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Grandi problemi della filosofia

L'estetica

Il termine estetica (dal greco aisthesis: sensazione) indica sia la riflessione filosofica sull'esperienza del sentire, sia la riflessione filosofica sulle opere d'arte e sul fare artistico.

L'intreccio tra le due definizioni si trova già in A.G. Baumgarten, fondatore dell'estetica come disciplina filosofica specifica. È nel corso del '700 che l'ambito dell'estetica da quello vasto di "scienza della conoscenza sensitiva" si sposta a quello più limitato di "filosofia dell'arte", intendendo per arte l'insieme di arti belle. I. Kant, rielaborando la nozione di Baumgarten, presenta l'estetica, da un lato, come teoria delle condizioni a priori della conoscenza sensibile nella Critica della ragion pura, e dall'altro come teoria del sentimento, del gusto, della bellezza, del genio nella Critica del giudizio.

È in definitiva il movimento romantico e quindi l'idealismo a intendere l'estetica come filosofia dell'arte, che però all'inizio dell'800 non si configura ancora come disciplina autonoma dal punto di vista metodologico e tematico, data l'identificazione romantica di arte, bellezza e verità.

È nel '900 che l'estetica tenta di conquistare la sua autonomia. Tra le dottrine estetiche di derivazione hegeliana, quelle di B. Croce e di G. Gentile, considerano l'estetica come filosofia dell'arte ma la riducono a momento di un più ampio sistema, mentre quelle della scuola di Francoforte (T.W. Adorno, H. Marcuse e in parte W. Benjamin, che uniscono all'influenza di Hegel l'ispirazione marxista) tendono a conservare l'autonomia della dimensione estetica soltanto a livello di ideale regolativo o di riscatto utopico dall'alienazione borghese.

La prima opera che apre all'estetica spazi di autonomia è l'Estetica e scienza generale dell'arte (1906) di M. Dessoir, in cui i campi dell'estetico e dell'artistico vengono distinti per poi coglierne le intersezioni. L'estetica rinvia all'ambito vastissimo del vissuto a livello sensibile, che insieme ad altre esperienze include quella della bellezza, ma nel quale non si esauriscono funzioni e finalità delle opere d'arte, ambito complesso che va compreso anche alla luce dei processi storici, culturali, sociali, economici dei quali dovrà tener conto una "scienza generale dell'arte".

Il tentativo di evidenziare la distinzione e il rapporto tra l'estetica intesa come scienza del sentire e l'estetica come filosofia dell'arte viene proseguito dalla corrente fenomenologica che si sviluppa con gli allievi di E. Husserl (T. Conrad, M. Geiger, R.W. Ingarden), con le ricerche di M. Merleau-Ponty e M. Dufrenne in Francia, con gli allievi di A. Banfi in Italia (E. Paci, L. Anceschi, D. Formaggio). Comune a questi autori è l'attenzione alla corporeità e alle sue valenze conoscitive e comunicative, che costituisce la connessione tra le due intenzioni dell'estetica, concepita soprattutto come analisi del gesto corporeo che nell'opera d'arte comunica un senso del mondo.

Una strategia completamente differente, ma che comunque connette le due definizioni dell'estetica trasferendole su un nuovo terreno, viene elaborata da M. Heidegger, che interpreta l'arte come "la messa in opera della verità", perché è in essa che si manifesta il senso del rapporto dell'uomo con il mondo. La filosofia contemporanea, con la crisi della nozione classica di verità, tende a cogliere nell'interpretazione delle opere d'arte un luogo privilegiato per la riflessione sul senso del mondo e dell'esistenza umana, spesso in alternativa alle certezze fornite dalla scienza.

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