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benèssere (economia)

florida condizione economica dei singoli e dei Paesi. È nota come economia del benesserequella corrente di pensiero economico che, secondo la definizione di A. C. Pigou, l'economista inglese che ha coniato l'espressione nell'opera Economics of Welfare (1920), ha per oggetto “l'indagine delle influenze predominanti attraverso le quali sia possibile aumentare il benessere economico del mondo o di un Paese determinato” al fine di “suggerire forme d'intervento o di non intervento da parte dello Stato o di privati le quali possano favorire tali influenze”. Pigou intendeva per “benessere economico”, con palese richiamo all'utilitarismo benthamiano, l'insieme delle soddisfazioni (cioè delle utilità) provate dai singoli. Egli inoltre, considerando che le soddisfazioni o utilità, benché non misurabili, potessero in linea di fatto essere oggetto di confronti sia intrapersonali sia interpersonali, deduceva da questa premessa che ogni incremento di reddito reale complessivo accresce la soddisfazione complessiva della collettività e che ogni trasferimento redistributivo di reddito monetario da un soggetto più abbiente a uno meno abbiente aumenta anch'esso la soddisfazione complessiva consentendo l'appagamento di bisogni più intensi a svantaggio di altri meno intensi. I tentativi volti a definire il benessere economico e sociale, a ricercarne l'esistenza e i mezzi con cui raggiungerlo, non sorgono tuttavia nella storia del pensiero economico con Pigou ma si possono far risalire agli scolastici, agli economisti italiani del Settecento (A. Genovesi, C. Beccaria, P. VerriG. Filangieri) che usarono spesso l'espressione “felicità pubblica”, ai classici inglesi (in particolare J. S. Mill), a J. Bentham e infine a F. Y. Edgeworth e ad A. Marshall. Con Pigou l'economia del benessere viene trattata per la prima volta compiutamente e analiticamente e alle tesi da lui sostenute hanno rivolto le loro critiche i teorici della “nuova economia del benessere”: L. C. Robbins, P. A. Samuelson, J. R. Hichs, R. F. Harrod, A. Bergson, N. Kaldor, H. Hotelling, K. J. Arrow, D. Little e numerosi altri. Gli studiosi della nuova economia del benessere hanno abbandonato ogni premessa utilitaristica e si sono riferiti sostanzialmente a schemi paretiani. Essi pertanto, negando la possibilità di sommare le soddisfazioni individuali, in quanto eterogenee e non misurabili, e, in generale, accettando il concetto di “ottimo sociale” come la posizione da cui una certa collettività non potrebbe allontanarsi senza danno di qualche suo componente, hanno cercato di definire le condizioni che devono essere soddisfatte perché una posizione possa definirsi ottima. In particolare hanno cercato di determinare le condizioni necessarie per conseguire un'organizzazione nella produzione e nella distribuzione della ricchezza tale appunto da avvantaggiare quanto più possibile ogni individuo senza danneggiare nessuno. La relazione esistente tra una serie di fattori economici ed extraeconomici e il benessere sociale è stata formalizzata da Bergson e poi da Samuelson nella cosiddetta “funzione del benessere”. Gli studi succitati hanno contribuito a formare un patrimonio di nozioni, idee e risultati conseguiti, ormai largamente accettati. Si possono enucleare tre teoremi fondamentali dell'economia del benessere; essi sono stati dimostrati nell'ambito di un'economia concorrenziale in cui gli individui e le imprese non hanno alcun potere monopolistico e ricevono informazioni sui mercati esclusivamente attraverso il sistema dei prezzi. Si ritiene, inoltre, che i soggetti economici – siano essi individui o famiglie – sono razionali ed egoisti nel senso che, per orientare la propria scelta, risolvono un problema di massimizzazione della utilità che dipende dal proprio consumo (le imprese massimizzano una funzione di profitto). Secondo il primo di tali teoremi, il tipo di economia appena descritto, produce un'allocazione di beni e risorse che è ottimale nel senso di Pareto. Per il secondo teorema fondamentale, ogni allocazione ottimale nel senso di Pareto può essere realizzata come equilibrio concorrenziale. Il terzo teorema fondamentale (noto anche come teorema dell'impossibilità di Arrow) è relativo alla trasformazione di preferenze individuali in preferenze sociali. Esso afferma che non esiste alcuna funzione del benessere sociale che soddisfi le quattro condizioni di universalità, ottimalità nel senso di Pareto, di indipendenza e di assenza di un soggetto dittatore.

Bibliografia

W. J. Baumol, Welfare Economics and the Theory of State, New York, 1952; F. Caffé, Vecchi e nuovi indirizzi nelle indagini sull'economia del benessere, Roma, 1954; id., Saggi sulla moderna economia del benessere, Torino, 1956; R. Theobald, The Challenge of Abundance, New York, 1961 (trad. italiana, Milano, 1965); P. A. Baran, P. M. Sweezy, Monopoly Capital. An Essay on the American Economic and Social Order, New York, 1966; B. Jordan, Per un nuovo stato sociale. Equità e benessere nella società contemporanea, Civitanova Marche, 1989.