Questo sito contribuisce alla audience di

economìa

Guarda l'indice

Lessico

sf. [sec. XVI; dal greco oikonomía, amministrazione della casa].

1) Impiego razionale delle risorse disponibili per un determinato scopo; norma che regola l'amministrazione di beni pubblici o privati: contribuire col proprio stipendio all'economia della famiglia.

2) Uso oculato del danaro, risparmio, riduzione di spese: fare economia, risparmiare; senza economia, senza risparmio; investire le proprie economie, i propri risparmi; vivere delle proprie economie, dei propri risparmi.

3) Sistema economico: economia aperta, chiusa, di mercato, ecc.; apparato produttivo di un Paese: l'economia italiana.

4) Scienza (economia politica o scienza economica) che, secondo la definizione più celebre, quella di L. Robbins (1932), studia la condotta umana come relazione tra fini determinati e mezzi scarsi applicabili a usi alternativi.

5) In filosofia, disposizione dei mezzi per ottenere un fine determinato; in particolare, disposizione ottimale dei mezzi in vista di un fine; “economico” è quindi tutto ciò che ottiene il massimo risultato col minimo dispendio di mezzi. Il principio di economia è definito criterio normativo proprio di un qualsiasi ambito teorico o pratico o regola di comportamento seguita di fatto da un sistema complesso (la natura, la storia, lo stesso piano provvidenziale).

Sistemi economici

Economia chiusa o aperta, che non intrattiene o intrattiene rapporti di scambio con altri sistemi; economia collettivistica o pianificata, sistema economico centralizzato in cui i mezzi di produzione sono di proprietà della collettività e in cui le decisioni relative alla produzione, agli investimenti e ai consumi sono prese dall'autorità centrale; economia controllata, in cui, pur sussistendo la proprietà privata dei mezzi di produzione, spetta all'autorità centrale controllare e dirigere l'attività di produzione e di scambio; economia mista, in cui convivono iniziativa privata e iniziativa pubblica; economia di mercato o liberistica, in cui vige la proprietà privata e in cui l'attività di produzione e di scambio è lasciata alla libera iniziativa; economia matura, sistema economico sviluppato; economia dualistica, in cui sussistono contemporaneamente aree sviluppate e aree arretrate, cioè in cui identici fattori di produzione, in diverse parti del sistema, hanno una differente produttività marginale; economia di scala, il guadagno, in termini di produzione e di costo, conseguente a un aumento dell'efficienza produttiva e organizzativa. Dati i prezzi dei fattori produttivi, vengono realizzate economie di scala quando un certo incremento della produzione implica incrementi di costo meno che proporzionali. Le economie possono essere interne o esterne secondo se sono conseguite all'interno dell'impresa (per esempio, attraverso un ampliamento degli impianti) o se sono dovute a fattori esterni all'impresa (per esempio, allo sviluppo del ramo di industria cui l'impresa appartiene o dell'industria in generale). Sono monetarie se derivano da variazioni di prezzo dei fattori produttivi o delle materie prime. Economia di guerra, particolare organizzazione del sistema economico di un Paese durante i periodi bellici, caratterizzata da un accentuato controllo statale su tutta l'attività produttiva, in particolare sull'approvvigionamento e sull'utilizzazione dei fattori produttivi, in vista di provvedere soprattutto alle necessità militari prima che a quelle civili. Economia agricola, artigiana, industriale, commerciale, domestica, denominazione di un sistema economico in cui le attività produttive prevalenti sono rispettivamente l'agricoltura, l'artigianato, l'industria, il commercio, l'andamento della casa.

Economia politica: generalità

Studia l'attività posta in essere dagli uomini per utilizzare nel modo più efficiente le risorse disponibili al fine di soddisfare i propri bisogni. Essendo le risorse limitate e i bisogni illimitati, ogni individuo od ogni insieme di individui deve compiere delle scelte: l'economia politica studia le forme che assume il comportamento umano (individuo o società) nel compiere tali scelte, ponendo quale ipotesi fondamentale che esse vengano compiute in modo da massimizzare l'effetto utile e da rendere minimo il sacrificio o il costo (principio di economicità o del tornaconto). Compito dell'economia politica è quindi quello di analizzare i fenomeni della produzione, dello scambio, del consumo di beni nonché di ricercare le leggi che li regolano o le uniformità che in essi si manifestano e di porre in luce le relazioni che sussistono fra essi. L'applicazione di metodi matematici all'analisi di tali fenomeni è denominata economia matematica. L'economia politica si divide in microeconomia e in macroeconomia secondo che studi il comportamento delle singole unità economiche o grandezze relative all'intero sistema economico. Economia internazionale è quel ramo dell'economia politica che studia le transazioni economiche fra i diversi Paesi, transazioni che hanno per oggetto beni, servizi, capitali. Studia anche l'attività delle organizzazioni economiche internazionali in quanto connessa a tali transazioni. L'espressione economia politica è stata usata per la prima volta nel 1615 da A. de Montchrétien nell'opera Traité de l'économie politique con il significato di “amministrazione del patrimonio della città”. L'aggettivo “politica”, privato del suo significato originario, è rimasto a qualificare la disciplina nonostante i numerosi tentativi compiuti per modificarlo (Genovesi suggerì “economia civile”, Scialoia e Messedaglia “economia sociale”, Marshall “economica”).

