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proletariato

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sm. [sec. XIX; da proletario]. La condizione di proletario. Più spesso concr., la categoria, la classe dei proletari.

Sociologia

Nelle società moderne, si considera proletariato la classe dei lavoratori manuali che prestano la propria opera – generalmente a basso tasso di specializzazione – ai detentori di capitale, in cambio di un salario. Questa relazione di scambio e il suo potenziale carattere di antagonismo sociale è alla base della teoria della lotta di classe di K. Marx, anche se in origine il termine proletarii si associa non già a un'identità economica o politica, bensì designa gli strati sociali più umili e bisognosi (con molta prole cui provvedere): nell'antica Roma il proletariato era esentato da obblighi fiscali e militari, e perciò non gli era riconosciuto il diritto di cittadinanza. Più propriamente, la sociologia marxista dovrebbe parlare di produttori salariati. Con il tempo il termine proletariato si è arricchito di specificazioni, derivanti dai tentativi di aggiornamento operati dalla stessa ricerca marxista e, più in generale, dagli studi sulle classi sociali e la stratificazione. Alcuni economisti hanno così potuto distinguere in seno al mercato del lavoro fra proletariato centrale, perché inserito nei gangli vitali del sistema produttivo – e perciò dotato di una relativa contrattualità economica e visibilità politica – e proletariato marginale, impiegato nei settori più fragili o tradizionali, e perciò più esposti agli effetti delle ristrutturazioni produttive e dell'innovazione tecnologica. In senso lato, appartengono al proletariato marginale anche quelle fasce di popolazione che traggono la principale fonte di sostegno economico dall'assistenza pubblica o da attività estranee al circuito produttivo retto dalle regole del mercato. La scuola neomarxista – trasferendo i propri modelli analitici alla divisione internazionale del lavoro – ha anche introdotto, fra gli anni Sessanta e Settanta, la nozione di proletariato esterno, contrapposta a quella di proletariato interno. Con il primo termine si intendono nel loro insieme i lavoratori del Terzo Mondo, sottoposti a un regime di sfruttamento prima coloniale, poi organizzato attorno al sistema delle multinazionali capitalistiche occidentali. Nella divisione mondiale del lavoro gestita dall'economia capitalistica, questa massa di poveri – privi di qualunque contrattualità – costituirebbe perciò un unico immenso aggregato, che rappresenterebbe il vero nuovo soggetto dell'antagonismo di classe su scala planetaria. È da questa teoria che discendono, del resto, molti progetti politici identificatisi via via con regimi guida di tipo nazional-rivoluzionario (a cominciare dal maoismo e dal castrismo cubano). Viceversa, il proletariato interno ai singoli Paesi capitalistici – inserito nel circuito dello Stato sociale e garantito dall'esistenza di sindacati inclini alla collaborazione fra le classi – avrebbe perso ogni capacità di dirigere un processo di radicale trasformazione politico-sociale. Di qui le tesi estremistiche relative all'“imborghesimento” dell'intera classe operaia, alla fine del movimento operaio come soggetto politico, cui fa a lungo da significativo contrappunto quella sulla “proletarizzazione” dei ceti medi, costretti a ritmi e regimi di lavoro sempre più subordinati e privi di creatività (burocratizzazione e proletarizzazione degli strati sociali intermedi).

Filosofia

Nel concetto marxista-leninista, la dittatura del proletariato è la presa del potere da parte del proletariato quale “strumento transitorio” per creare le condizioni che permettano di eliminare ogni oppressione di una classe sociale sulle altre e di procedere all'estinzione di ogni potere politico. Importante nel concetto marxiano di dittatura del proletariato è il rilievo che quando il proletariato distrugge i vecchi rapporti di produzione, distrugge con ciò stesso anche le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe “e quindi anche il suo proprio dominio di classe”, elimina cioè ogni potere politico. Il termine dittatura del proletariato è stato coniato da Marx ne Le lotte di classe in Francia (1850), dove l'autore insiste ancora sulla transitorietà di questo strumento, avvertendo che ogni remora ingiustificata a operare il passaggio alla liquidazione del potere politico sarebbe fatale a tutto il sistema. La dittatura del proletariato non è quindi un ideale di governo stabile di durata illimitata, ma uno strumento rivoluzionario di lotta per la trasformazione della società attuale in una società senza classi, “un'associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti”. Marx salutava nella Comune di Parigi il primo esempio storico di dittatura del proletariato e ne ricavava le prime indicazioni sulle caratteristiche del potere politico della classe operaia nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo. Lenin apportava al concetto un valido contributo e sottolineava che “la violenza non è l'essenza della dittatura del proletariato, perché la sua essenza fondamentale sta nel grado di organizzazione e di disciplina del reparto avanzato dei lavoratori, della loro avanguardia, del loro unico dirigente, il proletariato”. Egli allargava il concetto di dittatura del proletariato a una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa contro le forze della vecchia società. Diventava sempre più chiaro che la lotta per la conquista del potere da parte della classe lavoratrice era legata alle particolarità storiche, sociali ed economiche di ogni Paese, per cui Togliatti poteva definire la dittatura del proletariato “la direzione politica da parte della classe operaia nella costruzione della società socialista”. Era la cosiddetta “via nazionale al socialismo”.

Per la sociologia

J. A. Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy, Londra, 1954; G. Friedmann, P. Naville, Traité de sociologie du travail, Parigi, 1961-62; L. Cavalli, Il mutamento sociale, Bologna, 1970.

Per la storia

B. Goetz, Il proletariato industriale, Milano, 1946; S. Ossovsky, Struttura di classe e coscienza sociale, Torino, 1966; M. David, Les travailleurs et le sens de leur histoire, Parigi, 1968; E. Malinski, Il proletarismo, Brindisi, 1979.