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Elisabètta I

regina d'Inghilterra (Greenwich 1533-Richmond 1603). Figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena, dopo un'infanzia turbata dalle trame di corte, per le quali (dichiarata illegittima alla morte della madre, accusata di adulterio) giunse a essere imprigionata nella Torre di Londra (complotto di Thomas Wyatt), cinse la corona alla morte della sorellastra, la regina Maria Tudor (1558). Dopo essersi scelta con grande cura un piccolo numero di consiglieri tra i quali primeggiava l'abile William Cecil, Elisabetta si preoccupò di far fronte alla grave crisi di natura politico-religiosa ed economica che travagliava il Paese. Tornata sulle posizioni della Chiesa nazionale inglese quali erano durante il regno del giovane Edoardo VI, annullò l'azione svolta dalla regina Maria Tudor negli anni 1553-58, restaurando la supremazia del sovrano sulla Chiesa con l'Atto di Supremazia del 1563, preparato dall'Atto di Uniformità del 1559 con il quale imponeva ilBook of Common Prayer (Libro della preghiera comune). Il rafforzamento del protestantesimo in Inghilterra portò alla definitiva rottura con Roma e alla scomunica di Elisabetta (1570). Non meno complessa era la situazione economica caratterizzata dalla crisi agraria, dal crollo delle strutture feudali e dal rapido evolversi e affermarsi del mondo della mercatura attratto dall'oro americano. Elisabetta, assecondando la tradizione marinara e l'atteggiamento avventuroso del suo popolo, incoraggiò una sorta di spregiudicata politica sostanzialmente piratesca; i principali porti spagnoli d'America furono depredati con il benestare ufficiale della regina, la quale concorreva di persona alle spese e ai profitti. A ciò va aggiunta la rigida e avveduta amministrazione che creava nella società inglese una coesione superiore a quella di altre nazioni. In politica estera si alleò dapprima con i ribelli protestanti scozzesi, i quali di fronte alla prospettiva di un intervento francese preferirono allearsi all'Inghilterra, scegliendo però successivamente un accordo diretto con Maria Stuart (Trattato di Edimburgo, 1560). Anche nelle relazioni con la Francia, dopo il 1564, fondò la sua politica su un'intesa diretta con il re, pur utilizzando gli ugonotti come contrappeso alla crescente influenza dei Guisa in favore della Spagna. Rispetto a quest'ultima potenza, la preoccupazione costante della regina fu di neutralizzarne la forza militare, specialmente nei Paesi Bassi. Dal canto suo Filippo II non aveva interesse a colpire Elisabetta per non facilitare nella successione al trono inglese la regina di Scozia Maria Stuart, legata alla Francia. Oltre a tale questione concorse a tenere lontane le ostilità con la Spagna il progetto di Filippo II di diventare, sposando la stessa Elisabetta, re d'Inghilterra, essendo fallito il primo tentativo di diventare re sposando Maria Tudor. La fuga di Maria Stuart dalla Scozia in Inghilterra dopo i contrasti con il marito Bothwell diede non poche preoccupazioni a Elisabetta che dovette fronteggiare rivolte cattoliche (1569-70) e congiure per assassinarla e mettere sul trono la Stuart. Nel 1584 fu scoperto il complotto di Francis Throckmorton, per il quale i cattolici avrebbero invaso l'Inghilterra, e nel 1586 A. Babington, fanatico partigiano dell'ex regina di Scozia, tentò di uccidere Elisabetta. Maria Stuart fu processata e decapitata (1587), i cattolici inglesi perseguitati. L'indignazione di Filippo II, troppo a lungo provato dagli atti di pirateria inglesi in seguito ai quali perdeva continuamente grandi carichi d'oro, si concretizzò in una sfida marinara che vedeva da una parte una grande flotta spagnola, l'Invencible Armada, posta agli ordini del duca Medina Sidonia assolutamente inesperto di mare, e dall'altra quella inglese, più agile e determinata. Nel 1588 molte delle navi spagnole colarono a picco, disperse prima da paurose tempeste e attaccate poi con abilità dagli Inglesi. Cominciò ad affermarsi da allora la potenza commerciale e navale dell'Inghilterra, confortata dalle numerose imprese transoceaniche compiute da navigatori come Drake, Cavendish, Raleigh, ecc. La fermezza con cui Elisabetta rifiutò ogni proposta di matrimonio, nonostante le richieste dei maggiori uomini del tempo (è evidente che tali scelte rispondevano a precise esigenze politiche e che Elisabetta teneva molto a mantenere l'isolamento dell'Inghilterra), creò tuttavia il problema della successione. Oltre a Giacomo VI di Scozia c'erano vari discendenti delle due sorelle di Enrico VIII, tutti protestanti, in favore dei quali potevano essere avanzati diritti più o meno plausibili. Si dice che solo sul letto di morte Elisabetta approvò con un cenno il nome del re di Scozia Giacomo VI, che salì al trono inglese come Giacomo I, riunendo nella sua persona la corona inglese e quella scozzese e risolvendo così un problema che aveva a lungo impensierito gli statisti dei due Paesi. § Elisabetta compare frequentemente come personaggio in opere teatrali che sottolineano in genere l'inflessibile sottomissione dei suoi sentimenti di donna alla ragione di Stato. Presente come indispensabile antagonista in tutte le opere su Maria Stuarda, è la protagonista dei drammi Elisabetta regina d'Inghilterra (1853) di Paolo Giacometti, Elisabeth von England (1930) di Ferdinand Buckner ed Elisabeth la femme sans hommes (1935) di André Josset. La sua figura fu portata anche sullo schermo, impersonata, tra l'altro, da Sarah Bernhardt in La reine Elisabeth (1912), da Flora Robson in Elisabetta d'Inghilterra (1937), da Bette Davis in Il conte di Essex (1939) e in Il favorito della grande regina (1955), da Jean Simmons in La regina vergine (1953), da Glenda Jackson in Maria Stuarda regina di Scozia (1971).

Bibliografia

J. Dover Wilson, Life in Shakespeare's England, Londra, 1944; J. Neale, Elizabeth and Her Parliament 1559-1581, Londra, 1953; R. Chauviré, Le temps d'Elisabeth, Didier, 1960; N. Williams, Elizabeth, Queen of England, Londra, 1967; D. Kotnik, Elisabetta d'Inghilterra. Una donna al potere, Milano, 1984.