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L'arte del '900

Il futurismo

La data di nascita del futurismo fu segnata dal Manifesto del futurismo, pubblicato nel 1909 dallo scrittore Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944). Sulla sua scia, nel 1910 un gruppo di pittori lanciò a Milano il Manifesto dei pittori futuristi e successivamente il Manifesto tecnico della pittura futurista, firmato da U. Boccioni, C. Carrà, G. Balla, Gino Severini, L. Russolo. Caratteristiche della pittura futurista sono l'abolizione della prospettiva tradizionale e il moltiplicarsi dei punti di vista per esprimere il dinamico interagire del soggetto con lo spazio circostante.

Questo pandinamismo fu variamente interpretato: Boccioni, non dimentico della lezione cubista, lo tradusse in forme deformate e cariche di emotività, accentrate nelle linee-forza (Elasticità, 1912, Milano, collezione privata); Carrà non rinunciò mai totalmente ai valori plastici e pittorici (Donna al balcone, 1912, Milano, collezione privata); Balla scompose il movimento secondo una metodologia analitica e sperimentale che ne evidenzia la struttura sequenziale; Gino Severini (Cortona 1883 - Parigi 1966) frantumò le immagini in una molteplicità di piani-luce dal tenue e raffinato cromatismo; Luigi Russolo (1885-1947) dipinse immagini dall'accesa e contrastante cromia.

La morte di Boccioni nel 1916 e il contemporaneo passaggio di Carrà e Severini a soluzioni vicine al cubismo determinarono lo scioglimento del gruppo milanese e il trasferimento a Roma del centro del futurismo (nascita del secondo futurismo). Attorno a Marinetti si riunì un gruppo d'artisti, tra cui il modenese Enrico Prampolini (1894-1956), il trentino Fortunato Depero (1892-1960), Balla, assertori della necessità per l'arte futurista d'una progettazione totale e di una più concreta interferenza col reale (tavole polimateriche di Prampolini).

L'unico vero architetto futurista fu Antonio Sant'Elia (Como 1888 - Monfalcone 1916), la cui produzione è però limitata a disegni e bozzetti prospettici, senza alcuna indagine degli spazi interni e della distribuzione planimetrica, e alle teorie del suo Manifesto dell'architettura futurista. Da questi progetti emerge l'immagine di una "città nuova" futurista, in cui il dinamismo e la velocità sono fattori essenziali.

Umberto Boccioni

Pittore e scultore, Umberto Boccioni (Reggio di Calabria 1882 - Sorte, Verona 1916) nel 1907 si stabilì a Milano dove conobbe G. Previati e approfondì la conoscenza del divisionismo. Nel 1910 firmò il Manifesto dei pittori futuristi e il Manifesto tecnico della pittura futurista. Contemporaneamente eseguì le prime opere futuriste: La città che sale (1910-11, New York, Museum of Modern Art), che è la proiezione di un moto turbinoso irrefrenabile; la serie degli Stati d'animo (1911, Milano, Galleria d'arte moderna). Dal 1912 cominciò a dedicarsi alla scultura: Sviluppo di una bottiglia nello spazio (New York, Museum of Modern Art), Forme uniche nella continuità dello spazio (Milano, Collezione Mattioli), L'Antigrazioso (Roma, Galleria nazionale d'arte moderna). Nel 1913 pubblicò il Manifesto tecnico della scultura futurista. Nelle ultime opere (Ritratto del maestro Busoni) la sua pittura assunse caratteri nuovi, con un'attenta rimeditazione del futurismo alla luce anche dell'esperienza cubista.

Giacomo Balla

Giacomo Balla (Torino 1871 - Roma 1958) fu un artista autodidatta e dipinse i suoi primi quadri (paesaggi e scene di vita reale) con tecnica divisionista. Alle tematiche del futurismo si era avvicinato in seguito agli studi che aveva già intrapreso nella ricerca di effetti di luce e di dinamismo (Lampada ad arco, 1909, New York, Museum of Modern Art). Conosciuto Marinetti, fu tra i firmatari del Manifesto tecnico della pittura futurista. Accanto alle prime Compenetrazioni iridescenti del 1912-14 si pongono opere in cui studia le forme in movimento (Bambina che corre sul balcone, Milano, Galleria d'arte moderna; Automobile in corsa, New York, Museum of Modern Art; Dinamismo di un cane al guinzaglio, Buffalo, Collezione Goodyeer; L'archetto del violinista ecc.). Si occupò anche di arredamento (arazzi) e di scenografia (per i balletti di S. Djagilev). Negli ultimi anni dipinse secondo un naturalismo verista, che, sia pure saltuariamente, non aveva mai del tutto abbandonato.

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