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Ganimède (mitologia)

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Mitologia

(greco Ganymḗdēs; latino Ganymēdes). Eroe della mitologia greca, figlio di Tros, un discendente di Dardano, e di Calliroe. Il tema mitico di Ganimede è costituito dalla sua bellezza, per la quale egli viene rapito da un personaggio invaghitosi di lui: Minosse, o Tantalo, o Aurora, o Zeus, il sovrano degli dei. La versione che fa di Zeus il rapitore è la più nota: il dio lo sottrasse alla vita terrena, mentre stava pascolando un gregge sul monte Ida, e lo assunse in cielo come coppiere degli dei. § Il nome dell'eroe mitologico è entrato, per antonomasia, nel linguaggio comune a indicare un giovane elegante e galante, damerino; fare il ganimede, fare il galante.

Iconografia

Sui vasi attici dei sec. VI-V a. C. il giovinetto è raffigurato mentre fugge inseguito da Zeus, oppure come coppiere, mentre gli versa da bere (coppa di Oltos nel museo di Tarquinia). Al ratto di Ganimede si riferisce probabilmente un gruppo fittile di Olimpia (ca. 470 a. C.), che venne da altri identificato come ratto di Pelope. A partire dal sec. IV a. C. prevalse il motivo iconografico di Ganimede rapito dall'aquila di Zeus, probabilmente su ispirazione dell'originale dello scultore Leocare, di cui è forse una replica il noto gruppo dei Musei Vaticani. A questo schema si rifanno, in età ellenistica e romana, le raffigurazioni su mosaici, pitture, stucchi, rilievi funerari. Il tema del ratto di Ganimede fu poi trattato da numerosi pittori e scultori dal Rinascimento in avanti: celebri, tra gli altri, i dipinti del Correggio (Vienna, Kunsthistorisches Museum), di Rembrandt (Dresda, Gemäldegalerie), di Rubens (Vienna, collezione Schwarzenberg) e il bronzo del Cellini con Ganimede cavalcante l'aquila (Firenze, Museo Nazionale del Bargello). In epoca neoclassica ricomparvero figurazioni del giovinetto nudo come coppiere degli dei (statua marmorea di B. Thorvaldsen, Copenaghen, Thorvaldsen Museum).

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