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Immaginiamo di essere proiettati nel vortice
infernale e di riemergere con alcune immagini
potentemente stagliate nella memoria. Immaginiamo di aver
potuto portare con noi una magica macchina fotografica o
un artista che ci ha accompagnato nel viaggio fermando i
momenti salienti di questa vorticosa discesa e il gioco
è fatto. Avremo così fissato, nel mondo degli
umani, il ricordo dei momenti cruciali dell'esperienza infernale,
contribuendo ad ampliare e approfondire, nel confronto figurativo,
le sensazioni, i pensieri, le angosce, le passioni che caratterizzarono
il padre della lingua italiana, allorché si perdette
nella selva oscura, uomo impietrito dal terrore,
ne riemerse poi profondamente rinnovato. Nel ricordo, le
immagini dell'Inferno si perdono in una dissolvenza incrociata
nella quale s'impongono il rumore del tumulto
infernale, la musica dei perduti
di Dio, che martella nella mente l'angoscia
del vivere e del morire. L'Inferno è il primo
luogo dell'aldilà che Dante visita, dove dimorano
coloro che non sono stati battezzati. Si tratta di un baratro
che si restringe gradatamente scendendo verso il fondo.
Vi si trova conficcato a testa in giù Lucifero, l'angelo
portatore di luce che si ribellò a Dio. Il baratro
è diviso in nove cerchi ai quali si accede per una
porta che immette nell'Antinferno, luogo di pena degli ignavi.
Il viaggio
nell'Inferno ha il significato allegorico
di una discesa negli abissi profondi dell'inconscio, nelle
pieghe nascoste in cui giacciono gli istinti e le passioni.
Oh, quanta parve a me gran maraviglia,
quand' io vidi tre facce alla sua testa!
L'una dinanzi,
e quella era vermiglia;
da Inferno, XXXIV, vv. 37-39
Sotto i dannati si apre, come uno squarcio sanguigno, una
voragine, che fende lo spazio infernale, aprendosi a suggestioni
di angoscia infinita. Lucifero
è l'incarnazione del male: il "portatore di luce", che ha
consapevolmente rifiutato la bellezza divina con un atto di
ribellione che l'ha conficcato nel profondo delle viscere
della terra, è diventato il "portatore delle tenebre".
Al confronto con Dite, ogni mostro o demone infernale presenta
attutita la propria carica negativa: eppure è inquietante
il Caronte del canto III, qui interpretato da Michelangelo
Buonarroti (1475-1564) nel poderoso dipinto del Giudizio universale,
nella Cappella Sistina in Vaticano.
Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo
da Inferno, III,vv. 84-85
La massiccia figura di Caronte s'impone per la sua cupa
fisicità, per la forza che imprime al remo nel momento
in cui si prepara a battere le anime. L'energia potenziale
imprigionata nel dipinto allude a un prossimo futuro in
cui si affermerà la cruda realtà dei dannati.
L'Inferno si afferma come il luogo della negazione
dell'uomo, come uno spazio presidiato da creature demoniache
e mostruose; è il caso di opere artistiche diffuse
ai tempi di Dante, come nel caso del dipinto della chiesa
superiore di San Francesco in Assisi noto come La
scacciata dei diavoli da Arezzo. In quest'opera,
Giotto si è cimentato nella raffigurazione dei diavoli,
mostri alati, metà uomini e metà uccelli che
spiccano il volo sulla città di Arezzo e vengono
ricacciati dalla santità di San Francesco che, con
un gesto della mano, li costringe a fuggire, tra la paura
di un frate che non osa guardare e l'angoscia degli aretini
chiusi nelle case. L'unico antidoto ai diavoli è
infatti la santità, che però non può
esistere nel profondo dell'Inferno, sede privilegiata del
male. Quando Dante e Virgilio approdano, sulla groppa di
Gerione, nelle Malebolge assistono all'incredibile scena
dei diavoli Malebranche, che frustano e uncinano i dannati
e sembrano pronti a colpire con le aste appuntite anche
i due poeti. Virgilio però li ferma decisamente:
ma el gridò: "Nessuno di voi sia fello!..."
da Inferno, XXI, v. 72
Sandro
Botticelli (1445-1510) disegna i diavoli,
rendendo lo stravolgimento fisico del male e l'accozzaglia
irrazionale delle forze istintuali malvage. I diavoli sono
sempre in agguato, pronti a mettere le mani addosso a coloro
che si macchiano di gravi colpe. Della stessa risma maledetta
si presentano gli altri demoni, custodi dei gironi infernali.
