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Lessico

sf. [sec. XX; da decolonizzare]. Processo di evoluzione storico-politica che ha condotto i territori sotto tutela coloniale all'emancipazione e all'indipendenza.

Storia

In via generale la decolonizzazione, intesa come fenomeno di attualità storica, può ricollegarsi ai due conflitti mondiali e alle conseguenze da essi determinate. Il concetto appare tuttavia applicabile anche a un passato più remoto e trova precedenti significativi nel sec. XVIII (ribellione delle colonie inglesi dell'America del Nord e nascita della Confederazione degli Stati Uniti) e nel sec. XIX, allorché le colonie spagnole dell'America Centrale e Meridionale e il Brasile si liberarono dal giogo delle rispettive metropoli conseguendo l'indipendenza. La stessa creazione (in conseguenza del rapporto Durham del 1839) dei Dominions come entità autonome in seno all'Impero inglese (Canada nel 1867, Australia nel 1900, Nuova Zelanda nel 1907, Unione Sudafricana nel 1910) può ascriversi nel quadro d'una decolonizzazione ante litteram. Coi due conflitti mondiali, e in particolare con il secondo, la decolonizzazione acquistò però un significato e una portata più chiari e determinanti. Il primo conflitto mondiale, pur non intaccando sostanzialmente le posizioni del colonialismo, fu già apportatore di fermenti e di principi nuovi: la risoluzione votata nel dicembre 1917 dal Partito laburista inglese per l'internazionalizzazione delle colonie e sostenuta dallo stesso Partito socialista italiano; i 14 punti del presidente Wilson recepiti in parte dalla Carta della Società delle Nazioni; l'istituzione dei Mandati internazionali sotto il controllo della stessa Società delle Nazioni; il sorgere e lo svilupparsi negli Stati Uniti di movimenti per l'emancipazione della razza afroamericana e degli africani (movimento panafricano del Dubois e movimento pan-nero del Garvey); la prima presa di coscienza da parte dei sudditi di colore, chiamati a combattere a fianco degli Alleati, furono tutti elementi destinati a svilupparsi e ad affermarsi nel periodo compreso tra i due conflitti mondiali. Con la II guerra mondiale l'antitesi colonialismo-anticolonialismo si fece più acuta. Vanno ricordate talune solenni enunciazioni e impegni di carattere internazionale, quali: la Carta Atlantica che, già nel 1941, riconosceva “il diritto di tutti i popoli a scegliersi la forma di governo sotto la quale desideravano vivere e a vedere restaurati i diritti sovrani e l'autonomia a favore di coloro che ne erano stati privati”; la formulazione, nel 1945, della Carta delle Nazioni Unite, con la quale le potenze coloniali si assumevano il “sacro mandato” di “sviluppare l'autogoverno e di prendere in debita considerazione le aspirazioni politiche dei territori non autonomi” (art. 73) e di “promuovere il progressivo avviamento all'autogoverno e all'indipendenza” dei territori in amministrazione fiduciaria (art. 76); la successiva Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, votata nel 1948 dalle stesse Nazioni Unite, che, ripudiando qualsiasi forma di discriminazione razziale, di soggezione politica e d'ingiustizia sociale ed economica, suonava condanna inappellabile del colonialismo. Su un piano ancor più diretto e specifico, le conferenze di Bandung (1955), del Cairo e di Accra (1957-58) rappresentarono tre momenti decisivi dell'anticolonialismo. Particolare valore e un consistente apporto dinamico furono poi conferiti al processo di decolonizzazione dalle élites e dai movimenti nazionalisti africani e asiatici che espressero leaders autorevoli, destinati a sostenere una parte di primo piano nella lotta per l'indipendenza dei rispettivi Paesi. Né vanno dimenticati, in questo contesto, l'azione condotta dal comunismo internazionale, risoluto sostenitore dell'anticolonialismo e dell'antimperialismo, lo stesso atteggiamento anticolonialista degli Stati Uniti, la posizione spesso liberale della Chiesa, il contributo del sindacalismo quale componente politica dei nazionalismi afroasiatici. Tutti questi fattori, e altri di minore rilievo, dovevano portare, dopo la II guerra mondiale, al superamento del fatto coloniale e all'affermarsi della decolonizzazione che ha interessato soprattutto l'Africa e l'Asia e si è concretata nell'indipendenza della quasi totalità dei territori. La decolonizzazione politica non ha però coinciso con la decolonizzazione economica, le condizioni di sottosviluppo del Terzo Mondo hanno costretto i Paesi di recente indipendenza a conservare vincoli e a ricevere aiuti dalle ex potenze coloniali o dagli altri Paesi industrializzati, considerati spesso lesivi, anche sul piano morale, della libertà conquistata. Questa situazione di fatto viene oggi indicata col termine di neocolonialismo.

