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vènto

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Lessico

sm. [sec. XIII; latino ventus].

1) Movimento dell'aria relativo alla superficie terrestre, con prevalente componente orizzontale, causato da differenze di pressione prodotte da variazioni termiche nell'atmosfera. In particolare, rosa dei venti, v. rosa.

2) Fig., mutamento, volubilità: il vento della fortuna. Nella mitologia classica, il dio dei venti, Eolo; poetico, il regno dei venti, il mare. Nelle loc.: andare con il vento in poppa, navigare col vento favorevole; fig., avere buon successo in un lavoro o in un affare; gettare al vento, sprecare, spendere inutilmente; spargere ai quattro venti, divulgare, render noto a tutti; condursi secondo il vento, comportarsi secondo le circostanze; qual buon vento ti porta?, quale fortunata combinazione ti porta qui?; restare con le mani piene di vento, restare deluso nelle proprie speranze; pascer di vento uno, dargli solo chiacchiere; vento di fronda, spirito di ribellione, specie in politica; mulino a vento, che funziona sfruttando l'azione del vento; uomo pieno di vento, borioso.

3) Per estensione, aria, corrente d'aria: farsi vento con un ventaglio.

4) Eufemistico, emissione di gas dall'intestino; peto.

5) In gergo marinaro, esser sotto vento, navigare col vento contrario; vento di bompresso, lo stesso che mustacchio.

6) In astronomia, vento solare, corrente di particelle cariche che, sfuggendo di continuo dalla corona del Sole, va ad alimentare la massa di materia che permea lo spazio interplanetario. Vento stellare, flusso corpuscolare emesso dalle stelle molto calde, luminose e massicce che spesso compare anche spettroscopicamente in estesi aloni concentrici .

7) In metallurgia, corrente gassosa costituita da aria calda miscelata a ossigeno, immessa nei forni soffiati.

Geofisica: generalità

Il vento, di norma, è un movimento di aria che avviene all'interno di masse di grande estensione anch'esse in moto ma su scala planetaria; gli spostamenti sono determinati dalla reciproca posizione dei centri d'azione rappresentati da cicloni e anticicloni, ossia dalle masse d'aria le cui condizioni di temperatura e pressione determinano direzione e intensità dei venti. Le grandi masse d'aria fredda, più pesanti e a pressione più elevata, seguendo le più generali condizioni della circolazione atmosferica, tendono a occupare le zone dove staziona aria più calda e leggera: ciò provoca un flusso d'aria più o meno intenso e improvviso, il vento, sul cui movimento agisce inoltre la rotazione terrestre deviando il vento verso destra nell'emisfero boreale e verso sinistra nell'emisfero australe. I venti possono essere classificati in vari modi; in funzione della loro regolarità si distinguono venti costanti o permanenti se spirano con direzione e provenienza pressoché invariabili (per esempio gli alisei); venti periodici, se spirano con direzione alterna in determinati periodi di tempo (per esempio i monsoni, a lungo periodo; le brezze di mare e di terra, a breve periodo); venti irregolari, se sono caratterizzati da variabilità di direzione e provenienza (collegati con il susseguirsi delle perturbazioni atmosferiche). In funzione della distribuzione geografica si distinguono venti planetari e venti regionali o locali. I primi partecipano alla circolazione generale dell'atmosfera e sono in rapporto con la distribuzione delle vaste aree di alta e bassa pressione alle diverse latitudini: nella fascia compresa tra 25º di lat. N e S spirano venti costanti e regolari (gli alisei) diretti verso l'area depressionaria equatoriale; tra le alte pressioni subtropicali si hanno venti che soffiano verso le basse pressioni circumpolari da SW nel nostro emisfero e da NW nell'emisfero meridionale (venti occidentali); dalle alte pressioni sulle calotte polari verso le depressioni circumpolari spirano venti da NE nell'emisfero boreale e da SE in quello australe (venti polari). I venti regionali sono invece legati a situazioni bariche che si instaurano nel corso dell'anno con una certa regolarità su alcune regioni, spesso determinate da particolari configurazioni topografiche; tra i più caratteristici sono il föhn, il mistral, la bora, la tramontana (detti anche venti catabatici, cioè venti discendenti), il libeccio, lo scirocco, il ghibli ecc.

