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giudìzio (filosofia)

operazione logica che mette in relazione, in modo affermativo o negativo, un soggetto con un predicato. Il termine ha tre significati fondamentali: è la decisione mediante la quale la realtà viene determinata in un modo piuttosto che in un altro, tanto sul piano dell'essere che su quello dell'agire (si giudica una circostanza e si giudica come si deve agire nella circostanza); in senso soggettivo, è la facoltà dell'uomo di prendere decisioni; e con riferimento al risultato della decisione, è la proposizione che esprime una determinazione della realtà o dell'azione. I tre significati coesistono e s'intrecciano nel corso della storia della filosofia, finché, in epoca contemporanea, il terzo prevale definitivamente, portando all'abbandono del concetto stesso di giudizio e alla sua sostituzione con “enunciato” o “proposizione”. In Aristotele, giudizio è soprattutto l'atto intellettuale che discrimina il vero dal falso, il bene dal male, ecc.; sono gli stoici a spostare l'accento sulla connotazione conoscitiva piuttosto che deliberativa del giudizio , proprio perché, per la logica stoica, ogni atto di conoscenza è ricondotto a una deliberazione sulla validità della rappresentazione sensibile. In epoca moderna, il cartesianismo salda i tre significati del termine giudizio in un'unica dottrina, secondo cui la facoltà del giudizio può e deve essere educata a pronunziare giudizi veri intorno alle cose. La Logica di Port-Royal, in cui la filosofia cartesiana viene assunta a fondamento di una metodologia generale della conoscenza e dell'agire razionale, si pone esplicitamente come tecnica di educazione del giudizio inteso come facoltà. In Leibniz e nei pensatori che a lui si richiamano, giudizio è soprattutto il risultato dell'esercizio di questa facoltà, cioè la determinazione della realtà mediante l'attribuzione di un predicato a un soggetto. A questa concezione si richiama Kant, con le sue note distinzioni tra giudizi a priori e a posteriori, analitici e sintetici, intendendoli quale risultato dell'uso dell'intelletto in rapporto all'esperienza effettiva o possibile; ma accanto all'intelletto egli ammette una specifica facoltà del giudizio, che è “la facoltà di pensare il particolare come contenuto nell'universale” (Critica del Giudizio): se l'universale è dato, il giudizio è determinante (come nel caso dei giudizi dell'intelletto, che risultano dall'applicazione di principi); se solo il particolare è dato, e spetta al giudizio trovare l'universale, il giudizio è riflettente (come nel caso dei giudizi estetici e di quelli teleologici). Questa sintesi di soggetto e predicato, e più specificamente di particolare (il soggetto) e universale (il predicato) è propria anche a Hegel e all'idealismo in generale. In epoca contemporanea è stata accolta la distinzione, analoga a quella stoica, tra rappresentazione e giudizio: G. Frege, per esempio, distingue la rappresentazione del fatto che i poli magnetici di nome diverso si attraggono, dal giudizio che afferma che i poli magnetici di nome diverso si attraggono; e nel linguaggio simbolico, in cui formula il suo sistema logico, riserva al giudizio, inteso in questo senso, un segno (–) che viene premesso alle proposizioni, cioè alle espressioni delle rappresentazioni. La distinzione è accolta dai Principia Mathematica di A. N. Whitehead e B. Russell; ma la logica successiva in genere la respinse, rifiutando i presupposti in qualche misura ancora psicologistici impliciti nella notazione di Frege. Dice per esempio L. Wittgenstein: “Il segno di giudizio di Frege... è logicamente affatto privo di significato; esso indica in Frege (e Russell) solo che questi autori tengono per vere le proposizioni così designate” (Tractatus logico-philosophicus, 4.442). Con Wittgenstein il concetto di giudizio esce dalla logica e, anche nella filosofia, la sua fortuna sarà esigua, tranne che in espressioni (peraltro di dubbia opportunità) come “giudizio di valore” per designare gli enunciati valutativi.