Economia politica: storia del pensiero economico

Le origini della scienza economica o almeno i primi tentativi di comprendere i fenomeni economici risalgono agli antichi pensatori greci. In Platone e in Aristotele, se pur espressi in forma frammentaria e schematica, si trovano già concetti divenuti poi fondamentali nella storia del pensiero economico. Platone ebbe chiaro, per esempio, il concetto di divisione professionale del lavoro e ne intuì gli effetti sull'organizzazione della vita economica e sociale. Il contributo di Aristotele alla storia delle dottrine economiche fu più importante di quello del suo maestro: a lui si deve infatti la prima distinzione fra valore di scambio e valore d'uso, la prima definizione della natura e delle funzioni della moneta, la distinzione fra economica e crematistica, intesa la prima quale scienza di procurarsi beni per soddisfare bisogni necessari (mediante l'agricoltura, la caccia, la pesca) e la seconda quale scienza dell'accumulazione della ricchezza fine a se stessa (mediante il commercio). Nessun contributo all'interpretazione dei fenomeni economici è stato dato invece dal mondo romano: i Romani, in materia economica, furono più dei tecnici che dei teorici e di qualche rilievo è stato solo il loro apporto all'economia agraria. Il pensiero economico dell'età medievale fu ispirato ai principi del cristianesimo. Suo massimo rappresentante fu Tommaso d'Aquino e i più importanti problemi analizzati furono quelli del giusto prezzo e dell'usura. Con il sorgere degli Stati nazionali moderni, tesi a una politica di potenza e di predominio, e con l'ampliarsi e l'affermarsi dei rapporti commerciali, si diffuse in Europa, in particolare in Inghilterra e in Francia, un complesso di teorie cui è stato dato il nome di mercantilismo. Elaborate più da operatori economici che da studiosi di professione dalla fine del sec. XV alla prima metà del XVIII, tali teorie si risolvevano sostanzialmente in misure di politica economica di tipo protezionista e interventista. Vertevano soprattutto sull'arricchimento degli Stati mediante l'esportazione di beni e il corrispondente introito di metalli preziosi. Benché non costituisse una corrente di pensiero organica e coerente, il mercantilismo è stato tuttavia il primo esempio di dottrina economica avulsa da considerazioni moralistiche e religiose, tendente solo al conseguimento della ricchezza. Bisogna però giungere alla fisiocrazia, alla metà del sec. XVIII, per trovare il primo sistema di analisi economica con ambizioni scientifiche, la prima “scuola”. Denominati “gli economisti” per antonomasia, i fisiocratici furono in prevalenza francesi, seguaci di Quesnay. Le loro idee erano in opposizione a quelle mercantiliste: al protezionismo opponevano il laissez-faire, all'interventismo statale il liberalismo, alla ricchezza come danaro la ricchezza come produzione. Ad Adam Smith, Ricardo, Malthus e agli altri componenti della scuola classica spetta il merito di avere fondato, tra la fine del sec. XVIII e la prima metà del XIX, la scienza economica. Integralmente accettate o criticate, perfezionate o rifiutate, molte loro teorie essenziali animano ancora la problematica economica moderna. Lo stesso Marx, fondatore del più importante sistema di opposizione al pensiero classico, il socialismo scientifico, mutuò dai classici stessi schemi teorici e concetti fondamentali come quello del valore-lavoro. Dalla critica al sistema capitalistico, dalla necessità di difendere le economie nazionali dalla concorrenza di Paesi più industrializzati, da un rifiuto del metodo deduttivo di indagine, dalla negazione di leggi necessarie in economia, nacquero le più importanti correnti di reazione alla scuola classica. Furono il socialismo (associazionismo, sansimonismo, marxismo), il nazionalismo economico, la scuola storica. Negli anni intorno al 1870 si ebbe un'altra svolta fondamentale nello sviluppo del pensiero economico: il marginalismo, noto anche come scuola neoclassica. L'indagine scientifica passò dal livello “oggettivo” dei classici e dei loro seguaci e oppositori a quello “soggettivo”, assunse rilievo il concetto di utilità, fu introdotto un nuovo strumento di analisi: il principio marginale. Nei primi anni del sec. XX gli economisti dedicarono le loro energie a perfezionare e a sviluppare le conquiste dei teorici che li avevano preceduti. Il problema dell'equilibrio economico fu, in particolare, al centro dell'attenzione. Il nostro secolo, in cui la massima figura è J. M. Keynes, ispiratore della nuova analisi macroeconomica (le teorie del sec. XIX erano essenzialmente microeconomiche) e del nuovo liberismo, ha visto elaborare nuovi metodi di indagine come l'econometria e l'analisi dinamica e ha visto accendersi l'interesse degli studiosi intorno a nuovi problemi, non più relativi solo al funzionamento dei meccanismi della produzione e del mercato ma soprattutto relativi al funzionamento dei sistemi economici come tali, siano capitalisti o siano socialisti: sono i problemi del benessere, dello sviluppo, delle fluttuazioni cicliche, del ristagno, della piena occupazione, della pianificazione.

