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Lessico

Sf. [sec. XIX; da colonizzare].

1) Il colonizzare, l'attività di fondare una colonia o di ridurre un Paese a colonia. Anche l'opera colonizzatrice svolta da una data nazione in un determinato periodo.

2) Per estensione, trasferimento di gruppi biologici di una determinata specie in un territorio diverso da quello d'origine per insediarvisi stabilmente.

3) Il complesso delle opere di bonifica e di trasformazione di un territorio, atte a rendere possibile uno stabile insediamento rurale su di esso.

Storia: le origini, dai Fenici alle Crociate

Benché si possa supporre che già i più antichi popoli mediterranei e mesopotamici abbiano posto delle basi operative sulle coste del Mediterraneo, del Mar Rosso e dell'Oceano Indiano a fini politici o per scopi commerciali, solo a opera dei Fenici, a quanto ne sappiamo, sorsero quegli stabilimenti permanenti che, per vari aspetti, preludono alle moderne colonie . La loro fondazione si colloca tra il II e il I millennio a. C. (pressappoco negli stessi secoli della prima grande migrazione degli Elleni verso le coste dell'Asia Minore e le isole dello Ionio); ebbero funzione essenzialmente di deposito e di rifornimento commerciale e, ponendosi come mercati ed empori, esclusero ogni conquista territoriale (sotto questo profilo esse anticipano il tipo di colonizzazione portoghese e olandese dei sec. XV-XVII). I rapporti di queste colonie con la madrepatria dovevano essere molto stretti, a eccezione forse di Cartagine, che pur riconosceva, almeno formalmente, il legame con Tiro anche nei secoli del suo maggiore splendore. Profondamente diverse furono la colonizzazione greca e quella romana. Le città greche colonizzatrici furono soprattutto quelle delle coste e delle isole dell'Asia Minore (Mileto), dell'Eubea (Calcide ed Eretria) e della costa settentrionale del Peloponneso (Corinto e Megara). Mileto si orientò di preferenza verso la Tracia, gli stretti e le coste del Mar Rosso; le altre città preferirono invece dirigersi verso Occidente colonizzando l'Africa settentrionale (Cirene), la Spagna (Massilia) e soprattutto l'Italia meridionale e la Sicilia, che erano facilmente raggiungibili navigando sotto costa e offrivano condizioni climatiche assai simili a quelle della Grecia. Le colonie romane assolsero il compito di assorbire l'eccedente popolazione dell'Urbe, di compensare i legionari smobilitati per il loro lungo servizio, di dare lavoro ai disoccupati, ma soprattutto di espandere l'area di influenza di Roma, della sua civiltà e del suo diritto. A partire dal sec. II a. C., con l'annessione di province fuori d'Italia, le colonie accentuarono il carattere militare di avamposto difensivo, a eccezione di quelle dedotte da Cesare e da Augusto in Gallia, Spagna, Africa e Oriente che furono essenzialmente civili. In età imperiale “colonia” divenne un titolo assai ambito e molte città dell'Italia e dell'Impero ne furono insignite, anche se, dopo Adriano, non vi fu più alcuna reale deduzione. Quando cadde l'Impero, la colonizzazioneromana era quindi finita da tempo. Il fenomeno della colonizzazione si ripresentò con le Crociate, che costituirono la prima grande occasione di espansione per l'Europa. Sorte indubbiamente sotto la pressione di motivi ideali, divennero ben presto un grosso affare commerciale per le Repubbliche marinare italiane che approfittarono delle conquiste militari per intensificare i loro lucrosi traffici con l'Oriente, mediante la costituzione di basi, o colonie, nei porti e nelle città del Vicino Oriente. Il momento culminante di questa espansione, che per alcuni aspetti si può già definire coloniale, si ebbe dopo la IV Crociata quando, per esempio, la colonia veneziana di Costantinopoli costituiva una vera e propria città governata autonomamente e si andavano sviluppando i più vasti possedimenti nelle isole. Essi costituirono veri e propri imperi nei quali tutte le risorse locali (e piantagioni nuove, tropicali, come la canna da zucchero e il cotone) venivano sfruttate anche mediante l'impiego di schiavi.