Storia: decolonizzazione in Africa

Il primo conflitto mondiale ebbe in Africa riflessi limitati ma significativi. Le colonie ex tedesche anziché essere annesse direttamente dalle potenze vincitrici furono a esse affidate come mandati dalla Società delle Nazioni. In vari territori coloniali (Tunisia, Algeria, Marocco, Senegal, Sudan anglo-egiziano, Nigeria, Sierra Leone, Kenya, Gabon, ecc.) cominciarono tra la I e la II guerra mondiale a costituirsi associazioni e movimenti di carattere politico, guidati da leaders di grande prestigio, come Burghiba, Azikiwe, Kenyatta, Gueye, Mba, ecc. Tuttavia, allo scoppio del secondo conflitto mondiale i soli Paesi indipendenti dell'Africa (un'indipendenza condizionata, tra l'altro, da ipoteche di vario genere) erano l'Egitto, la Liberia e l'Unione Sudafricana. Ma già nel 1941 l'Etiopia (conquistata nel 1935-36 dall'Italia) riacquistava la sua indipendenza. Quindi, in conseguenza del Trattato di pace di Parigi del 1947, l'Italia rinunciava ai suoi possedimenti coloniali, del cui destino l'ONU decideva con due risoluzioni del 1949 e del 1950. La Libia diventava indipendente il 24 dicembre 1951, la Somalia era affidata in amministrazione fiduciaria alla stessa Italia per un periodo di 10 anni (abbreviato poi di 5 mesi), l'Eritrea era costituita in entità autonoma federata all'Impero etiopico a partire dall'11 settembre 1952. In definitiva la decolonizzazione trovava il suo primo e più concreto incentivo in Africa proprio nelle decisioni riguardanti le ex colonie italiane. Su gran parte del continente le forze politiche si erano andate, subito dopo il 1945, organizzando in partiti popolari di carattere territoriale (come, per esempio, il Convention People's Party di Nkrumah nel Ghana) o interterritoriale (come, per esempio, il Rassemblement Démocratique Africain di Houphouet-Boigny nell'Africa Occidentale ed Equatoriale Francese), facendosi portatrici di rivendicazioni di chiaro tenore nazionalista e anticolonialista. Nel 1956 accedevano all'indipendenza il Sudan anglo-egiziano, la Tunisia e il Marocco, seguiti nel 1957 dalla Costa d'Oro che assumeva il nome di Ghana. La Francia, intanto, dopo la Loi Cadre del 1956, dava vita nel 1958, col generale De Gaulle, alla Comunità francese. Fautore della piena indipendenza, Sekou Touré rifiutò l'ingresso della Guinea nella comunità e ne proclamò l'indipendenza (2 ottobre 1958). Il 1960 fu l'anno cruciale della decolonizzazione in Africa: 14 territori amministrati dalla Francia (Camerun, Togo, Senegal, Sudan occidentale, Madagascar, Alto Volta, Dahomey, Niger, Costa d'Avorio, Ciad, Repubblica