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Fenici

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Descrizione generale

(greco Phóinikes; latino Phoenīces), popolazione semitica di nord-ovest che abitava la costa siriana fra il sec. XIII a. C. e l'età romana. Il nome attribuito dai Greci significa forse “rosso porpora”, tipico prodotto locale. I Fenici acquistarono uno stacco politico e culturale rispetto all'entroterra siro-palestinese verso il sec. XII a. C., anche se sul piano etnico-linguistico e culturale i Fenici sono i diretti continuatori dei Cananei: abitavano una striscia di terra stretta tra i monti (Libano) e il mare, in città-stato situate su isolette (Tiro, Arwad) o sulla costa (Sidone, Biblo, Beirut); l'insufficienza del territorio e la felice posizione commerciale, tra i grandi mercati dell'Oriente (Babilonia e Assiria, Egitto, Siria, Anatolia) e le terre dell'Occidente mediterraneo, determinarono la vocazione commerciale e artigianale dei Fenici.

Storia

Non molto si sa sulla storia delle città fenicie nei sec. XII-X a. C.: di Biblo parlano il racconto egiziano di Wenamon e una serie di epigrafi regie locali; testi assiri (Tiglatpileser I) danno notizie su Arwad e la Fenicia settentrionale; l'Antico Testamento parla del re di Tiro Ḥīrām. Già nel sec. XI si sviluppò la navigazione fenicia nel Mediterraneo, alla ricerca di metalli, verso Cipro, la Sardegna e la Spagna. Le date della tradizione greca per la fondazione delle prime “colonie” (Cadice 1110, Utica 1101) si riferiscono a queste antiche spedizioni mercantili. La crescente pressione militare dell'Assiria (divennero province assire: nel 743 la Fenicia settentrionale con capitale Sumura, nel 677 la Fenicia centrale con capitale Sidone, nel 671 la Fenicia meridionale con capitale Usu) e lo sviluppo commerciale e coloniale delle città greche persuasero i Fenici a passare dalla navigazione mercantile con punti d'appoggio alla fondazione di vere colonie di popolamento: Cartagine; Mozia, Palermo, Solunto (Sicilia); Cagliari, Nora, Sulcis, Tharros (Sardegna); nella Spagna meridionale e nelle Baleari. Le colonie si resero autonome e si organizzarono sotto il predominio di Cartagine. Le città della Fenicia invece, dopo il duro periodo di dominazione assira e babilonese, si ripresero nei sec. VI-IV sotto l'Impero persiano, interessato a mantenere buoni rapporti per usufruire della flotta fenicia nelle guerre contro i Greci. Alla metà del sec. IV però la penetrazione commerciale e culturale greca in Oriente e sintomi di crisi dell'Impero persiano determinarono rivolte delle città fenicie, cosicché la spedizione di Alessandro Magno fu accolta con favore (a esclusione di Tiro espugnata nel 333 a. C.). Con l'inserimento nei regni ellenistici, la Fenicia, esposta alla penetrazione economica, demografica e linguistica greca, cessò di avere una storia autonoma.

