Lessico

(Poetico e popolare òmo), sm. (pl. uòmini) [sec. XIII; latino homo-inis].

1) Ogni essere appartenente alla specie vivente più evoluta della Terra; in particolare: A) secondo la biologia, mammifero bimane a stazione eretta: il corpo, lo scheletro dell'uomo. Con significato collettivo, la specie umana: la comparsa dell'uomo sulla Terra; l'origine, l'evoluzione dell'uomo. B) In zoologia, nome generico (Homo) dei Mammiferi Primati Ominidi, di cui si conoscono tre specie: Homo sapiens, l'unica attualmente vivente, Homo abilis e Homo erectus, estinte (vedi Homo). C) Secondo molte religioni, essere superiore del creato, la più alta delle creature terrestri, composto di anima immortale e di corpo mortale: Dio creò l'uomo a propria immagine e somiglianza; il primo uomo, secondo la Bibbia, Adamo; il Figlio dell'uomo, Gesù Cristo. D) Individuo appartenente alla specie umana, considerato relativamente alle sue qualità fisiche o morali o alle particolari condizioni storiche e sociali in cui vive; spesso con valore collettivo: l'uomo è un essere intelligente; la natura, i difetti, le aspirazioni dell'uomo; l'uomo bianco, giallo, di colore; l'uomo primitivo, ignorante, evoluto; l'uomo del mondo agricolo, della civiltà industriale; l'uomo qualunque, l'uomo della strada, l'uomo comune, quello che rappresenta le esigenze e la cultura del cittadino medio; gli uomini, l'umanità nel suo complesso.

2) Individuo della specie umana caratterizzato dal sesso maschile; in particolare: A) individuo maschio (in contrapposizione più o meno esplicita a donna): l'uguaglianza di diritti tra uomo e donna; un uomo alto e robusto; abito, scarpe da uomo; vestirsi, agire, comportarsi da uomo, come un uomo, come un maschio; mezzo uomo, uomo piccolo, mingherlino, debole; un pezzo d'uomo, grande e robusto; anche fig.: a tutt'uomo, a tutta forza; come un sol uomo, tutti insieme, con decisione unanime. B) Individuo maschio adulto della specie umana (in contrapposizione a bambino, ragazzo): quando sarai uomo farai quello che vorrai. Con allusione alla saggezza, all'energia, alla sicurezza e ad altre simili qualità che si considerano proprie dell'adulto: sii uomo e affronta le tue responsabilità. C) Marito, compagno della donna; per lo più popolare e preceduto da un agg. possessivo: ha trovato il suo uomo; è disposta a qualunque sacrificio per il suo uomo.

3) Individuo indeterminato di sesso maschile, definito rispetto alle sue qualità, al contesto storico, sociale, politico, culturale nel quale vive: un uomo intelligente, onesto, buono, gentile, lavoratore, malvagio; uomo di spirito, di genio, di classe; uomo di chiesa, ecclesiastico; uomo di scienza, scienziato; uomo di mondo, molto esperto della vita o che ha frequenti relazioni con persone importanti, con l'alta società; per molte di queste loc., v. l'elemento determinante o il lemma a sé: buon uomo, v. buonuomo; uomo d'affari, v. affare; uomo di paglia, v. paglia ecc. Fig.: da uomo a uomo, parlandosi direttamente e con tutta franchezza. In senso più generico, persona indeterminata di sesso maschile: un uomo la stava seguendo.

4) Individuo specifico con determinate caratteristiche, adatto a un determinato compito, di cui si sta parlando o che è comunque individuato: è l'uomo che ci vuole; innanzi tutto bisogna capire l'uomo; l'uomo Machiavelli, l'uomo Manzoni, Machiavelli o Manzoni considerati non come scrittori ma nei loro aspetti e nei loro problemi individuali e biografici. Talvolta con valore prossimo a un pron. personale, dimostrativo o indefinito: se un uomo ti chiede aiuto, non puoi rifiutarti di aiutarlo; “l'uomo si vide perduto” (Manzoni).