Centrafricana, Gabon, Repubblica Popolare del Congo, Mauritania) e Nigeria, Somalia ex italiana e Somaliland, Repubblica Democratica del Congo, accedevano all'indipendenza. Sola nota drammatica fu il Congo ex belga, il cui iter verso l'impegnativo traguardo s'era svolto all'insegna dell'improvvisazione e della disarmonia. Negli anni successivi la decolonizzazione interessava la Sierra Leone e il Tanganica (1961), l'Algeria (unica indipendenza scaturita da un lungo e sanguinoso conflitto), il Ruanda, il Burundi e l'Uganda (1962), Zanzibar e il Kenya (1963), il Malawi, già Nyasaland, e la Zambia, già Rhodesia del Nord (1964), la Gambia (1965), il Botswana, già Bechuanaland, e il Lesotho, già Basutoland (1966), e infine Maurizio, la Guinea Equatoriale, già Guinea Spagnola, e Swaziland (1968). Alla prima decolonizzazione, avvenuta tra il 1951 (Libia) e il 1968, fece seguito una pausa di 6 anni. La caduta, nel 1974, della dittatura portoghese e la dichiarazione ufficiale del 27 luglio 1974, con la quale il nuovo governo di Lisbona s'impegnava sulla via della decolonizzazione, inauguravano la seconda fase delle indipendenze africane, apertasi nello stesso 1974 con la Guinea-Bissau e proseguita nel 1975 col Mozambico, le isole del Capo Verde, le isole Sâo Tomé e Principe, l'Angola. Al di fuori del quadro dell'Africa ex portoghese, si realizzavano ancora tre indipendenze: quelle delle isole Comore (1975), delle isole Seychelles (1976) e di Gibuti (1977). A parte le modeste dipendenze amministrate da Gran Bretagna, Francia e Spagna, la decolonizzazione in Africa, sul piano politico, si può considerare definitivamente conclusa alla fine degli anni Ottanta con la caduta dell'apartheid. Nello Zimbabwe (ex Rhodesia) solo con la revisione costituzionale (1987) si aboliscono i privilegi politici dei bianchi consentendo una reale libertà alla popolazione nera; in Namibia la piena indipendenza viene raggiunta nel marzo 1990, mentre nella Repubblica Sudafricana la liberazione di Nelson Mandela (febbraio 1990) e le successive elezioni multirazziali del 1994 che lo vedono vincitore sanciscono la fine della discriminazione razziale. Tuttavia tutto il fenomeno storico della colonizzazione e della successiva decolonizzazione lascia aperti notevoli problemi, da quelli economici a quelli della stabilità politica, a quelli dei numerosi contrasti per motivi di confine o interetnici (si ricordano, tra gli altri, i contrasti tra Marocco-ex Sahara Occidentale, Somalia-Etiopia, Etiopia-Eritrea, Ruanda-Burundi-Repubblica Democratica del Congo, ecc.) per i quali il continente africano del dopoguerra è teatro di continui conflitti.

