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flebite

sf. [sec. XIX; da flebo-+-ite]. Processo infiammatorio, acuto o cronico, a carico di una vena o di un suo segmento. Fattori predisponenti e cause possono essere l'accelerazione del tempo di coagulazione, l'aumento delle piastrine, il rallentamento del circolo periferico, eventuali lesioni delle pareti venose, malattie infettive, gravidanze, parti, operazioni chirurgiche ginecologiche, per tumori alla prostata o al retto, ecc. La flebite si localizza più frequentemente alle vene degli arti inferiori, alla vena cava inferiore, alle vene pelviche e ai seni della dura madre. Si hanno talora flebiti migranti successivamente in vari distretti venosi. La sintomatologia è caratterizzata da dolore unilaterale, prima sordo poi urente, impotenza funzionale dell'arto colpito, rialzo febbrile, tachicardia; si ha poi un certo ingrossamento dell'arto per edema molle, lucente, dove è possibile palpare la vena come un cordone duro, dolente, arrossato e caldo e un certo interessamento delle linfoghiandole regionali (adenopatia satellite). Le complicazioni più temibili sono: le embolie polmonari, la trombosi venosa locale (tromboflebite) e possibili escare e gangrene dell'arto per partecipazione arteritica; infine la setticopiemia, dovuta alla diffusione di germi del focolaio trombotico nel torrente circolatorio. La terapia comprende riposo a letto con arto immobile e sollevato e l'uso immediato di anticoagulanti (eparina e dicumarolici), fenilbutazone e antibiotici, previo isolamento e identificazione del germe patogeno da un prelievo di sangue venoso. Le flebiti possono recidivare se si ripresentano condizioni favorenti (per esempio una successiva gravidanza, un volo aereo di lunga durata, un'immobilizzazione forzata). In queste situazioni è opportuno attuare misure preventive con eparina a basso peso molecolare o dicumarolici e l'uso di bendaggi o calze compressive.