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Ostpolitik

sf. tedesco (propr. politica orientale o verso l'Est). Termine con cui si definisce il “nuovo corso” della politica estera della Repubblica Federale di Germania, inaugurato dal cancelliere Willy Brandt (1969-74) col proposito di abbandonare le pregiudiziali e gli schematismi della guerra fredda e ottenere la normalizzazione dei rapporti con l'URSS gli Stati comunisti dell'Europa orientale. Le tappe più importanti dell'Ostpolitik sono state: il trattato di “non aggressione” con l'Unione Sovietica (Mosca, 12 agosto 1970); il Trattato di Varsavia (7 dicembre 1970) che ha sancito il riconoscimento dei confini dell'Oder-Neisse come confine occidentale della Polonia; il “trattato fondamentale” con la Repubblica Democratica Tedesca (maggio 1973), e infine, il Trattato con la Cecoslovacchia (20 giugno 1973) con cui è stato ufficialmente abrogato il Patto di Monaco (imposto da Hitler nel 1938). Pur proseguendo con slanci alterni, l'Ostpolitik ha rappresentato un punto di forza del processo di distensione culminato nella Conferenza di Helsinki (1975) e ha continuato ad animare la politica estera tedesca anche quando alla guida del Paese al Partito socialdemocratico si è avvicendata la CDU del cancelliere Helmut Kohl (1982). Proprio la prosecuzione di una politica di attenzione ai processi politici in corso nell'Est europeo ha facilitato, nel quadro di disfacimento dei regimi comunisti, la riunificazione della Germania (1990).

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