5) Persona di sesso maschile addetta a determinati servizi o funzioni; operaio, dipendente, incaricato: l'uomo delle pulizie; l'uomo del gas, l'incaricato della lettura dei contatori, del controllo degli apparecchi; manderò uno dei miei uomini a prendere la merce; uomo di fatica, addetto a lavori pesanti; uomo di fiducia, a cui si affidano incarichi delicati, di responsabilità; uomo nero, in passato, persona così vestita in relazione al suo compito specifico (becchino, accompagnatore funebre e simili); fig., essere malvagio immaginario che si nomina per spaventare i bambini: chiameremo l'uomo nero che ti porti via con sé. Per altre loc. analoghe, v. i corrispondenti lemmi a sé o l'elemento determinante: uomo rana, v. rana; uomo sandwich, v. sandwich ecc.

6) Chi fa parte di una formazione militare, di un equipaggio, di una squadra sportiva e simili: il capitano incitava i suoi uomini; gli uomini della nazionale di calcio.

7) Nome di alcuni oggetti e dispositivi: uomo meccanico, automa; uomo morto (o solo uomo), attaccapanni dotato di un corpo centrale di sostegno, attorno a cui sono disposte varie corone di ganci e pomi; anche attaccapanni da camera a rotelle. In particolare, nelle ferrovie, uomo morto, dispositivo di sicurezza usato in alcuni comandi di motrici che entra automaticamente in funzione, provocando l'arresto del convoglio, quando viene a mancare per pochi secondi un piccolo sforzo che il macchinista deve costantemente esercitare; nella tecnica, foro d'uomo, apertura, chiudibile ermeticamente, praticata sui collettori delle caldaie, sulle pareti di casse, lungo condotti ecc. per consentire il passaggio di un uomo per visite, manutenzione ecc. È detto anche buco d'uomo o passo d'uomo.

Filosofia

La speculazione filosofica fa l'uomo oggetto precipuo della sua ricerca con la rivoluzione sofistica, espressione di una crisi di vaste proporzioni nella civiltà ellenica, in cui la centralità dell'uomo viene sottolineata per la prima volta, come punto fermo e criterio ultimo, nella dissoluzione dei valori e delle istituzioni (l'uomo “misura di tutte le cose” di Protagora): ma il relativismo sofistico rischiò poi di dissolvere anche questa certezza, sino a quando Socrate, Platone e Aristotele, sia pur con diversi accenti e connotazioni, tematizzarono la specificità della natura umana nella sua razionalità, nel suo essere dotata di ragione. È questa la definizione dell'uomo che più a lungo e più profondamente ha influenzato il pensiero occidentale, venendo integralmente accettata dai pensatori cristiani medievali e soprattutto dall'aristotelismo tomista che con questa definizione fonde l'altra, biblica e cristiana, dell'uomo “fatto a immagine e somiglianza di Dio”: l'uomo, creatura di Dio e come tale a lui soggetto, ha avuto, diversamente dalle altre creature, il dono della ragione e questo sta alla base anche della sua fede e della sua capacità di riconoscere l'esistenza e la gloria di Dio (e, sempre con Aristotele, sta anche alla base della sua natura comunitaria, politica e sociale). Problema dominante delle riflessioni sull'uomo nell'ambito del pensiero cristiano restò, comunque, quello dei rapporti tra l'uomo stesso e Dio, tra la creatura e il creatore: problema che in diversa forma si ripresenta in tutte quelle filosofie che pongono come centrale il rapporto tra finito e infinito, contingente e assoluto e la determinazione di esso, e che porta con sé alcuni dei massimi oggetti di riflessione del pensiero occidentale, tra cui centrale è quello del rapporto tra immanente e trascendente. Lo stesso concetto cristiano dell'uomo come creatura di Dio può poi condurre a dei risultati molto diversi, potendosi concepire l'uomo come schiacciato e nullificato dalla potenza divina o come creatura nobilitata e illuminata dal rapporto con il creatore e che, tendendo a questo, si fa essa stessa creatrice. Questa seconda interpretazione è caratteristica dell'Umanesimo e del Rinascimento e viene sostenuta tra gli altri da Pico della Mirandola. Essa è presente nello spirito dell'idealismo tedesco, particolarmente in J. Fichte e in G. Hegel i quali però spostano il discorso da un piano religioso a uno più filosofico, di carattere logico e ontologico: Dio è identificato con l'essere assoluto, l'uomo è inteso invece come una sua espressione, appendice scissa dall'unità primaria da lui recuperabile solo attraverso la speculazione filosofica. In una posizione diversa si collocano pensatori quali L. Feuerbach, K. Marx e, in una prospettiva particolare, F. Nietzsche che considerano l'idea di Dio e del rapporto uomo-Dio come mera illusione che impedisce all'uomo stesso di prendere chiara coscienza della sua realtà concreta, materiale e terrena. Tentando, in un'ottica differente, di definire l'uomo non solo per quanto riguarda la sua essenza metafisica, ma anche in relazione al suo posto nella natura e ai rapporti con i suoi simili, si incontra da una parte tutta la produzione filosofica relativa alla sua natura politica e sociale (da Aristotele a T. Hobbes, da J.-J. Rousseau al giusnaturalismo, sino alle moderne scienze politiche che risentono profondamente dell'influsso delle teorie marxiane), dall'altra tutti gli studi di carattere biologico e filosofico concernenti il rapporto uomo-ambiente naturale. Si tratta delle teorie evoluzionistiche sviluppate da Ch. Darwin che affermano la naturalità dell'uomo, inteso come polo culminante dell'evoluzione della vita. Dalla pretesa di fissare una volta per tutte la natura dell'uomo come essere razionale (Aristotele), come tramite tra la materia e lo spirito (Plotino, B. Pascal), come ragione finita impegnata in uno sforzo di autoperfezionamento (I. Kant), si passa con l'evoluzionismo, in tutte le sue forme, a un concetto dinamico del divenire e del mutare della natura umana, in rapporto all'ambiente e alle leggi naturali. Da questi presupposti è modificata anche l'idea di ragione che viene definita non più in modo metafisico, bensì strumentale e operativo (è la posizione del pragmatismo). Un'altra e diversa concezione dell'uomo è quella espressa dal pensiero esistenzialistico contemporaneo che nasce come tentativo di rimeditazione totale dell'esperienza umana e della posizione dell'uomo nei confronti del mondo e degli altri uomini. Esso muove da una particolare angolazione: quella del soggetto umano stesso, inteso soprattutto come progetto e come trascendimento anche se quasi sempre destinato al nulla, allo scacco o a una libertà assoluta, ma in realtà paralizzante e nullificante (M. Heidegger, K. Jaspers, J.-P. Sartre). Dall'esigenza della risoluzione di queste aporie nasce la filosofia postesistenzialistica che, pur mantenendo l'idea dell'uomo come progetto, lo concepisce altresì come relazione, sottraendone così l'esistenza all'isolamento e alla nullificazione.