Religione

Manca la sintesi organica di una religione nazionale fenicia che abbracci la vasta area temporale (a partire dal III millennio a. C.) e spaziale (dalla costa siriaca a Cartagine). Questo risulta sia per il carattere frammentario e settoriale della documentazione, sia per l'inesistenza di un'effettiva unità culturale fenicia, limitata in questo caso a città-stato. Ogni città-stato per edificare se stessa dovette affermarsi come differente dalle altre, avere propri dei inconfondibili, propri culti, miti e tradizioni. D'altra parte pochi sono gli elementi comuni. Il nome El, per esempio, nelle lingue semitiche significa generalmente “dio”. Si potrebbe ipotizzare una fase protosemitica religiosamente orientata dalla credenza in un essere supremo detto El, anteriore al momento storico “fenicio” che è politeistico. In tale momento storico, in cui nominalmente i Fenici sono già distinti da altre popolazioni semitiche, ogni dio diventa parzialmente un El, ed El scompare, restando, tutt'al più, come personificazione mitica. In questa posizione lo si trova a Ugarit, dove El ha affidato la sovranità del mondo a Yam, dio del mare; a questi la toglie Baʽal, il dio poliade di Ugarit . Se Yam, come mare, può indicare una certa realtà comune ai Fenici che si affermarono culturalmente come “navigatori”, Baʽal indica la specifica realtà di Ugarit che si afferma culturalmente come “città di Baʽal”. La figura di un dio della città, sul tipo di Baʽal e in sostituzione di El, diventa comune a tutti i Fenici, ma non serve ad accomunarli; anzi serve a distinguerli come appartenenti a questa o a quella città. Tanto che se è comune a tutte le comunità un dio sul tipo di Baʽal, esso avrà un nome diverso a seconda della città: a Tiro si trova Melqart (re della città), a Sidone Eshmun, a Biblo Adone (signore), a Berito Eliun (nel cui nome è conservato El), a Cartagine Hammon (o Baʽal Hammon). Né è soltanto questione di nomi: le caratteristiche di ciascuno sono diverse. Laddove la sovranità del dio è meno accentuata, acquista importanza una dea paredra, sposa o compagna: Astarte a Sidone, Baalat Gebal a Biblo, Tinnit o Tanit a Cartagine, ecc. D'altra parte sia la presenza di una dea paredra, magari in posizione subordinata, sia la concezione di un “dio che muore”, magari relegata in un viaggio agli Inferi, compaiono nelle religioni di ciascuna città. Per ritrovare un fondamento comune, quindi, non ci si può arrestare a una religione pan-fenicia, ma si è costretti ad andare oltre la nazione fenicia, per arrivare a tutta la cultura della “mezzaluna fertile”, dalla Mesopotamia all'Egitto: per esempio, per caratterizzare l'Adone di Biblo si deve far ricorso tanto al mesopotamico Tammuz, quanto all'egiziano Osiride. Il discorso vale anche per la concezione della dea paredra (anche sotto forma di sorella) che rinvia non solamente a modelli mesopotamici, ma anche egiziani: la dea egiziana Iside che risuscita il fratello-sposo Osiride. Qualcosa di più pertinente alla civiltà fenicia si può forse dire circa i luoghi di culto: non tanto i templi, tutti d'epoca tarda e d'ispirazione o egiziana o greca, quanto le bāmōt e i tophet. Le bāmōt (alture) erano sacrari all'aperto accentrati a un altare. I tophet erano piccoli sacrari dove si veneravano i bambini uccisi con il sacrificio detto molk (o moloch). Questo sacrificio è un rito sicuramente fenicio, quali che siano i suoi presupposti. Attestato da fonti letterarie per i Fenici occidentali (asiatici) sino al sec. IV a. C., è ampiamente documentato dall'archeologia per i Punici (Fenici occidentali, i Cartaginesi). Sembra essere un'offerta di primogeniti, intesa a superare particolari momenti di crisi. Molk è chiamato sia il dio a cui è offerto il sacrificio, sia la vittima che, bruciata, acquisiva, grazie al passaggio (molk significherebbe “colui che è fatto passare”) per il fuoco, una condizione divina. Le ceneri con le ossa incombuste venivano raccolte in un'urna e sotterrate in luoghi che poi diventavano sacrari. L'indicazione della sacralità del luogo era data da una stele segnata con simboli religiosi. In molti posti il sacrificio di bambini fu sostituito da vittime animali, ma esso non scomparve mai completamente nell'area culturale punica, o scomparve insieme alla cultura punica.

