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ecocardiografìa

sf. [eco+cardiografia].

Metodica diagnostica che applica l'ecografia allo studio del cuore, consentendo di visualizzare in modo dinamico le strutture cardiache e di misurare con precisione le loro dimensioni. Le prime applicazioni degli ultrasuoni al campo cardiologico risalgono agli anni Sessanta. Questo tipo di indagine è andato via via assumendo un peso crescente nell'ambito della cardiologia, raggiungendo una vastissima diffusione clinica, grazie all'introduzione, accanto al “sistema monodimensionale” (M-mode) ancora molto utilizzato per le misurazioni degli echi prodotti dalle strutture cardiache, del “sistema bidimensionale” (B-mode o 2D), metodica esclusivamente “anatomica” che consente di osservare direttamente i movimenti del cuore in generale e delle singole strutture in particolare (valvole, pareti, pericardio, ecc.) durante il ciclo cardiaco. Il dato morfologico funzionale fornito dall'ecocardiografia M-mode e dal 2D è stato ulteriormente arricchito dall'informazione prettamente emodinamica generata dalla metodica Doppler (ecocardiografia Doppler spettrale, ecocardiografia color-Doppler, ecocardiografia da stress) che si basa sull'effetto Doppler e sfrutta la capacità degli ultrasuoni di misurare la velocità di scorrimento delle cellule del sangue nei vasi e nelle cavità cardiache. Esistono tre principi di ecocardiografia Doppler: continuo, pulsato e "color-Doppler", che prevede l'uso di una codifica a colori. L'avvento dei mezzi di contrasto ha inoltre potenziato l'esame ecocardiografico, che consente lo studio più o meno affidabile e più o meno diretto di quasi tutte le patologie cardiache a eccezione delle aritmie. L'ultimo mezzo di contrasto utilizzato in ordine di tempo è stato realizzato e sviluppato presso i centri più avanzati nel campo della diagnostica per immagini a livello mondiale. Esso consiste di microbolle grandi appena qualche micron, contenenti un gas inerte e rivestite di fosfolipidi, capaci di rendere visibile il sangue che passa anche nei capillari durante l'esame ecografico. Il loro contributo è prezioso: offrono infatti un'elevatissima accuratezza diagnostica per patologie altamente diffuse, come per esempio le malattie cardiovascolari e l'ictus, ampliando notevolmente anche le applicazioni cliniche relative a questi disturbi. Il segnale proveniente dalle microbolle è infatti in grado di valutare in modo semplice, rapido e non invasivo, se un tessuto riceve un adeguato apporto ematico o se invece è in condizioni di ischemia, come lo è per esempio il cuore quando le coronarie presentano un ristringimento del loro lume a causa della presenza di placche aterosclerotiche. In questo modo si possono studiare nel dettaglio le camere cardiache, i grossi vasi sanguigni, quali le arterie carotidi, il circolo cerebrale o le arterie degli arti inferiori, nonché la componente vascolare delle lesioni tumorali a carico della mammella e del fegato. Oltre all'effettuazione della diagnosi, le microbolle consentono di verificare la risposta a una determinata terapia. Si possono infatti utilizzare per constatare se la disostruzione di un vaso, la cui occlusione ha provocato un infarto, è davvero riuscita o se un coagulo di sangue lo ostruisce ancora.