Storia: l'era moderna, le Americhe, l'Africa e l'Asia

Tuttavia solo l'impresa di Cristoforo Colombo e i viaggi di esplorazione portoghesi e spagnoli aprirono, tra la fine del sec. XV e l'inizio del XVI, il capitolo della colonizzazione moderna. Ma mentre il Portogallo, che aveva fini strettamente commerciali, si industriò di creare, mediante una rete di stabilimenti in Africa e in Asia, un regime di monopolio per i prodotti esotici più ricercati (concentrando i propri sforzi anziché sull'occupazione militare, sull'influenza economica nelle zone di produzione), la colonizzazione spagnola, nata anch'essa come impresa privata (sia pure con una partecipazione finanziaria preponderante della Corona), si trasformò subito in Conquista, vale a dire in un rapporto di dominio su territori occupati con le armi. La Conquista si pose come prosecuzione ideale della Riconquista degli ultimi regni arabi di Spagna: la animò lo stesso spirito, mistico e avventuroso assieme, che era poi quello dei cadetti e degli hidalgos, vale a dire di tutti coloro che, bastardi o diseredati delle grandi famiglie spagnole, cercavano la ricchezza con l'alibi della conversione degli infedeli. Con le encomiendas (enormi estensioni di terra con diritti sugli abitanti) il re concedeva un titolo nobiliare. Ne nacque, nelle Americhe, una gerarchia feudale, sempre più accentratrice e chiusa a mano a mano che in Spagna la monarchia diventava assoluta a scapito di autonomie e privilegi. Per altro la Casa de contratación accentrava tutto il commercio coloniale e il Consiglio supremo delle Indie ne emanava e coordinava le leggi. La società si cristallizzò e si deteriorò nelle sue forme arcaiche; il commercio, a senso unico, entrò rapidamente in una crisi senza uscita. Ma il seme era gettato: in ogni contrada d'Europa si favoleggiava di galeoni carichi d'oro e di spezie, di terre fertilissime: era l'Eldorado, era l'oro del Perú di cui gli Stati marinari (Paesi Bassi, Inghilterra, Francia) si sentivano in qualche modo defraudati. E mentre la Spagna dilapidava le ricchezze del Nuovo Mondo in guerre senza fine e senza costrutto, proprio queste guerre aprirono a quegli Stati la “via delle Indie”. Al mero fatto economico s'aggiunse poco dopo il concetto di “potenza”, avallato da una serie di errori politici, a mano a mano che la gara coloniale divenne più viva. L'unione personale delle corone iberiche, con la chiusura del porto di Lisbona (1580) alle navi dei Paesi Bassi che solitamente vi si rifornivano di prodotti “coloniali”, spinse i mercanti olandesi a ricercare in proprio le mercanzie di cui avevano bisogno. Ciò avvenne in un momento in cui la Spagna era debole e non aveva né le forze militari né i mezzi finanziari per reagire: l'Olanda non ebbe difficoltà aimpadronirsi di gran parte delle basi ex portoghesi e di volgere a proprio vantaggio l'influenza commerciale della rivale. Simile al tipo di colonialismo portoghese, ma esplicato più intelligentemente, fu dunque quello olandese, che si articolò in due grandi organismi di diritto privato: la Compagnia unita delle Indie Orientali e la Compagnia delle Indie Occidentali. Tipicamente politica, sia pure con qualche eccezione, fu invece la colonizzazione francese, sviluppatasi nei sec. XVII e XVIII, ma la sua grande espansione (Canada, America Meridionale, Asia) fu frenata da alcune cause interne (scarso afflusso di coloni, rigido accentramento amministrativo, intolleranza religiosa) e dai rovesci militari subiti a opera degli Inglesi specie durante le guerre di Successione, dei Sette anni e napoleoniche. Più oculata, larga di concessioni autonomistiche (ma rigidamente controllati il commercio e l'industria), senza preconcetti religiosi e sorretta da una vigorosa migrazione, la colonizzazione inglese fu sostenuta fermamente, specie a partire dal regno di Elisabetta I, dallo Stato, ma si avvalse anche largamente dell'iniziativa di privati e di gruppi cui venivano delegati poteri giurisdizionali e amministrativi. Tutto ciò diede notevoli risultati, cosicché se il periodo 1598-1815 vide il condominio coloniale anglo-franco-olandese, l'età che va dalla caduta di Napoleone al 1876 fu senz'altro appannaggio degli Inglesi, la cui incontrastata potenza coloniale si trasformò in eccezionale strumento politico. La scoperta del Congo aprì, dopo il 1876, con la spartizione dell'Africa, l'ultima fase, la più virulenta, dell'espansione coloniale. La Francia riprese con vigore e con successo la sua politica coloniale, lo stesso neonato Reich germanico contese all'impero britannico il dominio su vasti territori del continente nero; scese in campo anche l'Italia; il Belgio si installò nel Congo; la Russia e il Giappone si batterono in Asia; gli stessi Stati Uniti furono coinvolti in questo turbine acquistando e conquistando isole e territori. Crollarono i resti dell'immenso impero spagnolo, mentre il Portogallo ampliò e consolidò i propri domini in Africa. Fu questo il periodo “imperialistico” per eccellenza, quello in cui il possesso coloniale si legò strettamente al concetto di potenza; tutto ciò non fu senza reazioni all'interno dell'Europa (dove la dottrina colonialistica fu acerbamente combattuta) e all'esterno, negli stessi Paesi colonizzati, dove, tra le due guerre, sorsero, o risorsero, sopiti aneliti indipendentistici. Legata, come si è detto, al concetto di potenza, la colonizzazione europea crollò con il tramonto della potenza europea. Ma se il processo di decolonizzazione fu rapido e ampio, esso non fu forse altrettanto profondo, dando vita sovente a una nuova forma di colonizzazione, detta neocolonialismo.

Bibliografia

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