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sf. [sec. XIV; da borghese]. La classe sociale costituita da imprenditori commerciali, industriali e finanziari, proprietari terrieri e liberi professionisti, posta tradizionalmente tra il proletariato e la nobiltà.

Storia: dal XI al XVIII secolo

Il termine ha assunto significati diversi non solo secondo i periodi storici cui lo si è riferito, ma anche in rapporto agli intenti, spesso vivacemente polemici, con cui lo si è usato dalla metà dell'Ottocento al Novecento. Inesistente fino al periodo feudale, l'immagine del burgensis compare negli atti giuridici del basso Medioevo (sec. XI-XII), per indicare i componenti di un ceto urbano intermedio, che fondava la sua ricchezza e il suo potere sull'artigianato e sulle attività commerciali e bancarie, ponendosi subito in lotta con i gruppi aristocratici e con le masse contadine e rivendicando una esplicita autonomia di diritti e di doveri, così da sottrarsi ai vincoli della giurisdizione feudale. Contemporaneamente, il progressivo distacco da un'economia di sussistenza e lo sviluppo della divisione del lavoro portarono al formarsi di gruppi sociali di produttori specializzati e di commercianti, pronti a gravitare intorno a un mercato, che diventerà l'ideale centro di incontro e di scambio del nuovo sistema economico. Tale convergenza di interessi fu rafforzata dall'affermarsi di un comune spirito civico, capace di precisare diritti e privilegi di questa nuova classe e di resistere, anche con la forza, alle pretese restrittive dei grandi feudatari. In Europa le città italiane furono tra le prime a organizzarsi come entità politiche ed economiche indipendenti, invertendo, a cominciare dal sec. XIII, il tradizionale rapporto di subordinazione verso la campagna. La nascita delle corporazioni, se da un canto fortificò la posizione del cittadino, del borghese cultore di un'arte o di un mestiere, dall'altro suscitò un conflitto tra arti maggiori e arti minori, che finì col creare delle caste chiuse e monopolistiche incapaci di stabilire rapporti proficui con l'estero. Intanto dall'Italia il fenomeno si allargò ad altre regioni europee, particolarmente la Borgogna, le Fiandre, la Baviera, la valle del Reno, le coste del Baltico e del Mare del Nord, dove la nascente classe borghese trovò motivi convergenti di interesse con le nuove monarchie nazionali, soprattutto in Francia, Olanda e Inghilterra, nella lotta contro i privilegi politici ed economici della nobiltà. Il sorgere dell'apparato statale moderno è così opera sia delle monarchie nazionali sia della borghesia. Inoltre le scoperte geografiche, il definitivo affermarsi dell'economia monetaria, l'introduzione delle macchine consentirono alla borghesia di raggiungere quell'accumulazione primaria di capitale che è alla base della trasformazione da un sistema produttivo prevalentemente agricolo alla cosiddetta “prima rivoluzione industriale” operata intorno alla metà del sec. XVIII. Anche la riforma religiosa, come ha chiarito Max Weber, ha contribuito a potenziare l'etica individualistica e attivistica che ha dato vigore all'espansione borghese.