Economia politica: dalle origini al welfare state

Non meno importante della storia del pensiero per la comprensione dello sviluppo della scienza economica è la storia dei fatti economici. Come rileva Schumpeter “non si può sperare di comprendere i fenomeni economici di una qualsiasi età, compresa quella presente, senza un'adeguata padronanza dei fatti storici”. È quindi opportuno elencare brevemente le principali tappe dello sviluppo economico delle società umane. Nell'economia antica l'unità caratteristica è la famiglia; beni e servizi sono prodotti nel suo ambito e solo ai fini del puro sostentamento. L'agricoltura è la principale forma di attività e solo successivamente viene praticato in certo grado l'artigianato per fabbricare utensili atti a trasformare i prodotti della terra, suppellettili, oggetti di lusso. Gli scambi sono nulli o estremamente ridotti e prevalentemente in natura. La moneta vi svolge un ruolo del tutto secondario. È la fase dell'“economia domestica”, tipica forma di economia chiusa che secondo Bücher e Rodbertus caratterizzò il mondo greco-romano e quello feudale. A partire dai sec. XI-XII, lo sviluppo dei nuclei urbani modificò la vita economica dandole nuovo impulso. La città divenne centro di produzione artigiana, fondata prevalentemente sul sistema corporativo, e centro di scambi sia con le campagne, che dovevano offrire mezzi di sussistenza ai suoi abitanti, sia con le altre città vicine. Con il sec. XVI la vita economica si trasformò radicalmente conquistando quel dinamismo che non doveva più abbandonarla. Le scoperte geografiche allargarono gli sbocchi e modificarono le abitudini dei consumatori, l'afflusso di metalli preziosi dal Nuovo Mondo aumentò le disponibilità monetarie spingendo agli affari gli uomini più intraprendenti, nuovi movimenti intellettuali e religiosi svilupparono l'individualismo e spinsero alla cura degli interessi materiali. Protagonisti di questo sviluppo furono i Paesi dell'Europa occidentale, dove nacquero le prime forme di capitalismo commerciale e dove si affermò l'economia monetaria. La banca, la borsa, le compagnie commerciali sono le istituzioni rappresentative del periodo. L'espansione dei rapporti commerciali e l'incremento demografico impressero nuovo ritmo anche alla produzione. Dal capitalismo commerciale nacque il capitalismo industriale. Nel sec. XVIII si ebbe un'altra tappa fondamentale della storia economica: la rivoluzione industriale che, a sua volta, accentuò l'interdipendenza delle varie economie nazionali. Il sec. XIX fu per gran parte il secolo del liberismo economico, del laissez-faire teorizzato dagli economisti classici. Nata in Inghilterra, la rivoluzione industriale si diffuse durante il sec. XIX nel resto dell'Europa confermandola centro dell'economia mondiale. L'egemonia del Vecchio Continente durò fino agli ultimi decenni del secolo, quando lo sviluppo economico di Paesi extraeuropei, come gli Stati Uniti, da una parte, rovinose crisi economiche e guerre, dall'altra, la fecero crollare. Nel sec. XX, dopo l'affermarsi di nuovi sistemi economici, quelli collettivistici, due guerre mondiali e le conseguenti crisi economiche, tra cui quella gravissima del 1929-32, minarono profondamente le basi dei sistemi capitalistici, così come erano state costruite nei secoli precedenti, imponendovi nuove politiche economiche e sociali. Già Roosevelt, con il suo New Deal, attuò, dopo la crisi del 1929, una serie di misure sociali allo scopo di attenuare gli effetti della Grande Crisi; ed è soprattutto a partire dal secondo dopoguerra che si afferma, nella maggior parte dei Paesi, un sistema di protezione sociale noto come Welfare State, ovvero Stato sociale. Usato come strumento di politica economica, esso ha aiutato a risolvere importanti problemi di carattere sociale con particolare riguardo per il sistema educativo e formativo, le politiche del lavoro, la prevenzione e la tutela della salute, la previdenza, l'assistenza delle fascie più deboli della società, il sostegno delle famiglie. Sullo scorcio del sec. XX, però, la crisi del modello collettivistico e i mutati scenari geopolitici, la progressiva integrazione delle economie nazionali e la loro maggiore interdipendenza con la conseguente necessità di trovare nuove forme di collaborazione a livello mondiale, l'esigenza di una maggiore flessibilità e capacità di trasformazione dei sistemi produttivi, l'invecchiamento della popolazione hanno messo in crisi lo Stato sociale così come si era venuto strutturando.

