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àrbitro

sm. [sec. XIV; dal latino arbíter-tri].

1) In diritto, colui che è investito del potere di dirimere una controversia giuridica. Trattandosi di più arbitri, questi devono sempre essere in numero dispari. Generalmente le due parti nominano ciascuna il proprio arbitro e questi ne nominano a loro volta un terzo; se le parti non si accordano sulla nomina, essa è affidata al presidente del tribunale. Sono esclusi dall'ufficio di arbitro i cittadini stranieri, i minori, gli interdetti, gli inabilitati e quanti hanno subito fallimenti. Per estensione, chi viene scelto per risolvere una qualsiasi contesa o disputa (anche scherzoso): lo scelsero come arbitro della questione.

2) Chi è in grado di operare o di decidere secondo il proprio arbitrio: siamo tutti arbitri delle nostre azioni. Per estensione, regolatore supremo, giudice inappellabile, signore assoluto: arbitro del gusto; arbitro della situazione; essere arbitro di vita o di morte; abitro di eleganza.

3) Nello sport, l'ufficiale di gara incaricato di far rispettare il regolamento tecnico e le norme federali, di giudicare e punire le infrazioni, di convalidare il risultato della contesa. In alcuni sport divide compiti e responsabilità con un collega (pallacanestro, hockey) ed è quasi sempre coadiuvato da altri ufficiali di gara (guardalinee nel calcio, cronometristi nella pallacanestro, giudici di porta nella pallanuoto, ecc.). Talvolta ha solo il compito di controllare il regolare svolgimento della contesa essendo la convalida del risultato devoluta a una giuria sulla quale non può influire (nel pugilato, quando non abbia i compiti di arbitro e giudice unico; nel pattinaggio artistico, ecc.). Gli arbitri indossano divise che non devono confondersi con quelle dei contendenti, secondo le disposizioni delle federazioni cui appartengono. Nel baseball, l'arbitro capo ha funzioni preminenti rispetto a quelle che competono all'arbitro di campo.

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