Storia: decolonizzazione in Asia

Difficile una sintesi rapida e unitaria della decolonizzazione in Asia, dove in molti casi il concetto stesso di colonialismo sembra applicabile solo in maniera parziale o anomala rispetto al modello tipico, all'immagine che il termine stesso evoca, quella cioè di un'amministrazione diretta e autoritaria da parte di una potenza occidentale (bianca, cristiana, industrializzata) su una popolazione totalmente diversa (di colore, non cristiana, preindustriale). Il processo di decolonizzazione, in Asia, iniziò attraverso una graduale presa di coscienza di élites intellettuali dei Paesi colonizzati. In linea di massima si può dire che una prima fase non ebbe i caratteri della lotta frontale contro i Paesi colonizzatori, anzi, i piccoli gruppi “illuminati” non pensavano che a introdurre nei rispettivi Paesi i valori e le istituzioni europee (soprattutto inglesi) nella convinzione (quasi sempre delusa) di avere in questo progetto l'appoggio dei bianchi stessi (basti pensare all'anglofilia dei primi leaders del Congresso indiano o alle forme di religione sincretistica, dai T'ai-p'ing ai caodaisti vietnamiti). Inoltre, l'espansionismo giapponese, se da un lato allargava lo specifico impero coloniale giapponese (comprendente a diverso titolo Corea, Taiwan, Manciuria e, poi, i territori conquistati durante la II guerra mondiale), allo stesso tempo minava di fatto la presenza occidentale del continente. Questo spiega come e perché numerosissimi combattenti della decolonizzazione asiatica si siano schierati al fianco dei Giapponesi durante l'ultimo conflitto mondiale, dall'indiano Chandra Bose all'indonesiano Sukarno, al birmano Aung San. Già prima della fine del conflitto, comunque, il governo britannico, con una revisione delle costituzioni, concesse una maggior rappresentanza agli autoctoni per cercare di frenare i movimenti indipendentistici. In India non riuscì tuttavia a contenere il movimento di disobbedienza civile e nel 1945 il governo laburista pensò di sostituire al vincolo coloniale un'associazione volontaria favorendo l'autodeterminazione dei popoli e vincolandoli nel Commonwealth. Nel marzo del 1947, 250 delegati di 25 Paesi asiatici, riuniti a Nuova Delhi, espressero chiaramente l'intenzione di respingere qualsiasi tentativo di ritorno offensivo delle potenze coloniali; il 15 agosto dello stesso anno India e Pakistan proclamarono la propria indipendenza, lo stesso fecero nel 1948 Ceylon e Birmania. Il Commonwealth, non senza resistenza, si trasformò per permettere l'ingresso dei nuovi membri. Solo più tardi, nel 1957, raggiunse l'indipendenza la penisola malese e ancora più tardi il Borneo Settentrionale (1963) che entrò a far parte della Malaysia. Il 1° luglio 1997 Hong Kong, ex colonia britannica, è tornata alla Cina che le ha concesso un'ampia autonomia amministrativa e il mantenimento per 50 anni sistema economico vigente. Più complessa fu la soluzione del problema nelle colonie olandesi e nell'Indocina francese; nelle Indie Olandesi il governo dell'Aia tentò di frenare l'evolversi della situazione con una vera e propria guerra coloniale ma nel 1950, internazionalmente isolati e osteggiati all'ONU, i Paesi Bassi dovettero riconoscere l'indipendenza della Repubblica Indonesiana. In Indocina, dopo decenni di guerriglia e poi di guerra aperta, non interrotti che per brevi momenti dopo gli aleatori accordi di Ginevra con i Francesi (1954) e di Parigi con gli Americani (1973), Viet Nam, Cambogia e Laos raggiunsero finalmente (1975) l'indipendenza eliminando le forze filoamericane dai rispettivi Paesi. Nel 1946, gli Stati Uniti avevano pacificamente lasciato le Filippine. Goa e gli altri territori minori sono entrati a far parte dell'India in seguito a un'azione militare di quest'ultima nel 1961. A Timor Est, ex colonia portoghese facente parte dal 1976 del territorio indonesiano, fu indetto un referendum per l'indipendenza svoltosi il 30 agosto del 1999 il cui esito sancì l'autonomia del Paese dall'Indonesia. Nell'ottobre del 1999 l'ONU è intervenuta a garanzia dell'indipendenza di Timor Est ponendo il Paese sotto amministrazione transitoria da parte dell'UNTAET. Macao, ex dipendenza portoghese, è tornata sotto la sovranità cinese nel dicembre del 1999 e, come Regione amministrativa speciale, gode di un'ampia autonomia, mantenedo invariato per almeno 50 anni il sistema economico-sociale. Nel Medio Oriente, Siria e Libano furono evacuati nel 1946 dalle truppe francesi (formalmente l'indipendenza era stata proclamata nel 1941, ma l'applicazione era stata rinviata alla fine del conflitto), mentre la Gran Bretagna, che già nel 1932 aveva concesso l'indipendenza all'Iraq, incapace di comporre la rivalità tra Arabi e Israeliani, nel 1947 chiese l'intervento dell'ONU che stabilì una suddivisione del territorio; questo assetto fu inficiato dal primo scontro tra Arabi e Israeliani in concomitanza col quale fu proclamata l'indipendenza dello Stato d'Israele (1948). Ma proprio il permanere di una situazione di forte conflittualità tra Paesi arabi e Israele ha determinato nel corso di successive guerre un allargamento dei territori israeliani nella regione e una conseguente loro colonizzazione in particolare in Cisgiordania e Gaza.

Bibliografia

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