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gravimetrìa

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Lessico

sf. [sec. XIX; da grave+-metria].

1) Parte della geofisica che si occupa delle teorie, dei metodi e degli strumenti per la misurazione e lo studio del campo di gravità terrestre.

2) In chimica, insieme di metodi di analisi gravimetrica.

Geofisica

Le misure di gravità si distinguono in assolute e in relative; queste ultime danno il valore dell'accelerazione di gravità rispetto a un valore di riferimento. Le misure assolute si eseguono con i pendoli: le prime determinazioni di precisione risalgono a J. C. Borda e a G. D. Cassini (1792); altre importanti misure furono quelle di W. Bessel, con pendoli unifilari, e di R. von Sterneck, che impiegò un pendolo multiplo. Attualmente le misure pendolari, sempre molto lunghe e laboriose, si effettuano raramente e solo per stabilire i capisaldi di riferimento per le misure con i gravimetri e per i collegamenti tra reti gravimetriche internazionali. Anche le prime misure relative furono eseguite con i pendoli (1672), ma oggi si usano solo i gravimetri. In gravimetria hanno anche grande importanza teorica e pratica la misurazione delle derivate parziali del campo di gravità dalle quali si ricava il gradiente orizzontale, parametro che consente l'individuazione delle anomalie della gravità, possibile con strumenti come la bilancia di torsione, come si evince dalle ricerche di R. Eötvös. Problema fondamentale della gravimetria è rendere confrontabili le misure eseguite in punti diversi della superficie terrestre e a tal fine si riducono i dati, con apposite formule di correzione (correzione di Bouguer; correzione di Faye; correzione isostatica; correzione topografica), all'ellissoide terrestre di riferimento, per il quale è nota la distribuzione normale della gravità. Con i dati così corretti si può avere l'effettivo andamento del campo di gravità sulla Terra e si possono riconoscere le grandi e piccole anomalie che danno indicazioni sulla natura del sottosuolo.