Geofisica: direzione e velocità

Il vento può essere considerato come una grandezza vettoriale e viene pertanto definito dalla sua velocità e dalla sua direzione. La direzione è individuata mediante appositi anemoscopi (banderuole, maniche a vento) ed è indicata con il punto della rosa dei venti da cui il vento proviene, o in gradi contati in senso orario a partire dal nord. La velocità, espressa in metri al secondo, in chilometri all'ora o in nodi, viene misurata presso il suolo con gli anemometri, o con gli anemografi se si vuole seguirne le variazioni nel tempo, e in quota mediante l'osservazione con teodolite di palloncini pilota o per mezzo di radiosonde. In assenza di strumenti, la velocità può essere individuata con l'osservazione degli effetti che la pressione del vento provoca su oggetti comuni (fumo, foglie, alberi ecc.), riferiti a scale empiriche convenzionali, tra cui la più usata è la scala di Beaufort; infine può essere determinata in base alla misura del gradiente di pressione. La velocità non è costante in senso verticale ma varia con la quota con una certa regolarità: in contatto con il suolo si ha quasi calma; negli strati immediatamente superiori il vento segue le asperità del terreno con conseguenti variazioni di velocità in più o in meno; quindi la velocità aumenta rapidamente fino a 500-600 m per decrescere leggermente per altri 200 m; riprende poi ad aumentare leggermente e irregolarmente fino a ca. 1500 m dal suolo; al di sopra di questa quota cresce con regolarità. Si individuano pertanto due zone principali: fino a 1500 m dove si ha il vento inferiore, che risente più o meno della morfologia della superficie, e oltre i 1500 m, dove si ha il vento superiore, la cui velocità dipende essenzialmente dalle condizioni barometriche. Sull'andamento del vento, in direzione e velocità, esercitano una notevole influenza i rilievi montuosi con effetti che si estendono a grande altezza dalle vette (fino a.0,3 volte l'altezza per le montagne isolate, fino a 3 volte l'altezza per le catene montuose) e iniziano a parecchi chilometri di distanza dai rilievi. Il vento, infatti, urtando contro i fianchi dei monti è costretto a seguirne l'andamento formando sopravvento una corrente inclinata avente una componente verticale in senso ascendente, e sottovento un'analoga corrente con componente verticale in senso discendente; in entrambi i casi si avrà la creazione di moti vorticosi. Sulle sommità montuose, inoltre, il vento spira con velocità maggiore che in pianura, perché tra le creste e gli strati d'aria sovrapposti si determina una strozzatura che costringe la massa d'aria proveniente dal piano ad aumentare la sua velocità. È da notare infine che il vento solo raramente è costituito da una corrente costante in velocità e direzione; di solito la sua velocità passa in brevi intervalli di tempo per massimi e minimi relativi, e così pure la direzione subisce continue oscillazioni. Sotto questo punto di vista, il vento può essere definito in base alla sua struttura nei seguenti tre tipi: vento laminare, regolare per velocità e direzione, formato da particelle che scorrono secondo filetti paralleli; vento turbolento, caratterizzato da forti e continue variazioni di velocità; vento a colpi o intermittente, caratterizzato da correnti deboli intercalate con improvvisi colpi di vento violentissimi.

