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vèrbo

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Lessico

sm. (pl. i vèrbi, ant. le vèrba) [sec. XIV; dal latino verbum, parola].

1) Parola: non proferir verbo.

2) In filosofia e in teologia, la Parola divina (Gesù Cristo, il figlio di Dio) rivelata agli uomini nell'incarnazione. Questo rapporto tra il Figlio-Verbo e il Dio Padre fu introdotto dal Vangelo di San Giovanni e ulteriormente approfondito nella dottrina trinitaria di San Tommaso, che lo spiega sulla base di un'analogia con l'umano verbum mentis.

3) In grammatica, parte del discorso che indica l'azione, il divenire, lo stato.

Grammatica

I grammatici latini usarono il termine generico verbum, “parola”, nell'accezione tecnica specifica di “verbo” sul modello del corrispondente vocabolo greco rhêma, “parola” e “verbo”. Anche la definizione dei grammatici latini verbum est pars orationis cum tempore et persona sine casu è chiaramente ricalcata sull'analoga definizione dei grammatici greci. Alcune di queste caratteristiche specifiche e peculiari del verbo sono state riprese e variamente sottolineate dai linguisti moderni: così per L. Hjelmslev il verbo è “un sémantème non susceptible de morphèmes de cas”, e per E. Benvenistela catégorie de la personne appartient bien aux notions fondamentales et nécessaires du verbe”. Queste definizioni si adattano bene al verbo delle lingue indeuropee, o di lingue che hanno un sistema verbale simile a quello indeuropeo, ma sono insufficienti e inadeguate rispetto alla realtà, anche profondamente diversa, di altre lingue. Il verbo italiano esprime un'azione, uno stato o un divenire e può variare secondo il genere (transitivo e intransitivo), la voce o forma o diatesi (attivo, passivo, riflessivo), la persona (la I indica colui che parla, la II colui a cui ci si rivolge, la III colui del quale si parla), il numero (singolare e plurale), il modo che può essere finito (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo) o indefinito (infinito, participio, gerundio), il tempo che può essere semplice (presente, imperfetto, futuro semplice, passato remoto) o composto (futuro anteriore, passato prossimo, trapassato prossimo). In italiano si distinguono inoltre tre coniugazioni: la I con l'infinito in -are (amare), la II con l'infinito in -ére con e tonica risalente alla II coniugazione del latino (temere) o con l'infinito in -ere con e atona risalente alla III coniugazione del latino (leggere), la III con l'infinito in -ire (dormire). In rapporto alla funzione svolta si distinguono i verbi ausiliari (essere, avere) e i verbi servili (dovere, potere, volere); si dicono difettivi i verbi che mancano di alcune forme (vertere), sovrabbondanti quelli che presentano due diverse coniugazioni (compiere e compire), impersonali quelli usati alla III pers. sing. (accade). Nelle lingue indeuropee antiche (e ancora in talune moderne) la categoria dell'aspetto prevale nettamente su quella del tempo. La flessione verbale indeuropea era caratterizzata non solo da diverse desinenze personali, ma anche da prefissi (aumento, raddoppiamento), infissi (latino sci-n-d-o, scindo, rispetto al perf. scid-i), suffissi (il perf. latino serp-s-i rispetto a serp-o, serpeggio, striscio), modificazioni della vocale radicale (latino cap-io, prendo, perf. cēp-i). Nelle originarie desinenze personali indeuropee si distinguono quelle primarie (usate generalmente per il presente e futuro, laddove esiste, e per il modo congiuntivo), e quelle secondarie (usate generalmente per l'imperfetto e l'aoristo, e per il modo ottativo): per la diatesi attiva le desinenze primarie erano al sing. I -mi, II -si, III -ti, al pl. I -mes/-mos, II -te, III -nti; quelle secondarie al sing. I -m, II -s, III -t, al pl. I -me, II -te, III -nt. Ci sono casi in cui la funzione di distinguere la persona non è svolta tanto da una desinenza quanto dal pronome personale soggetto: anche nel francese parlato le tre persone del singolare e la III pers. pl. (aime, aimes, aime, aiment) sono pronunciate allo stesso modo e la loro distinzione è resa possibile solo dall'uso del pronome soggetto (je, tu, il, ils). In alcune famiglie linguistiche, come in quella semitica, si hanno anche desinenze verbali diverse secondo il genere grammaticale (in arabo classico, per esempio, la desinenza di II pers. sing. maschile è -ta, quella femminile è -ti).

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