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L'età greco-romana

Aspetti fondamentali del Sublime

L'opera rientra nel novero degli scritti destinati alla formazione degli oratori e tuttavia trascende la sua finalità quando esprime l'ideale estetico che sta alla base di ogni creazione artistica. Cosa sia da ritenere opera d'arte viene spiegato attraverso una serie di esempi scelti e menzionati dall'Anonimo, secondo criteri argomentativi ed espositivi estremamente moderni. Tra le molte citazioni presentate come espressione di grandezza poetica alcune risultano particolarmente illuminanti e significative: i celebri versi della Genesi (I,3) dedicati alla creazione del mondo, la seconda Ode di Saffo (fr. 31 Voight), brevi estratti dell'Iliade e dell'Odissea, estratti da tragedie, specialmente di Euripide, e delle orazioni, per lo più di Demostene. Le disquisizioni su problemi di estetica, la polemica contro la retorica contemporanea e le precisazioni fatte dall'Anonimo in qualità di critico letterario si fondono nella forma fluente e libera dell'epistola: il tono insolito e ben differente dallo stile saggistico e dal tipo di comunicazione sistematica dei manuali rende questo trattato un'opera polivalente, aperta, ricca di spunti ed assolutamente unica nel suo genere.

Il sublime: valore etico ed origine psicologica

Il “sublime”, di cui si occupa l'Anonimo, non va interpretato solamente come la grandiosa tensione espressiva raggiunta attraverso l'uso del linguaggio, della costruzione retorica e formale propri dello stile alto, detto altrimenti sublime. Il concetto di “grandiosità” che appare nelle pagine del trattato innanzitutto ha un grande valore etico e si origina da misteriosi meccanismi interni alla psiche umana. L'autore, infatti, nel VIII capitolo, affronta così il tema: “Il sublime è la risonanza con una grande anima [...] poiché non è possibile che chi coltiva per tutta la vita pensieri ed occupazioni piccini e servili possa produrre qualcosa di meraviglioso, degno di fama immortale, dato che è logico che siano grandi i discorsi di coloro i cui pensieri siano profondi.” Il sublime è quindi espressione di un animo grande e dell'intensità del pathos. Nello stesso capitolo l'autore analizza con grande precisione le fonti che originano il sublime: “Cinque sono le fonti più autentiche del linguaggio sublime e, come loro fondamento, vi è il talento per l'eloquenza, senza il quale tutto è inutile. La prima e più importante è la capacità di grandi concezioni; la seconda una passione violenta e ispirata. Queste due prime disposizioni al sublime sono generalmente innate; le altre si possono acquistare anche tramite la tecnica, e sono: una particolare costruzione delle figure, uno stile nobile [...] e la disposizione delle parole solenne ed elevata.”

Il rapporto tra artista e destinatario

La grandiosità di un'opera d'arte – per essere definita tale – si manifesta nel profondo legame di empatia tra l'artista, che utilizza le sue doti ed il suo talento per creare “opere sublimi”, ed il destinatario dell'opera. Unita ai sentimenti di commozione e di cedimento ad una dimensione non razionale, l'opera d'arte infonde nei suoi fruitori la convinzione che in tutti gli uomini sia radicata la “tendenza alla grandezza”; il procedimento di individuazione della sublimità nell'animo umano, inoltre, si accompagna sempre a uno stato di straniamento. Scrive l'Anonimo all'inizio della sua trattazione: “Il sublime trascina gli ascoltatori non alla persuasione ma all'estasi: perché ciò che è meraviglioso si accompagna sempre ad un senso di smarrimento e prevale su ciò che è solo convincente o grazioso, dato che la persuasione è in genere alla nostra portata, mentre esso, conferendo al discorso un potere ed una forza invincibile, sovrasta qualunque ascoltatore.”

L'apologia della genialità

Riprendendo le nozioni di “natura” (fùsis) e “tecnica” (tèchne) proprie della precedente trattazione, l'Anonimo dedica il XXXIII capitolo del Sublime ad un elogio delle qualità naturali, della fantasia e della creatività, necessarie per la creazione di opere d'arte. In aperta polemica con i poeti dotti ed eruditi dell'Ellenismo – antimodello per chi aspira al sublime – si deve preferire a una mediocre e misurata perfezione formale la genialità “non priva di difetti” e “rischiosa” ma feconda, capace di superare ogni limite e di volgersi alla sublimità più alta. Quindi il momento del sublime può comportare dei difetti formali, ma è comunque superiore per altezza di sentimento e profondità d'ispirazione, dato che “gli uomini hanno a portata di mano ciò che è utile e necessario, ma ammirano sempre ciò che è straordinario”.

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