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rovinismo

sm. [da rovina]. Gusto che in ogni età si è volto alle rovine come oggetto di meditazione. A cominciare dalle lamentazioni bibliche (col tema dell'Ubi sunt? che giungerà sino a Villon e ai moderni decadenti) lo spettacolo di architetture cadute per l'oltraggio del tempo e la trascuratezza degli uomini o per la loro malvagità in tempo di guerra ha generato stupore, tanto più grande quando si tratta di monumenti di antiche civiltà e in particolare di immensi imperi. In letteratura e in arte sempre le rovine esaltarono e commossero le anime dei grandi. Se Mario piange sui resti di Cartagine, Petrarca a essi si ispirò per un ritorno all'antica Roma e al suo ideale di civiltà e il filo conduttore delle rovine come immagine cui richiamarsi lungo l'arco dei secoli, J. Du Bellay lo riprese nella sua Antiquités de Rome, Raffaello e B. Cellini lo illustrarono nel loro amore per le grottesche. Ma il gusto, la riproposta delle rovine come fonte cui attingere il sentimento del grandioso esplose nel Sei e nel Settecento con un'evocazione che finisce col diventare un'esaltazione voluttuosa. I pittori fiamminghi si mossero nel puro ambito del pittoresco, gli italiani studiarono scavi e piani mossi da puro interesse archeologico e coordinarono linee e prospettive con un gusto per la decorazione che sfociò nel genere del capriccio, mentre Piranesi, superando gli uni e gli altri, ritrovò nella rappresentazione delle rovine spunti lirici di schietta ispirazione preromantica. Tutto è caduco, ma tutto rivela la grandezza dell'animo umano che alla tragedia oppone la sua creazione in senso di rivalsa o di ispirazione. Diversamente cantano il Foscolo dei Sepolcri e il Leopardi della Ginestra, l'uno a sprone dell'uomo, l'altro a contemplazione di una grandezza passata, in sentimentale legame col romanticismo che fece propria la poesia di edifici abbandonati. Concezione ispiratrice anche della pittura che esaltò la “poesia dei ruderi”, da Codazzi a Ghisolfi, da Pannini a Ricci, da Bellotto a Hogarth, passando dal rocaille al pittoresco, e con Goya all'accusa espressa dalle sue allucinanti pitture di guerra. Con lui avviene il gran salto nella nuova concezione del rovinismo: Goya è il profeta di un tempo che alle rovine della civiltà avrebbe sostituito le rovine della follia umana. Eco nel vuoto era ormai destinato a restare il canto di CarducciDinanzi alle terme di Caracalla. Il Novecento apparve con la maschera tragica di due guerre mondiali. La devastata umanità non poté più guardare alle rovine come al segno di una passata grandezza, ma solo contemplarle con l'occhio smarrito, e più che il canto dei poeti (Cardarelli, Ungaretti, Betocchi) trovò immagine della propria angoscia nelle tele di Picasso, Guttuso, Kokoschka, in cui il rovinismo appare come l'orrido frutto di un'insensata autodistruzione.

Bibliografia

R. Macauly, Pleasure of Ruins, Londra, 1953; W. Binni, in Preromanticismo italiano, Napoli, 1959; E. Raimondi, Rovine e altre immagini “barocche” in un poeta del Seicento, in “Studi di varia umanità in onore di Francesco Flora”, Milano, 1963; R. Negri, Gusto e poesia delle rovine in Italia fra il Sette e l'Ottocento, Milano, 1965; M. Wisdorf, S. F. Boff, Ruins: a Study of Romantic Painting, Londra, 1976.

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