Economia politica: la crisi e la riforma del welfare state

La riforma del welfare si avvia nel mondo in concomitanza con le gravi crisi economiche verificatesi negli anni Settanta e Ottanta; crisi che hanno messo a dura prova i conti pubblici di molti Paesi e hanno contribuito a un crescente accumulo del debito. I mutamenti demografici del pianeta, caratterizzati dal progressivo aumento della vita media della popolazione, favorito dallo sviluppo della medicina e dai cambiamenti economici e culturali avvenuti negli ultimi decenni, hanno provocato un sostanziale invecchiamento della popolazione, una continua flessione del tasso di natalità e un conseguente profondo cambiamento dei bisogni sociali. Anche il mercato del lavoro si è modificato nel tempo aggiungendo istanze volte a una profonda revisione del sistema del welfare. In particolare, il diffondersi del lavoro femminile ha messo in discussione il patto fondato sulla divisione dei ruoli sociali in base al sesso, la rigidità del modello lavorativo e dell'organizzazione sociale e, in generale, ha spinto a rivedere le regole del mercato del lavoro. L'obiettivo delle pari opportunità tra i sessi nella vita professionale ha comportato infatti un adeguamento dell'azione sociale, talvolta anche inducendo maggiori costi per la collettività (al fine di garantire la possibilità di meglio conciliare la vita professionale e quella familiare, la cura dei bambini o di altre persone dipendenti dalla famiglia). Altri mutamenti importanti del mercato del lavoro hanno riguardato l'avvio di un generale processo di deregolamentazione dell'attività lavorativa, con l'obiettivo di aumentare il livello di discrezionalità delle imprese nelle scelte di dimensionamento del proprio personale, di limitare le incondizionate tutele del lavoro dipendente, di promuovere l'espansione dell'area del lavoro precario, dei lavori a termine e di nuove forme di lavoro subordinato. L'ancora alto livello di analfabetismo, l'obsolescenza del sistema formativo e il mancato adeguamento della formazione nel corso della vita lavorativa hanno ulteriormente contribuito a sollecitare una revisione del welfare. Negli ultimi anni del sec. XX sono, dunque, stati realizzati i primi interventi per il risanamento dei conti pubblici nei principali Paesi industrializzati. Questo avviato processo di risanamento e di liberalizzazione ha provocato una revisione del ruolo dello Stato sociale che deve ora essere in grado di rispondere in modo efficiente alla maggiore flessibilità del mercato del lavoro, all'aumento delle insicurezze e delle disuguaglianze, al presentarsi di nuove forme di esclusione e povertà, alla nascita di nuovi bisogni, all'esigenza di offrire a tutti opportunità di inserimento nel lavoro e nella società. Le autorità pubbliche sono quindi impegnate a trovare il modo affinché le azioni sociali siano indirizzate a favorire le fasce della popolazione più esposte senza che il sussidio delle stesse pesi troppo sul livello occupazionale. Sempre più, infatti, il sistema di protezione sociale deve riuscire ad adattarsi alla nuova natura del mercato del lavoro, ricercando un difficile equilibrio tra le esigenze di flessibilità e di garanzia di una maggiore sicurezza sociale. Aumenta quindi la complessità delle questioni sociali ed è sempre più necessario affermare il valore della partecipazione democratica per sviluppare la lotta contro l'esclusione dalla società e rafforzare le procedure di valutazione delle politiche pubbliche. Il mutamento del sistema del welfare è stato in parte indotto, quindi, dalla profonda trasformazione subita di recente dal mercato del lavoro, che si trova di fronte ai gravi problemi della disoccupazione. La globalizzazione e il progresso tecnologico impongono, infatti, alle imprese continui interventi di riorganizzazione in conflitto con le rigidità dei tradizionali schemi di regolazione dell'impiego. L'evoluzione del mercato del lavoro, che fa seguito alla crisi del welfare, trova ancora oggi generalmente un quadro legislativo obsoleto e frammentato al quale vengono poste rinnovate