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Cenni storici

Per controllo delle nascite si intende qualsiasi metodo utilizzato da una comunità per limitare il proprio sviluppo demografico, attraverso una diminuzione dei concepimenti. Alla fine del sec. XVIII gli studi economici di R. Malthus posero in evidenza il pericolo di un futuro squilibrio tra la popolazione mondiale e le risorse alimentari del nostro pianeta, richiamando l'attenzione sulla necessità di rallentare lo sviluppo della natalità. Benché Malthus non si fosse soffermato su alcun esplicito sistema contraccettivo, a lui si richiamarono quanti nei sec. XIX e XX si impegnarono alla ricerca di più idonei sistemi di controllo delle nascite (neomalthusiani). In effetti le prime campagne di propaganda contraccettive vennero organizzate in Inghilterra e negli Stati Uniti negli ultimi venticinque anni del sec. XIX. L'inglese Malthusian League (1877) fu la prima a porsi il problema sul piano scientifico. Gli Stati Uniti ne seguirono l'esempio, ma solo nel 1921 crearono una grande organizzazione che si dedicò a una penetrante propaganda mirante a regolamentare le nascite. Nacque l'American Birth Control League, fondata da Margareth Sanger, che nel 1942 si trasformò nella Planned Parenthood Federation of America, mentre bisognò attendere la fine della seconda guerra mondiale prima che il problema della divulgazione dei metodi contraccettivi e lo studio sul problema della regolamentazione venissero affrontati da organismi internazionali come l'International Planned Parenthood Federation e il Population Council. I primi ad affrontare il problema demografico, fattosi sempre più preoccupante, furono i giapponesi che nel 1947 fondarono la Lega eugenica. Il ricostituirsi dei nuclei familiari, il rientro in patria di soldati dislocati in tutto il mondo avevano determinato e determinavano un tale incremento delle nascite da mettere in grande allarme gli organi governativi. Lo stesso problema venne recepito più in profondità anche dagli organismi internazionali in considerazione di quanto avveniva in Africa, in India e in Cina, dove il tasso di natalità era in continuo aumento. Dodici capi di Stato, in occasione della giornata dei Diritti dell'uomo (10 dicembre 1966), sottoscrissero una dichiarazione del segretario dell'ONU che denunciava la gravità del problema demografico e invocava il diritto delle famiglie a perseguire la pianificazione delle nascite. Tale tesi venne consacrata nel 1968 all'unanimità nel corso di una seduta dell'ONU. Opinione pubblica e centri di potere vennero dunque sensibilizzati sul problema del controllo delle nascite con proposte, programmi e direttive dove l'aspetto sociale di una più equilibrata distribuzione del reddito veniva a unirsi all'affermazione del diritto della coppia a decidere liberamente del numero dei propri figli. In molti Paesi, non esclusa l'Italia, sorsero così centri e associazioni di educazione sessuale e demografica. In Italia, dati certi sulla conoscenza e l'impiego dei mezzi anticoncezionali hanno rilevato come le donne più giovani sembrano conoscere il periodo fertile del ciclo mensile in misura maggiore rispetto alle anziane, quale che sia il loro livello di istruzione o che abbiano o meno figli. A parità di età, invece, è il livello di istruzione a giocare un ruolo determinante. Anche se non così netta, la variabile geografica gioca un ruolo non lieve: le donne del Sud e delle isole risultano infatti meno informate rispetto a quelle del Centro e del Nord dell'Italia. Questi risultati, completati da quelli relativi alla conoscenza dei metodi contraccettivi rilevabili da un'indagine eseguita dall'Istituto di demografia dell'Università di Roma, inducono a osservare che una rilevante frazione di donne ha informazioni sulle tecniche contraccettive, ma non sulle basi biologiche del concepimento. Non v'è dubbio che da tali studi emerga una forte lacuna sul piano delle carenze culturali esistenti e che le conoscenze sui metodi di contraccezione siano di natura estremamente pragmatica in quanto basate su una trama di cognizioni non solidamente organizzate. Giova rilevare che in presenza di politiche, in senso lato, che ne favoriscano la diffusione e la conoscenza i mutamenti di comportamento possono risultare molto rapidi: ne è testimonianza il Belgio che, nell'arco di quattro decenni a partire dal 1966, ha visto modificarsi radicalmente il fronte della contraccezione. La misura dell'efficacia della contraccezione consiste nell'individuare di quanto un dato metodo contraccettivo riduce la possibilità di concepimento. Esistono vari metodi per valutare questo fenomeno, non facile da cogliere. Una misura dell'efficacia (e) dovuta al Potter e stabilita nel 1960, consiste nel definire ove fn è la fecondabilità naturale cioè la probabilità che una donna concepisca nell'arco di un mese, e fr è la fecondabilità residua fra coloro che utilizzano il metodo contraccettivo in esame. Con un metodo perfetto fr=0 ed e=1.

Il punto di vista dei cattolici

Il controllo delle nascite, inteso nel senso di scelta della procreazione sia rispetto alle esigenze familiari, sia a fronte dei temi sociali, ha sollevato, nell'ambito del cattolicesimo, obiezioni variamente motivate. Con l'enciclica Humanae vitae di Paolo VI si è parlato di “paternità responsabile” solo allorché la scelta è effettuata col ricorso a mezzi che usufruiscono di una disposizione naturale (continenza periodica, metodo Ogino-Knaus), mentre sono stati definiti illegittimi quelli che impediscono lo svolgimento dei processi naturali, come l'uso di anticoncezionali; tale posizione della Chiesa cattolica è stata ribadita in tempi più recenti da Giovanni Paolo II. Il pensiero protestante può invece dirsi in genere favorevole al controllo delle nascite e aperto, sia pure con qualche dissenso, alle molteplici soluzioni del problema.

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