Arte

Se la civiltà dell'Età del Bronzo (III-II millennio a. C.) è ampiamente documentata dalle scoperte di Biblo e Ugarit, meno nota e caratterizzata è l'arte del periodo autonomo delle città fenicie , dall'invasione dei “Popoli del mare” (ca. sec. XIII a. C.) all'ellenismo o, nelle colonie dell'Africa e d'Occidente, alla continuazione dell'arte fenicia nell'arte punica – da cui non è facile distinguerla – irradiata da Cartagine. Le città fenicie venivano costruite su promontori rocciosi per poter disporre lateralmente di due porti (Cartagine ; Nora e Bitia in Sardegna); si utilizzavano anche isolotti antistanti, formando porti protetti da dighe (Arado, Tiro) o creando porti artificiali (Cartagine, Mozia). L'architettura delle città fenicie, con case a più piani, mura merlate e torri, doveva essere vicina a quella assira, come è dimostrato dalla raffigurazione di Tiro nelle porte bronzee di Salmanassar III (858-824 a. C.) a Balawat e nei rilievi di Sennacherib (ca. 700 a. C.). I santuari (Sidone, Amrit) hanno un ampio recinto porticato al centro del quale è la cappella. Le tombe erano costituite da celle ipogee accessibili da un pozzo (Akziv, Biblo), sormontate talora (Amrit) da costruzioni a fuso (meghazil). L'arte figurativa fenicia si inquadra largamente in quella siriana, in cui confluiscono apporti egiziani, egei, anatolici e mesopotamici; più tardi assorbì fortemente influenze greche, sicché ne è stata spesso negata l'originalità. Le opere dell'artigianato artistico sono di prevalente gusto egittizzante. Particolarmente numerosi i rilievi in avorio eseguiti con tecniche varie (incisi, intagliati, intarsiati) e di squisita fattura . Queste placche, che in genere decoravano il mobilio di lusso, sono state ritrovate in gran numero nelle residenze reali assire, dove furono trasportate come bottino di guerra o come tributo dei re vassalli; esse provenivano probabilmente da botteghe fenicie specializzate che lavoravano per committenti anche molto lontani delle varie corti dell'area siro-anatolica dei sec. IX-VIII a. C. Esportate in Assiria (Nimrūd), in Grecia e in Italia (nessuna è stata trovata in Fenicia) sono le coppe metalliche, forse fabbricate a Cipro da artisti fenici e dette perciò cipro-fenicie, ornate da un tondo centrale figurato e da fasce concentriche con prevalenti motivi iconografici egiziani e altri egei e mesopotamici (sec. VIII-VI a. C.). Della produzione fenicia sono ancora da ricordare i sigilli a stampo a forma di scarabei ; gioielli (collane, orecchini , braccialetti , spille, pettorali) per lo più d'oro, con motivi figurati e geometrici di prevalente influsso egiziano; vetri anche trasparenti e iridati . Rilevante è stata anche l'arte fenicio-punica in Africa e in Occidente (Malta, Sicilia, Sardegna, Spagna).

Bibliografia

Per la storia e la religione

G. Contenau, La civilisation phénicienne, Parigi, 1949; D. Harden, The Phoenicians, Londra, 1962; W. Ward, The Role of the Phoenicians in the Interation of Mediterranean Civilization, Beirut, 1968; S. Moscati, I Fenici e Cartagine, Torino, 1972; G. Garbini, I Fenici: storia e religione, Napoli, 1980; G. Chiesa, I Fenici, Roma, 1988.

Per l'arte

R. Dussaud, L'art phénicienne du IIe millénaire, Parigi, 1949; S. Moscati, Il mondo dei Fenici, Milano, 1966; idem, Fenici e Cartaginesi in Sardegna, Milano, 1968; P. Cintas, Manuel d'archéologie punique, Parigi, 1970; S. Moscati, I Fenici e Cartagine, Torino, 1972; idem, Il mondo dei Fenici. Nuovo panorama di una civiltà riscoperta sulle sponde mediterranee, Milano, 1979; idem, L'enigma dei Fenici, Milano, 1982; A. Parrot, M. H. Chehab, S. Moscati, I Fenici, Milano, 1982; I Fenici. Catalogo della Mostra, direz. scientifica di S. Moscati, Milano, 1988; S. Moscati, I gioielli di Tharros, Roma, 1988.