Tra questi c'è Minosse, il demone preposto a giudice
infernale (canto V). Maestoso, avvolto dalla sua lunga barba
grigia, col braccio alzato in tono minaccioso, Minosse,
il mitico re di Creta, è qui ritratto in un acquarello
di William Blake (1757-1827) mentre assolve al suo compito
di giudice infernale.
La sua figura è al centro del dipinto, nel punto
in cui confluiscono le linee prospettiche, a rafforzarne
l'importanza. Verso di lui si dirigono le anime rassegnate
al loro destino. E se da sinistra i dannati con le braccia
protese tendono a lui, in un'ultima estrema richiesta di
pietà, alle sue spalle altri peccatori si affacciano
timorosi, emergendo dall'oscurità solamente con il
volto, ancor incerti sulla propria sorte. L'apparente regalità
del personaggio contrasta con i particolari demoniaci che
lo caratterizzano: lo scettro è trasformato in una
lancia dalla punta acuminata; inoltre da dietro le spalle
spunta la sua lunga coda, con cui stabilisce il cerchio
infernale al quale sono destinate le anime dei dannati.
Attorno ci sono solo fiamme e livido fumo. Personaggi del
mito classico trasformati in mostri infernali, i demoni
esprimono l'idea dantesca che il male non ha confini di
tempo di spazio, ma si erge potente e maestoso in ogni contesto.
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I dannati dell'Inferno
Accanto ai demoni, esercito agguerrito del mondo infernale
capitanato da Lucifero, c'è la lunga schiera dei
dannati, incontrata da Dante e Virgilio, dopo aver attraversato
la porta dell'Inferno. La scena è da diluvio
universale, come se le anime si fossero trovate improvvisamente
coinvolte in una catastrofe di dimensioni infinite, incapaci
di coglierne il senso profondo. L'unica spinta che hanno
è quella di attraversare la cupa palude sulla barca
di Caronte. Sanno che devono andare di là perché
questo è il loro destino, ma la nudità dei
corpi rende la loro assoluta passività, il loro essere
in balia di un destino incontrastabile. Questo senso di
morte eterna, che impietrisce i volti e i corpi in una fissità
disperata, si ritrova anche nei dipinti di Luca
Signorelli.
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,...
da Inferno, III, vv. 22-23
Dalla massa tragica dei dannati di Dio, chiusi nel cerchio
livido di una perdizione consapevole, talvolta emergono
figure di spessore umano e artistico indimenticabili. La
memoria letteraria, ad esempio, ha fermato da secoli la
storia d'amore e di morte di due dannati del cerchio dei
lussuriosi, i due amanti del canto quinto dell'Inferno:
Francesca da Rimini e Paolo Malatesta.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
da Inferno, V, vv. 31-33
Il vortice infernale trascina con sé i due cognati-amanti,
simbolo di una passione che ha sconvolto, in modo travolgente
e irrazionale, la loro mente, convincendoli a un amore adultero.
Eppure, sempre di "amore" si tratta, e Dante,
colpito dalla conflittualità di opposti sentimenti,
non regge all'incontro e sviene. Tra il biancore della bufera
che avvolge senza tregua le anime dei lussuriosi in una
spirale, un solo attimo di pausa è concesso ai due
amanti per narrare il loro amore distruttivo.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
Questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.
da Inferno, V, vv. 133-136
I due oli su tela, l'uno d'inizio Ottocento, l'altro dei
primi del Novecento, colgono l'attimo iniziale dell'incontro
d'amore di Francesca e Paolo. II pittore neoclassico Ingres
rende la bellezza e la grazia di una giovane preziosamente
vestita di porpora e d'oro, nell'attimo in cui accoglie,
quasi ritrosa, l'effusione del suo innamorato.
