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Rattazzi, Urbano

uomo politico italiano (Alessandria 1808-Frosinone 1873). Deputato al Parlamento subalpino dal 1848, prese posto tra i banchi della sinistra e stese un progetto di fusione della Lombardia col Piemonte che prevedeva una stretta collaborazione tra le autorità sabaude e il governo provvisorio lombardo. Resse i dicasteri dell'Istruzione e quindi dell'Agricoltura nel gabinetto Casati, passando all'opposizione dopo l'armistizio di Salasco per entrare subito dopo nel governo Gioberti (1848-49) come ministro della Giustizia pur esprimendo perplessità che condizionarono negativamente la vita del gabinetto. Ministro degli Interni nel 1849 con Chiodo, fu favorevole alla ripresa delle ostilità e, dopo Novara, appoggiò d'Azeglio. Nel maggio 1852, eletto presidente della Camera, trovò con Cavour un'intesa, denominata subito “connubio”, destinata a dare al regno sabaudo un governo in grado di tradurre in pratica la Realpolitik di quest'ultimo all'insegna dell'adesione a una linea detta di centro-sinistra a causa della collocazione dei gruppi che ne erano protagonisti nell'ambito dello schieramento parlamentare e, ovviamente, dei differenti, ma non inconciliabili, orientamenti ideologici. Guardasigilli (ottobre 1853) e ministro degli Interni (marzo 1855) con Cavour, fece approvare la drastica risoluzione delle congregazioni religiose e il parziale incameramento dei loro beni (leggi Rattazzi, 29 maggio 1855), ma due anni dopo il suo credito fu scosso dal fatto che non riuscì a evitare i moti mazziniani di Genova. Quando nel gennaio 1858 Rattazzi dovette pagare con le dimissioni la crisi del “connubio” seguita a un insuccesso elettorale e alle pressioni, su Cavour, di Napoleone III, contrario alla sua permanenza agli Interni, accettò l'elezione alla presidenza della Camera (1859). In questa fase Rattazzi, divenuto intimo amico del sovrano, si accinse a risolvere problemi sia di carattere politico, sia di ordine personale. Dopo Villafranca, tornò agli Interni con La Marmora (luglio 1859) e vi restò fino al gennaio 1860. Primo ministro, ministro degli Interni e degli Esteri dal marzo 1862, si dimise in dicembre a seguito dei fatti di Sarnico e dell'Aspromonte. Analogamente andarono le cose cinque anni dopo, allorché, nominato primo ministro ad aprile, dovette rassegnare le dimissioni a ottobre a seguito della vicenda di Mentana. Tra i provvedimenti del suo secondo gabinetto, particolare rilievo ebbero le leggi “per la soppressione di enti ecclesiastici e la liquidazione dell'asse ecclesiastico” (agosto 1867), che indebolirono le posizioni della Chiesa.