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Napoletana, Repùbblica-

governo repubblicano stabilitosi a Napoli nel 1799, a seguito della fuga dalla città di Ferdinando IV (23 dicembre 1798) e dell'assalto vittorioso dei Francesi del generale Championnet contro la città tra il 21 e il 23 gennaio dell'anno dopo. I patrioti, che già il 22 gennaio avevano proclamato in Castel Sant'Elmo la Repubblica Napoletana, ne chiesero a Championnet il riconoscimento; ciò avvenne il 24 gennaio; il governo provvisorio fu composto da venti persone (C. Lauberg, presidente, I. Ciaia, R. Di Gennaro, N. Fasulo, M. Delfico, L. Moliterno, D. Bisceglia, M. Pagano, G. Abbamonti, D. Cirillo che fu poi sostituito da G. Logoteta, D. Forges Davanzati, V. Porta, R. Doria, G. Manthoné, G. Riario, C. Paribelli, G. Albanese, P. Baffi, F. Pepe e P. Rotondo) cui si aggiunsero l'11 febbraio V. Bruno, G. Cestari, A. Nolli, P. Falcigni e D. Pignatelli del Vaglio. Organizzata sul modello giacobino, la Repubblica Napoletana era sottoposta al controllo di Championnet, sul quale faceva pressione il Direttorio francese affinché traesse dall'occupazione del Regno di Napoli quante più tassazioni e ricchezze fosse possibile e affinché guardasse alla Repubblica come a una base francese nel Mediterraneo e a una probabile merce di scambio in future trattative di pace con la coalizione che allora si era formata. Dimostratosi restio a una simile politica, Championnet fu richiamato a Parigi (27 febbraio) e sostituito da J.-E. Macdonald. Questi, urtatosi con il governo della Repubblica, fu a sua volta sostituito da A.-J. Abrial. Il 29 gennaio era stata intanto emanata la legge che aboliva i fedecommessi, le primogeniture e le sostituzioni e sotto Abrial fu approvata anche quella di eversione della feudalità (25 aprile). Quest'ultima però giunse troppo tardi: essa sarebbe stata l'unico mezzo che, se usato per tempo, risolvendo in maniera radicale il problema della terra, avrebbe potuto associare al movimento rivoluzionario le masse contadine; la popolazione delle campagne, stimolata dalla Rivoluzione, ma sviata dall'atteggiamento antipopolare dei Francesi e dalla propaganda reazionaria degli agenti borbonici e del clero, identificò infatti ben presto il giacobino con il borghese e addirittura con l'aristocratico, vedendovi il proprio nemico. I contadini seguirono così “l'Armata cristiana e reale” del cardinale Fabrizio Ruffo di Bagnara che, sbarcato da Palermo in Calabria, marciava su Napoli. Intanto a Napoli giungevano le notizie degli insuccessi francesi in Lombardia e il 7 maggio, lasciato un presidio di 900 uomini in Castel Sant'Elmo, uno di 2100 uomini a Capua e uno di 1500 a Gaeta, Macdonald col grosso dell'esercito si diresse verso il Nord. La Repubblica Napoletana, abbandonata a se stessa, fu strenuamente difesa dai patrioti al ponte della Maddalena, al forte Vigliena e nei castelli della città tra il 13 e il 23 giugno. Infine essi accettarono l'onorevole capitolazione offerta loro da Ruffo; ma poco dopo, anche a seguito delle pressioni di Nelson che aveva aiutato i Borbone, Ferdinando IV, rientrato a Napoli l'8 luglio, disdisse la capitolazione, mandò a morte più di 120 patrioti e ne condannò 1200 alla prigione.