Filosofia della scienza

Il problema dell'origine dell'uomo, sviluppatosi come conseguenza della diffusione del darwinismo, costituì nel corso del sec. XIX occasione di vivaci scontri tra materialisti e spiritualisti. La teoria evoluzionistica, infatti, togliendo al racconto biblico della creazione il valore di ricostruzione storica e accentuando il carattere meccanicistico della selezione naturale, poneva fine alla posizione privilegiata ed eccezionale dell'uomo, riconducendolo completamente nell'ambito delle leggi fisiche naturali. Il progredire delle ricerche scientifiche confermò la teoria evoluzionistica, mentre d'altro canto le tendenze spiritualistiche, abbandonando molte unilateralità, potevano giungere all'accettazione del concetto di processo evolutivo delle specie viventi, attribuendo a esso anzi, come in H. Bergson e P. Teilhard de Chardin, un posto centrale nel piano di ricongiungimento della natura al creatore. La nuova biologia, d'altronde, riconoscendo l'originalità dei processi viventi nei confronti dei semplici processi inorganici, ha eliminato il meccanicismo atomistico e riduzionistico della scienza ottocentesca, mentre la psicologia più recente, sia come gestaltismo sia come funzionalismo, pur accantonando il concetto tradizionale di anima e muovendosi anzi su di un piano rigorosamente scientifico, ha contraddetto l'atomismo psichico e l'associazionismo di H. Spencer e G. T. Fechner. L'unità della natura appare così sempre più come un “sistema di sistemi”, fondato certo sulle leggi fisiche generali, ma organizzato in ambiti e livelli dotati ciascuno di una propria originalità irriducibile individuata da precise leggi strutturali.

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