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L'età arcaica

Catone il Censore

La lunga vita di Marco Porcio Catone (234-149 a.C.), il primo grande storico e oratore dell'età arcaica, abbraccia l'arco di tempo in cui Roma conquista il bacino del Mediterraneo e si trova alle prese con un'inarrestabile evoluzione sociale, politica e culturale. In opposizione alla corrente modernizzante e filoellenica, rappresentata in particolare dal circolo degli Scipioni, Catone rappresenta in senato l'elemento di punta dell'ala agraria e conservatrice che si oppone ai cambiamenti in nome del mos maiorum, degli onesti e morigerati costumi nazionali.

La vita

Marco Porcio Catone nacque a Tusculum (oggi Frascati) da una famiglia plebea di agricoltori benestanti, in un'epoca in cui la plebe poteva ormai raggiungere le massime magistrature dello stato. Partecipò giovanissimo alla seconda guerra punica, combattendo in Campania, in Sicilia e nella battaglia del Metauro (207). Homo novus percorse tutta la carriera politica (il cursus honorum), parteggiando per il gruppo conservatore. Fu tribuno militare; come questore nel 204, al seguito di Publio Cornelio Scipione in Africa, provocò un'inchiesta in senato contro il condottiero; nello stesso anno condusse a Roma Ennio. Fu edile nel 199; nel 198 pretore in Sardegna, quindi console nel 195 e censore nel 184 insieme a Lucio Valerio Flacco, il patrizio che lo appoggiò nella carriera politica. Come console governò la Spagna, come censore esercitò la carica con un rigore e una severità che gli valsero il soprannome di Censore. La sua attività politica fu sempre ispirata a un'intransigenza inflessibile contro quelle che considerava degenerazioni del costume romano. Si oppose così all'affermazione di ogni tendenza individualistica nella vita pubblica e alla cultura ellenizzante (più precisamente fu contrario a quelle idee pericolose per i principi della morale tradizionale); contrastò quei patrizi che si arricchivano illecitamente all'ombra dello stato, e ne fece espellere alcuni dal senato per improbità. Sostenne che si doveva pensare all'agricoltura e ai rapporti con il resto dell'Italia, prima della conquista di paesi lontani. Si oppose tenacemente all'abrogazione della lex Oppia, che imponeva limiti austeri alle spese private, specie quelle sullo sfarzo dell'abbigliamento femminile. Nel 155 ottenne l'espulsione dei tre filosofi greci Carneade, Diogene, Critolao, inviati da Atene a Roma come ambasciatori, perché considerava insidioso il loro influsso sui giovani, specialmente quello di Carneade. Promosse la terza guerra punica, sostenendo in senato la necessità della distruzione di Cartagine (Carthago delenda est): la spedizione iniziò l'anno della sua morte, (149) e così non potè assistere alla caduta della città. Sia pure pensando di agire in buona fede nell'interesse dello Stato, Catone attaccò con troppa leggerezza, forse per gelosia, patrizi dotati di benemerenze quali gli Scipioni, i Corneli, i Claudi, i Semproni; Scipione l'Africano fu da lui costretto all'esilio. Ma questo ebbe conseguenza, data la sua origine plebea, di aumentare il prestigio di quella osteggiata classe oligarchica, soprattutto degli Scipioni, perché l'impresa contro Cartagine fu proprio affidata con successo a Scipione l'Emiliano.

Le Origines

Rimangono pochi e brevi frammenti dei sette libri delle Origines (Le origini), la prima opera di storiografia scritta in latino, alla quale Catone si dedicò dal 168 fino alla morte. L'argomento è la storia di Roma, dalla fondazione alla spedizione di Sulpicio Galba in Spagna (151). La novità delle Origines consiste nel fatto che la storia di Roma non è sentita solo come quella della città, ma di tutti i popoli della penisola; oltre al primo libro, dedicato alla fondazione di Roma, il secondo e il terzo narrano le origini delle città italiche: da qui il titolo dell'opera. La narrazione è concisa e scarna, per sommi capi, come scrive Cornelio Nepote, e guarda alla realtà dei fatti e non alla forma letteraria; lo stile è semplice e disadorno. L'opera si stacca nettamente da quelle degli annalisti precedenti che scrivono in greco ed esaltano il nome dei condottieri secondo la moda ellenistica. Catone non indica mai per nome i suoi personaggi, scrive in lingua latina e per questo l'opera contribuì molto alla formazione di una coscienza nazionale.

L'oratore

Catone fu oratore abile ed efficace, più preoccupato della sostanza delle cose che dell'eleganza della formulazione. Una famosa massima sintetizza le idee di Catone in fatto di retorica: rem tene, verba sequentur (abbi ben chiaro il contenuto, e le parole verranno da sé). Scrisse orazioni per tutta la vita a causa del suo impegno politico: l'ultima arringa fu pronunciata in senato contro Servio Sulpicio Galba nel 149, l'anno della morte. Cicerone sosteneva di conoscerne 150; sono pervenuti però solo un'ottantina di titoli. I circa 250 frammenti testimoniano un linguaggio vivace e appassionato, spesso mordace e ironico, termini volutamente arcaici, espressioni rozze, tipiche della parlata contadina.

Del tutto perduti sono i Praecepta ad filium (Insegnamenti al figlio), un'enciclopedia di medicina, oratoria, arte militare, agricoltura, commercio, morale ecc., con la quale Catone si proponeva di educare il figlio personalmente, per evitare gli influssi grecizzanti che si andavano affermando allora nell'istruzione. Non è rimasto nulla anche delle Epistulae (Lettere) al figlio né del Carmen de moribus.

De agri cultura

Il tratto De agri cultura del 160 a.C. è il testo di prosa latina più antico che ci sia giunto intero, anche se poco significativo dal punto di vista letterario. È un manuale pratico del perfetto proprietario terriero. Sotto forma spesso precettistica e sentenziosa, in una prosa semplice e arida, il trattato dà indicazioni sulle varie attività agricole, dal come tenere la casa alle ricette di cucina, dai lavori agricoli stagionali ai sacrifici agli dei, alla produzione dell'olio e del vino, alle malattie degli animali e delle piante.

Riepilogando

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