Geofisica: forza

La forza che muove le particelle d'aria è costituita dalla differenza di pressione esistente tra due isobare successive ed è tanto maggiore quanto più alto è il suo valore e minore la distanza tra le isobare; la velocità del vento è quindi proporzionale al gradiente barico orizzontale e diretta, in assenza di altre forze, lungo il gradiente ovvero normalmente alle isobare. In realtà, le particelle d'aria, come ogni altro corpo in moto sulla Terra, subiscono una deviazione per effetto della rotazione terrestre, che è espressa dalla relazione D=2Vρω sin φ, dove D è l'accelerazione centripeta di Coriolis, V la velocità della particella, ρ la densità dell'aria, ω la velocità angolare terrestre e φ la latitudine; l'accelerazione (e quindi la deviazione), rivolta a destra della traiettoria nell'emisfero boreale, a sinistra nell'emisfero australe, è proporzionale alla velocità della particella e dipende dalla latitudine: è massima ai poli e nulla all'equatore. Si prenda in considerazione un'ipotetica particella d'aria O facente parte di una massa d'aria dell'emisfero boreale caratterizzata da isobare rettilinee e tra loro parallele. Appena la particella incomincia a muoversi sotto l'azione del gradiente G subisce l'azione della forza D, che farà deviare la particella a destra lungo la traiettoria OPRS. In ogni punto della traiettoria, G può essere scomposta in due forze: G₁ nella direzione del moto con azione di accelerare la particella e G₂ normale al moto con effetto equilibrante di D. Ma l'equilibrio non sussiste ancora in P perché G₁ fa aumentare la velocità della particella e di conseguenza anche D aumenta. L'equilibrio si raggiungerà solo nel punto S dove G₁ si annulla; in questo punto il moto sarà uniforme, rettilineo e parallelo alle isobare, cioè la particella avrà deviato di 90º dalla direzione iniziale. Vale pertanto la legge di Buys-Ballot secondo la quale nel nostro emisfero, volgendo le spalle al vento, la bassa pressione si trova a sinistra un po' sul davanti dell'osservatore, l'alta pressione a destra un po' indietro; nell'emisfero australe avviene il contrario. Nel ciclone e nell'anticiclone, che hanno il gradiente diretto radialmente, il vento si muove secondo spirali dirette, rispettivamente dalla periferia verso il centro e dal centro verso la periferia (circolazione antioraria e circolazione oraria). Bisogna tuttavia considerare l'azione di una terza forza, l'attrito tra aria e suolo, che agisce in senso contrario rispetto al moto come si osserva nel punto R. Ne consegue che G₁ sarà annullata prima del punto S: la deviazione sarà quindi inferiore a 90º e la direzione del vento non più esattamente parallela alle isobare. La velocità del vento, a parità di gradiente, sarà maggiore nei luoghi dove la forza deviatrice e l'attrito saranno minori; quindi sarà maggiore alle basse latitudini, negli strati d'aria superiori e sul mare e inferiore alle alte latitudini, in vicinanza del suolo e sulle regioni più accidentate. In generale, dove l'attrito è più piccolo il parallelismo tra isobare e direzione del vento è più elevato; prescindendo completamente dall'azione della superficie terrestre (approssimazione valida per i venti oltre i 1000 m) si può parlare di vento di gradiente, cioè di vento pressoché parallelo alle isobare. Nella realtà, le isobare non sono quasi mai parallele, ma, come avviene nei cicloni e negli anticicloni, sono costituite da linee curve; in tal caso il movimento del vento si compie lungo traiettorie curve e interviene allora la forza centrifuga che dipende dal raggio di curvatura delle isobare. In queste condizioni, considerando un vento di gradiente, il gradiente G sarà equilibrato da due termini: la forza deviante o forza geostrofica, che è sempre data dall'accelerazione di Coriolis, D, e la forza centrifuga o forza ciclostrofica data da C=ρV²/R (V la velocità del vento e R il raggio di curvatura); la forza geostrofica, diretta lungo il raggio di curvatura perpendicolarmente al vettore velocità, può essere rivolta tanto all'esterno (andamento ciclonico) quanto all'interno (andamento anticiclonico). La forza ciclostrofica è invece diretta sempre all'esterno della traiettoria: si avrà cioè G=D±C, dove il segno + sta a indicare concordanza di senso tra forza deviante e forza centrifuga e il segno - discordanza. È da notare infine che quando il raggio delle isobare è molto grande, il termine C diventa trascurabile e il vento di gradiente è detto vento geostrofico; al contrario, quando il raggio di curvatura è piccolo il termine C diventa prevalente e il vento è chiamato vento ciclostrofico.

Morfologia

L'attività modellatrice del vento è particolarmente evidente nelle regioni aride, caratterizzate dall'abbondanza di detriti fini, incoerenti, derivati dalla disgregazione fisica delle rocce (zone desertiche), da apporti marini (spiagge) o fluviali (pianure alluvionali). Come per gli altri agenti modellatori, i meccanismi attraverso i quali si esplica l'attività modellatrice del vento sono di tipo distruttivo e costruttivo. Nel primo caso rientrano in particolare i processi che portano al sollevamento di particelle dal suolo (deflazione), lo sfregamento reciproco e l'urto ripetuto delle particelle stesse contro ostacoli fissi (corrasione), generalmente rappresentati da spuntoni o pareti rocciose. Nella categoria dei processi costruttivi rientrano invece la deposizione e l'accumulo delle particelle via via abbandonate dalle correnti eoliche lungo il loro tragitto, particelle che risultano ben selezionate dal punto di vista delle dimensioni e abitualmente arrotondate (sabbie delle dune). In relazione al prevalere dei processi distruttivi o di quelli costruttivi, le forme caratteristiche dei paesaggi di modellamento eolico risultano assai diversificate tra di loro, tanto da consentire la ricostruzione dei tragitti delle correnti eoliche. Nel contesto dei paesaggi contraddistinti dalla dominanza del fenomeno della deflazione diventa per esempio eloquente il deserto petroso, che si forma appunto a seguito dell'asportazione totale delle particelle medie e fini. Quali forme secondarie indicative dello stesso ambiente di deflazione si possono poi avere i classici ciottoli triquetri, cioè quelli con le tre facce superiori smerigliate dalle particelle trascinate dal vento. Nelle bassure e nelle gole abitualmente percorse da correnti eoliche cariche di particelle, diventano invece tipici i “funghi di roccia”, le sculture alveolari, gli yardangs ecc., forme che debbono la loro origine alla corrasione, che è notoriamente più intensa in prossimità del suolo e decresce rapidamente in quota. Per quanto attiene poi alle zone a predominante sedimentazione eolica, si osserva che la forma più tipica è quella della duna, con pianta e sezione trasversale estremamente variabili in funzione di diversi fattori locali (dune trasversali, longitudinali, barcane ecc.), che ne condizionano anche la maggiore o minore mobilità. Sempre in collegamento con la deposizione eolica, si possono altresì citare gli estesi e spessi depositi di loess che si sono accumulati, nel corso del Quaternario, ai bordi delle principali coltri e lingue glaciali.