'altro: con vento molto forte questa manovra può provocare avarie.
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