Storia: dal XIX al XX secolo

Quando la borghesia reclamerà dalla monarchia nazionale anche la gestione diretta del potere politico, l'equilibrio fino allora mantenuto tra i residui della tradizione e la nuova società capitalistica s'infrange, provocando in forme e modi diversi (dalla rivoluzione inglese a quella americana e francese) il crollo definitivo dei privilegi aristocratici e delle ultime restrizioni alla libera iniziativa individuale in campo economico. Contemporaneamente anche il mondo agricolo, utilizzando gli stessi principi egualitari, partecipava alla diffusione della piccola e media proprietà borghese, fino ad abolire il latifondo feudale. A questo punto il liberalismo si presenta come il nuovo dogma, dominante per tutto il sec. XIX, con una rigida difesa della libertà economica e un potere di intervento statale circoscritto a compiti di garanzia dello statu quo internazionale. L'asserita subordinazione alla clausola della “volontà della nazione” diventa la chiave per giustificare, una volta messa in crisi l'autorità del principe, il predominio della nuova classe di governo. E come aspetti della nuova ragion di Stato, al posto dei motivi di onore o di espansionismo dinastico, acquistano importanza i temi della difesa e del potenziamento dell'economia nazionale, spesso identificati con le necessità di accrescimento dei profitti della borghesia al potere. Ma il gioco esasperato della libera competizione economica, l'impiego di più avanzate tecnologie per la produzione su vasta scala, la nascita di grandi imprese monopolistiche collegate al capitale bancario e ai centri politici finiscono per minare gli stessi fondamenti del “credo” della borghesia, vale a dire l'assoluta libertà d'iniziativa individuale e l'estraneità dello Stato dal gioco delle forze economiche. Così l'intero sistema si trova condizionato dalle esigenze dei colossi produttivi, che fanno pesare la loro potenza anche sulle decisioni politiche, sia all'interno sia nei rapporti internazionali. Si viene, però, accentuando quel fenomeno, latente fin dalle origini della borghesia, di spaccatura fra i diversi strati della classe borghese, con l'emergere, accanto alla grande borghesia capitalistica, dei cosiddetti “ceti medi”, che raccolgono settori sempre più vasti di piccoli produttori, di commercianti, di impiegati, burocrati e tecnocrati.

Storia: la teoria marxista

Marx ed Engels – la cui teoria sociale è stata peraltro sviluppata in chiave talvolta dogmatica e acritica tanto dai movimenti politici rivoluzioniari del sec. XX (il leninismo) quanto dal revisionismo di fine secolo – identificavano nella borghesia la classe detentrice dei mezzi di produzione e di scambio. In quanto classe dominante, essa si costituiva perciò in soggetto politico antagonistico agli interessi e ai bisogni del nuovo proletariato industriale, malgrado l'accentuato dinamismo delle sue relazioni sociali e la sua straordinaria capacità di adattamento al mutamento tecnologico. Questo carattere ambivalente della borghesia – soggetto per eccellenza rivoluzionario e, insieme, cardine di un intero sistema del privilegio e delle diseguaglianze – ispira l'idea di lotta di classe e quella di comunismo come futura società senza classi. Le imponenti trasformazioni sociologiche, economiche e politiche indotte dall'evoluzione storica del sec. XX hanno però affermato una rappresentazione meno netta e meno “economicistica” della nozione di borghesia. In particolare, l'originaria grande borghesia – perso il ruolo di antagonista politico dei residui ceti aristocratici – si è venuta identificando con la nuova classe di gestione, in un'accezione più politica che economica. Analogamente – soprattutto nei Paesi sviluppati – la tradizionale media e piccola borghesia si è venuta progressivamente identificando con gli strati sociali prodotti dall'imponente crescita del settore dei servizi pubblici e privati (terziario) in quanto nuova classe di servizio. Questa nuova classe – galassia di complesse e spesso contraddittorie aspirazioni politiche e identità culturali – è stata oggetto sin dagli anni Cinquanta e Sessanta di un'analisi attenta soprattutto alle dimensioni proprie della cultura e della psicologia di massa (E. Fromm, C. Wright Mills, la stessa Scuola di Francoforte). Viceversa, osservando retrospettivamente la crisi dei regimi comunisti dell'Est europeo, è possibile ricostruire i caratteri – originali quanto inquietanti – di una borghesia di comando caratterizzata essenzialmente da ruoli di controllo politico.

Bibliografia

B. Croce, Un equivoco concetto storico: la “Borghesia”, in “La Critica”, pag. 261-274, Bari, 1928; A. Berle, The Twentieth Century Capitalist Revolution, New York, 1954; C. Moraze, Les bourgeois conquérant (XIXe siècle), Parigi, 1957; F. Colmet-Daage, La classe bourgeoise; ses origines, ses lois d'existence, son rôle social, Parigi, 1959; R. Aron, Dix-huit leçons sur la société industrielle, Parigi, 1962; R. Dahrendorf, Classi e conflitti di classe nella società industriale, Bari, 1963; R. Aron, La lutte des classes, Parigi, 1964; C. W. Mills, Colletti bianchi. La classe media americana, Torino, 1967; S. Lanaro, Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia, Venezia, 1987.

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