e diverse esigenze: porre maggiore rilievo alla formazione professionale al fine di garantire un accesso più facile al mercato; rilanciare i lavori socialmente utili che rischiano di essere messi da parte a causa della loro limitata redditività; riorganizzare l'orario di lavoro (diffuse sono state le iniziative nei Paesi industrializzati volte a promuovere la riduzione dell'orario di lavoro) al fine di garantire una flessibilità tale da soddisfare le esigenze della produzione e dei lavoratori; promuovere gli interventi mirati alla continuità dei rapporti di lavoro, alla salvaguardia delle competenze professionali, ai percorsi di formazione e riqualificazione, al reimpiego; decentrare alcune competenze in materia di mercato del lavoro in modo da tenere conto delle diverse esigenze territoriali in un contesto nazionale di tutela dei principi e dei diritti fondamentali validi per tutti. Sulla base di questi principi unanimemente condivisi, si è fatto sempre più concreto all'interno degli organismi internazionali - tra i quali l'Unione Europea soprattutto durante gli anni Novanta - il desiderio di realizzare un'autentica politica sociale mondiale. Infatti, in considerazione del fatto che, se è vero che la competenza in materia di politica del lavoro deve restare essenzialmente demandata al livello del singolo Stato membro, è anche importante che il problema dell'occupazione sia affrontato a livello comunitario, l'Unione Europea ha sottoscritto nel giugno 1997 il Trattato di Amsterdam, quale sostegno di politica europea per l'occupazione alle azioni già intraprese a livello nazionale. Nel Trattato si istituisce un modello di coordinamento per le politiche dell'occupazione a livello comunitario che implica l'adozione di orientamenti comuni per l'occupazione e valutazioni annuali di quanto le misure che i singoli Stati nazionali adottano siano coerenti con tale linea comune. Tutto ciò mira a migliorare il funzionamento del mercato del lavoro, a creare nuove forme di organizzazione, a incoraggiare la mobilità dei lavoratori, a modernizzare e adattare i sistemi di protezione sociale. Discriminazione, diseguaglianza, povertà, esclusione minacciano ancora il sistema sociale. È necessario adattare i sistemi di protezione sociale alle nuove esigenze evitando eccessivi oneri finanziari. In Europa, raggiunta l'unione economica e monetaria, nasce quindi il bisogno di rafforzare i vincoli comunitari che spingano verso un mercato unico ben funzionante, una crescita sostenibile, una politica di coesione anche nell'ambito sociale e dell'occupazione. È necessario, cioè, integrare la stabilità macroeconomica con il sostegno al progresso sociale, affrontando anche il problema dell'invecchiamento progressivo della popolazione e del crescente squilibrio che si crea tra popolazione attiva e popolazione a riposo. Tale integrazione risulterà virtuosa quando si riuscirà a rendere la crescita e la stabilità macroeconomica mezzi per rafforzare le riforme strutturali e aumentare il tasso di occupazione. Nel rispetto della strategia per l'occupazione e dell'affermarsi dei comportamenti migliori (best-pratices) si realizzano interventi volti a promuovere forme innovative per la creazione di nuovi posti di lavoro attraverso provvedimenti locali di sviluppo (patti territoriali ed economia sociale), a sviluppare una cultura imprenditoriale, a incentivare gli investimenti nello sviluppo delle risorse umane, a sollecitare le parti sociali perché concludano con sollecitudine accordi per la formazione dei lavoratori, a garantire le pari opportunità.

Bibliografia

C. Bresciani Turroni, Corso di economia politica, Milano, 1960; M. Fanno, Elementi di scienza economica, Torino, 1961; C. Napoleoni, Il pensiero economico del 900, Torino, 1963; H. Denis, Histoire de la pensée économique, Parigi, 1965; F. Caffè, Politica economica, Torino, 1966; A. Pesenti, Manuale di economia politica, Roma, 1970; S. Lombardini, Corso di economia politica, Torino, 1971; R. Barre, Economie politique, Parigi, 1972; G. Carli, Economia, società, istituzioni, Milano, 1989.