In Klimt
l'abbraccio dell'amante appare coinvolgente e allusivo di
più intense passioni, in uno scenario d'oro e di
fiori che avvolge in un unico manto esseri umani e natura.
In entrambe le pitture è l'uomo a fare il primo passo,
a rompere tacitamente l'atmosfera amichevole e a trasformarla
in situazione d'amore. In Ingres un Gianciotto (marito di
Francesca) nascosto sbircia la scena, pronto a realizzare
la vendetta fratricida, che condurrà all'uccisione
dei due amanti. Entrambe le tele rendono l'intensità
della passione; nel quadro di Boccioni
, questa si colora di un rosso-arancione che ne sprigiona
la vivezza e la piacevolezza, nell'abbandono dei corpi morbidamente
intrecciati. Quella macchia di colore, nell'oscurità
infernale, serve a ribadire l'unicità dell'evento
amoroso a cui assiste lo spettatore, che è invogliato
a perdonare una colpa avvolta da tanta sincerità
di passioni, come del resto pare leggersi dai versi stessi
del poeta sì che di pietade / io venni men così
com'io morisse (vv. 140-141).
Nell'opera del pittore romantico Hayez
, invece, le figure appaiono corpose e tornite, in una volumetria
che si impone sulla scarna ambientazione di un'architettura
medievale. Tutta la scena è concentrata sui due amanti
realisticamente colti nell'abbraccio amoroso, che piega
i volti, i corpi e le vesti, così perfettamente dipinte
da comunicare la consistenza fisica dei tessuti, la morbidezza
dell'abbigliamento femminile, ma anche la robustezza del
mantello maschile, che evoca la forza del giovane amante.
Mentre Dante sviene, Paolo e Francesca vengono risucchiati
dal vortice infernale. Nel Novecento, il tema dell'amore
e della morte è ripreso dal pittore espressionista
Oscar Kokoschka, in un dipinto dal titolo La
sposa nel vento. Una bufera, ventosa
e dai toni lividi, avvolge i due amanti, legati da un affetto
profondo ma inquietante. È soprattutto l'uomo a evidenziare,
nelle labbra serrate e nelle orbite scure un senso d'angoscia
che svela un male di vivere pur nell'intensità della
passione amorosa. Novelli Paolo e Francesca, gli amanti
di Kokoschka scoprono le dimensioni inconsce della loro
affettività, in un'atmosfera surreale che ha la potenza
espressiva della visionarietà, di un sogno aperto
alle profondità dell'essere.
Accanto a quella dei due "cognati", l'Inferno
(canto XXXIII) narra la vicenda del conte Ugolino,
colpevole di tradimento ma eternato da Dante perché
marchiato da una sconfinata tragedia. Sicuramente i due
canti sono stati pensati da Dante con aspetti analoghi,
come si riconosce dall'esame del v. 9 del canto XXXIII e
del v. 126 del canto V:
parlar e lagrimar vedrai insieme (v. 9, XXXIII);
dirò, come colui che piange e dice (v. 126,
V).
I due versi sono analogicamente legati dallo stesso zeugma,
a indicare la prostrazione profonda che domina i due protagonisti
pur nelle diverse situazioni.
Il romantico Fuessli rende il senso d'angoscia profonda
in un ambiente claustrofobico (la torre de la muda), di
fronte alla realtà della morte del figlio: nel dipinto
s'impongono gli occhi di Ugolino atteggiati a una tragica
ferocia e la bocca serrata in una smorfia di dolore.
I Canti consigliati:
Inferno: I-III-V-XXI-XXVII-XXXI - XXXIII - XXXIV
Purgatorio: XXXII, vv. 136-160
Paradiso: XXVII. vv 19-27
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