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L'età di Cesare

La vita

Gaio Giulio Cesare (Roma 100-44 a.C.) nacque il 13 luglio da una antichissima famiglia di origine patrizia, la gens Iulia, che si vantava di discendere per via paterna da Iulo, figlio di Enea e, perciò, da Venere; per via materna, da Anco Marzio. La madre Aurelia era figlia di Aurelio Cotta, seguace di Silla; la zia paterna, Giulia, era sposata a Mario e la seconda moglie dello stesso Cesare, Cornelia, era legata al partito mariano, in quanto figlia di Cinna, uno dei capi democratici.

Gli anni giovanili

Sono scarse le notizie sulla sua formazione culturale, che dovette comunque essere molto approfondita e accurata. Il suo atteggiamento antiaristocratico si rivelò subito, quando si oppose al ripudio della moglie Cornelia, impostogli dal dittatore Silla. Già sospettato per i legami familiari (era imparentato con Mario e con Cinna), Cesare fu incluso nelle liste di proscrizione e si salvò fuggendo da Roma. Graziato dal dittatore per l'intervento di personalità legate alla famiglia della madre, giudicò più prudente non ritornare nella capitale e riparò in Asia nell'81, dove fece le sue prime esperienze militari. Ritornato a Roma nel 78, dopo la morte del dittatore, esordì sulla scena politico-giudiziaria pronunciando, senza successo, un discorso di accusa per concussione contro Cornelio Dolabella, potente rappresentante del partito aristocratico. Si recò quindi a Rodi per un viaggio d'istruzione e seguì le lezioni di Apollonio Molone, che era stato anche maestro di Cicerone.

L'adesione ai popolari

Rientrato a Roma, fu eletto pontefice nel 73 e riprese l'attività giudiziaria sostenendo l'accusa contro Antonio, parente del futuro triumviro. Aderì al cosiddetto partito democratico, divenendone in breve tempo uno dei capi. Nel 70 sostenne le leggi, proposte dai consoli Pompeo e Crasso, per ripristinare le prerogative dei tribuni della plebe, che Silla aveva esautorato, e richiamare dall'esilio i seguaci di Mario; nel 66 sostenne in Senato la legge Manilia che concedeva a Pompeo pieni poteri nella guerra contro Mitridate. Cominciò a guadagnarsi il favore del popolo con elargizioni in grano, denaro e spettacoli a proprie spese, al punto da indebitarsi pesantemente.

Il cursus honorum

La sua carriera politica fu rapida: questore in Spagna nel 68, edile nel 65, pontefice massimo nel 63, anno del consolato di Cicerone e della congiura di Catilina. È discussa la sua partecipazione all'impresa, comunque, una volta fallita, egli si oppose invano alla condanna a morte dei congiurati contro l'intransigenza di Cicerone. Fu pretore nel 62 a.C., propretore nel 61 nella Spagna Ulteriore, dove sottomise i lusitani. L'amministrazione della Spagna gli procurò fama e ingenti ricchezze, che usò per acquistare ulteriore influenza a Roma. Nel 60 si presentò candidato al consolato.

Il primo triumvirato

Eletto console nel 59 con l'appoggio di Pompeo e di Crasso, anch'essi scontenti del senato, stipulò con loro quel patto privato di enorme importanza politica che è noto come primo triumvirato. Rinsaldò la politica di alleanza con Crasso e Pompeo, cui aveva dato in moglie la figlia Giulia nel 60, e realizzò gli accordi stabiliti con loro, senza che il senato e l'altro console, Calpurnio Bibulo, potessero opporsi.

Fece approvare una riforma agraria (Lex Iulia agraria) per la distribuzione di terre ai veterani dell'esercito di Pompeo e ottenne la ratifica delle misure da lui prese in Oriente dopo la guerra mitridatica; per compiacere Crasso costrinse il senato ad abbonare parte della somma dovuta allo Stato dai cavalieri per gli appalti in Asia.

Il proconsolato in Gallia

Si fece affidare per cinque anni il proconsolato dell'Illirico e della Gallia Cisalpina, a cui si aggiunse poi (con la Lex Vatinia) quello della Gallia Narbonense. Lasciato il tribuno della plebe Publio Clodio a Roma per tenere sotto controllo il Senato, si recò in Gallia dove, dal 58 al 52 a.C., condusse con grande successo una serie di campagne militari. Conquistò l'intera regione fino al Reno, ottenendo un risultato fondamentale per l'espansione del dominio di Roma, oltre che per l'accrescimento del proprio potere personale. La proroga del proconsolato (56) per altri 5 anni lo trattenne in Gallia fino al 50. A Roma gli anticesariani del Senato avevano incominciato a riorganizzarsi, già con il richiamo di Cicerone dall'esilio nel 57 a.C. La situazione peggiorò con la rottura dell'equilibrio fittizio delle forze associate nel triumvirato per la morte di Crasso, sconfitto e ucciso dai parti nella battaglia di Carre nel 53, e con l'uccisione di Clodio (52). Cesare si trovò di fronte solo a Pompeo, che si era riavvicinato all'oligarchia senatoria ed era stato scelto come difensore della legalità repubblicana, per contrastare le mire di Cesare tese a creare un potere monarchico fondato sulla forza dell'esercito. Pompeo fu nominato console unico e incaricato di riportare ordine nella capitale, dopo i tumulti avvenuti in seguito alla morte di Clodio.

La guerra civile

Benché lontano da Roma, Cesare chiese nel 49 di presentarsi candidato al consolato, rifiutando di congedare l'esercito come ordinatogli dal Senato. Il Senato allora decretò lo stato di emergenza e affidò a Pompeo i pieni poteri, ma Cesare passò con una legione il Rubicone (10 gennaio 49), dando così inizio alla guerra civile. Impadronitosi facilmente dell'Italia, inseguì Pompeo in Oriente. Lo scontro decisivo avvenne a Farsalo in Tessaglia nell'agosto del 48, quando Cesare ebbe ragione dell'esercito senatorio di Pompeo, pur numericamente superiore. Gli ultimi focolai di resistenza, dopo la morte di Pompeo in Egitto, furono annullati in Africa a Tapso (46) e in Spagna, a Munda (45).

La dittatura

Padrone di Roma, Cesare varò una serie d'importanti riforme: allargò a 900 membri il numero dei senatori, inserendovi suoi ex ufficiali e molti provinciali; aumentò, a garanzia d'una migliore amministrazione dello Stato, il numero di questori, edili e pretori; estese la cittadinanza romana agli abitanti della Gallia Cisalpina; favorì le classi subalterne e in particolare i suoi soldati con assegnazioni di terre; modificò il calendario. Ispirandosi a quella moderazione che aveva assunto come costante riferimento del suo programma politico, non infierì contro gli ex avversari, evitando condanne e liste di proscrizione, come avevano fatto Mario e Silla: uno dei primi ad avvantaggiarsi del perdono fu Cicerone. Contemporaneamente egli consolidò il suo potere personale controllando personalmente la gestione di tutte le magistrature. Il Senato gli assegnò ripetutamente il titolo di console (46 e 45), quello di imperator, con cui controllava l'esercito, quello di censore triennale come praefectus morum e, infine, la dittatura a vita nel 44. Sebbene avesse rifiutato il titolo di rex, offertogli da Marco Antonio, il cumulo delle cariche e degli onori lo rese sempre più inviso all'oligarchia senatoria che, guidata da Marco Giunio Bruto e da Gaio Cassio, organizzò una congiura in seguito alla quale fu ucciso il 15 marzo del 44.

Riepilogando

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