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manoscritto

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Lessico

(ant. manuscritto), agg. e sm. [sec. XVII; dalla loc. latina manu scriptus].

1) Agg., scritto a mano: foglio manoscritto; una breve nota manoscritta.

2) Sm., testo scritto a mano; in particolare, l'originale destinato alla stampa (spesso dattiloscritto): leggere, correggere il manoscritto; i manoscritti non si restituiscono. Per estensione, opera autografa: i manoscritti di Leopardi, di Verdi. In paleografia e filologia, testo antico scritto a penna prima dell'invenzione della stampa; codice (si abbrevia spesso in ms. al sing. e mss. al pl.): i manoscritti conservati all'Ambrosiana. § Secondo il Diritto d'autore, l'autore del manoscritto ha il diritto di pubblicarlo ricavandone degli utili e di esserne sempre considerato autore, anche dopo la cessione dei diritti riguardanti la sua utilizzazione economica.

Paleografia

Il manoscritto ebbe forma di rotolo (volumen) fino al sec. II d. C. ca., poi, dal sec. IV ca., prevalse la forma di codice. La forma è legata alla materia di cui esso si compone: papiro, pelli o pergamene, carta (per ricordare solo le principali), donde si ha l'altra distinzione tra manoscritti papiracei, membranacei, cartacei. Secondo il modo con cui il testo è stato tracciato si possono poi avere: manoscritti anopistografi, cioè col testo scritto su un solo lato del foglio (tali sono normalmente i rotoli papiracei), oppure opistografi, cioè scritti su entrambe le facciate. Una forma particolare di manoscritto è il palinsesto, nel quale il testo primitivo è stato cancellato per scriverne uno nuovo. Un manoscritto si dice poi autografo, quando è scritto di pugno dall'autore del testo; apografo, quando sia copia di un altro manoscritto; adespoto, quando non rechi indicazioni circa il nome dell'autore del testo, e anepigrafo, quando non porti né indicazioni d'autore, né titolo; mutilo, quando sia andata perduta qualche parte (se si tratta della parte iniziale si dice acefalo). Il manoscritto su papiro, a rotolo, era ottenuto partendo dai singoli fogli (latino scapus) larghi ognuno dai 12 ai 23 cm e alti dai 22 ai 33 (le misure maggiori sono spesso dei papiri di migliore qualità); ogni foglio a sua volta era costituito da due strati di strisce di papiro, sovrapposti in modo che le strisce di uno strato fossero perpendicolari a quelle dell'altro; la misura media del rotolo era di 20 fogli uniti l'uno all'altro dal lato più lungo (per testi di maggior estensione si possono trovare più strisce riunite insieme, ma generalmente si preferiva suddividere il testo in più rotoli). Il testo era tracciato, con una cannuccia appuntita e talvolta fessurata in punta, in colonne affiancate due per foglio e larghe mediamente 7-8 cm, disposte perpendicolarmente alla lunghezza della striscia e sul solo lato in cui la scrittura veniva a essere parallela al senso delle fibre del papiro: rotoli scritti anche sull'altro lato (quindi opistografi) si trovano quando, superando il testo la misura dei 20 fogli, si sia voluto evitare di ricorrere alla suddivisione del testo in più rotoli, o, più comunemente, quando un rotolo già scritto si sia voluto utilizzare successivamente anche per un altro testo senza cancellare il primo. La striscia scritta era arrotolata su un rullo (latino umbilicus) fissato a uno dei capi; dall'umbilicus pendeva un cartiglio con le indicazioni relative al testo, per evitare che la consultazione richiedesse il completo svolgimento del rotolo. Il passaggio dal manoscritto papiraceo a quello membranaceo, e il passaggio, connesso con le qualità dei materiali, dal rotolo al codice, diedero al libro manoscritto una maneggevolezza del tutto impensabile prima, nonché la possibilità di trascrivere in un solo codice testi che per la loro lunghezza avrebbero richiesto più rotoli. Il codice, infatti, era formato da un numero assolutamente variabile di fascicoli composti ognuno di quattro o cinque doppi fogli piegati l'uno nell'altro e cuciti insieme dopo essere stati scritti: spesso anzi il manoscritto (e ancora i primi libri a stampa) veniva venduto a fogli sciolti ed era l'acquirente che provvedeva a farlo legare; ciò rendeva necessario che fosse inequivocabilmente stabilito l'ordine dei fogli. Introdotta relativamente tardi la numerazione delle pagine, si usò dapprima segnare i fascicoli con la progressione delle lettere dell'alfabeto e numerando le carte fascicolo per fascicolo; questo tipo di segnatura si apponeva solo sulle carte (o fogli) della prima metà del fascicolo; allo stesso scopo si usava il richiamo, cioè l'indicazione, alla fine di ogni fascicolo, della parola iniziale del fascicolo seguente. In quanto al testo, nei codici più antichi era disposto su 2, 3, talvolta anche 4 colonne; dopo il sec. VI si hanno soltanto eccezionalmente più di 2 colonne. Tra le altre caratteristiche più evidenti del manoscritto rispetto al libro a stampa, è la mancanza di frontespizio: secondo un uso che si conservò per qualche decennio anche nei primi libri a stampa, le indicazioni relative all'autore e al titolo dell'opera sono contenute in una breve frase posta o all'inizio (incipit) o alla fine (explicit). Talvolta, infine, il manoscritto può presentare, dopo il colophon o inserito in esso, un altro elemento che spesso ha notevole importanza storica o filologica: la soscrizione o sottoscrizione del copista, che, ridotta talvolta a una semplice formula di devozione (per esempio Laus Deo), contiene altre volte nome del copista, luogo in cui fu scritto, data o simili. Le più ricche e celebri raccolte di manoscritti sono conservate alla Biblioteca Nazionale di Parigi, al British Museum di Londra, alla Bodleiana di Oxford, alle biblioteche di Monaco e di Vienna; in Italia presso l'Apostolica Vaticana, l'Ambrosiana di Milano, la Nazionale Centrale e la Mediceo-Laurenziana e la Riccardiana di Firenze, l'Estense di Modena, la Marciana di Venezia. Per altri aspetti del manoscritto, si vedano anche le voci codice, libro, legatura, miniatura.

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