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Petőfi, Sándor

poeta ungherese (Kiskőrös 1823-Segesvár 1849). Di umili origini, di sangue non interamente ungherese (la madre era slovacca, il padre ungherese ma di nome slavo, Petrovics), fu il primo poeta ungherese a varcare i confini della lingua e ad acquistare fama mondiale. Solo ventisei anni di vita gli bastarono per raggiungere tale altissimo risultato. Il padre cambiava continuamente mestiere (fu macellaio, oste, agricoltore, allevatore) e residenza, donde i frequenti cambiamenti di luoghi e di scuole cui il giovane Petőfi dovette sottostare: si alternarono nella sua carriera scolastica istituti cattolici, luterani e calvinisti, ungheresi e sassoni, tra borghi agricoli e cittadine minerarie, cosicché ben presto egli acquistò una conoscenza diretta della terra ungherese e delle sue popolazioni, conoscenza tanto più profonda in quanto i frequenti spostamenti avvenivano il più delle volte a piedi. Di qui la conseguenza che nel genere della poesia descrittiva dei paesaggi, uno dei generi da lui portati alla perfezione, egli poté unire alla freschezza delle impressioni una innovatrice costruzione preordinata. Espletando funzioni di bibliotecario fin dalla giovinezza, fece molte letture accentuando la precocità del suo ingegno. Imparò presto il latino, il tedesco e lo slovacco, cui aggiunse in seguito la conoscenza del francese e dell'inglese e lo studio dell'italiano. Esordì come poeta nel 1842 sulla rivista letteraria più importante del tempo, l'Athenaeum, con Borozó (Il bevitore di vino), riuscì poi a pubblicare il suo primo volume di versi nel 1844, con l'aiuto di Vörösmarty che lo fece anche nominare vicedirettore del periodico di letteratura e di moda Pesti Divatlap. Da allora si guadagnò la vita sia come collaboratore sia come condirettore di diverse riviste: fu il quinquennio della sua produzione poetica che comprende pezzi teatrali originali e traduzioni da Shakespeare, racconti e romanzi originali e traduzioni da autori inglesi, francesi e tedeschi, prose di viaggi e di polemica giornalistica, di critica letteraria e di diari, un carteggio avvincente coi poeti suoi coetanei, poemi eroici, eroicomici, sociali e favolosi, oltre a un migliaio di liriche che a loro volta comprendono canzoni e satire, versi d'amore e patriottici, odi all'antica e moderni versi di spleen, poesie filosofiche e filastrocche per bambini, anacreontiche e poesie sui sentimenti familiari e sull'amicizia, macchiette e paesaggi. Coinvolto negli avvenimenti della rivoluzione ungherese del 1848, e non da puro spettatore, morì, seppur disarmato, sul campo di battaglia, ucciso dai cosacchi. Poeta di immediata reazione emotiva, la sua vita si ricostruisce abbastanza facilmente dalle sue poesie, e non fa meraviglia se i generi rivoluzionario, sociale e amoroso siano tuttora presso i lettori considerati come i generi più petofiani della sua produzione poetica. Di qui anche l'inguaribile biografismo della maggior parte dei suoi divulgatori, critici e commentatori. È invece nelle poesie sul paesaggio ungherese, sulla sconfinata e libera pianura, che si esprime il lirismo più intenso di Petőfi non meno che il suo credo politico nella libertà. Sebbene dal 1844 in poi le sue poesie vengano pubblicate in raccolte sempre più ricche di componimenti, vanno ricordati anche separatamente alcuni cicli importanti che ne fanno parte. Così Fronde di cipresso sulla tomba di Etelke, 34 liriche sull'evanescente storia di un amore appena sbocciato; Il prode Giovanni, una fiaba popolare che unisce al tono incantato della féerie il realismo dei personaggi (Petőfi è popolare non perché attinge al folclore, ma perché adopera un linguaggio semplice, capito dal popolo che egli vuole predominante della letteratura perché diventi trionfante nella politica); Il martello del paese, poemetto eroicomico su un fabbro di villaggio; Le nuvole, unica raccolta di pessimismo e di spleen nella produzione fondamentalmente ottimistica e positiva del poeta; L'Apostolo, nella cui figura Petőfi concentra tutte le disgrazie e tutte le colpe di un ingiusto ordinamento sociale. Tra quelle maggiori sono poi alcune poesie che non fanno parte di cicli. Si vedano tra quelle familiari: A mio fratello Stefano, Il buon vecchio oste, Il vecchio portabandiera; tra gli scritti alla moglie: Come chiamarti?, Il triste vento autunnale discorre con gli alberi, Alla fine di settembre; tra le grandi poesie sul paesaggio: Nella patria, Nella mia terra natale, La pianura, La pianura d'inverno, Il Tibisco, La piccola Cumania. E infine la poesia-profezia con la quale predisse con esattezza la propria tragica fine: Un pensiero mi tormenta!

G. Illyes, Petöfi, Milano, 1960; G. Capacchi, La lirica di Petöfi, Bologna, 1966; L. Pálinkás, Avviamento allo studio della lingua e letteratura ungherese, Napoli, 1969; G. Tolnai, Petöfi e la letteratura mondiale, Roma, 1976.