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acetonemìa o chetonemìa

sf. [da acetone o chetone+-emia]. Presenza anormale nel sangue di corpi chetonici (acetone, acido acetacetico, acido β-idrossibutirrico, acidi amminici), derivati da cattiva combustione di sostanze lipidiche. La si può osservare nel diabete scompensato, nel digiuno prolungato, talvolta negli stati altamente febbrili, nelle diete troppo ricche di grassi con un insufficiente apporto di carboidrati. Può comparire anche durante la prima infanzia, specie fra i 3 e i 10 anni: in questo periodo della vita l'organismo incontra maggiori difficoltà nel mantenere costante il livello di glicemia, specie a digiuno, a causa del facile esaurimento delle scorte glicidiche: dopo aver bruciato tutti gli zuccheri a disposizione, l'organismo, inizia a bruciare anche i grassi per ottenere energia chimica, con conseguente produzione di corpi chetonici. Questo stato di intossicazione acidotica può provocare vomito, sofferenza e prostrazione con cefalea, sete, alito dal caratteristico odore di acetone. Il quadro regredisce in 24-48 ore se adeguatamente trattato. Le crisi acetonemiche sono frequenti in situazioni quali un digiuno prolungato, una malattia acuta con febbre, uno sforzo fisico molto prolungato, una gastroenterite, un'eccessiva assunzione di cibi troppo grassi. § In veterinaria, l'acetonemia è una patologia, frequente nelle vacche in lattazione, provocata da un'alterazione del metabolismo glucidico conseguente a errori alimentari. Si previene bilanciando la quota di carboidrati della dieta.

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