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capitalismo

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sm. [sec. XIX; da capitale]. Sistema economico di produzione e distribuzione di beni e servizi basato sul principio della divisione del lavoro, sulla proprietà privata e sullo scambio. In tale sistema, ciascun individuo si specializza in un particolare compito o mansione, in modo da poter aumentare la produttività del suo lavoro; ne deriva, per quello specifico bene o servizio prodotto, una produzione eccedente rispetto ai suoi bisogni. Di qui la necessità di procedere allo scambio.

Economia

Il mercato rappresenta l'istituzione attraverso cui i soggetti interagiscono e procedono allo scambio di beni, di servizi e, in un sistema più complesso, anche di attività finanziarie. Da un punto di vista giuridico gli scambi danno luogo a un passaggio di proprietà di beni, a erogazione di servizi o a mutamenti nella titolarità di un diritto. Nella versione estrema, il cosiddetto capitalismo liberista, gli individui privati, siano essi singoli o raggruppati in forme societarie, sono i veri protagonisti dell'agire economico; lo Stato ricopre piuttosto la funzione di garante del rispetto dell'insieme di regole basate sulla proprietà privata che la società civile si è data. L'atteggiamento di “non interventismo” dello Stato nella sfera economica è stato descritto con terminologia francese come laissez faire.Dopo la crisi del '29 che colpì severamente le economie capitalistiche, si sviluppò con J. M. Keynes l'idea che lo Stato debba intervenire nella sfera economica per “correggere” i risultati non desiderabili prodotti dal mercato. In Keynes è fondamentale l'idea che la domanda aggregata di beni e servizi risulti, per diversi motivi, insufficiente a sostenere una produzione in cui tutte le risorse produttive vengano pienamente impiegate e debba quindi essere sostenuta dall'intervento incentivante dello Stato. L'accoglimento di questa impostazione da parte di uomini di governo ha portato, soprattutto nell'Europa continentale, allo sviluppo di una notevole mole di azioni economiche da parte dello Stato. Nel nostro Paese un'originale applicazione di questa filosofia economica può essere vista nel sistema delle partecipazioni statali. Nel corso dei difficili anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta, tuttavia, hanno preso nuovamente piede idee di stampo liberistico; da un lato le problematiche relative al finanziamento del debito pubblico costituitosi a causa del notevole intervento economico, dall'altro la costituzione di rendite monopolistiche, “costruite” dalla legislazione, promuovono spinte verso un maggiore ricorso all'economia di mercato. Sul piano storico, il primo autore che utilizza sistematicamente il termine capitalismo è K. Marx. Egli sottolinea come tale sistema economico porti per sua stessa natura alla contrapposizione insanabile delle due classi sociali fondamentali: quella dei capitalisti e quella dei lavoratori-proletari. È ben nota la conclusione pessimistica di Marx sulle sorti finali del capitalismo, destinato a morire a motivo della caduta tendenziale del saggio di profitto. Facendo riferimento ad altre scuole estranee a quella marxista, come rileva M. Dobb, la scuola austriaca ha interpretato il capitalismo in senso “tecnico”, identificandolo con il processo di produzione per mezzo di metodi indiretti (produzione di beni di consumo attraverso la produzione di beni-capitali). Altri autori hanno identificato il capitalismo con il sistema della libera iniziativa individuale, o meglio con il sistema della libera concorrenza. Le diverse interpretazioni circa il significato del termine hanno poi condotto a riconoscere diverse origini storiche del fenomeno. Secondo A. Sapori il capitalismo si sarebbe affermato già dagli anni delle prime crociate negli “elementi psicologici che lo costituiscono (desiderio di moltiplicare la ricchezza col reinvestimento del guadagno, razionalità dell'organizzazione, spregiudicatezza nell'azione)”. Ancora secondo Sapori, “col tempo il nuovo sistema economico avrebbe informato di sé strati sempre più larghi, mentre più addietro spirito e pratica capitalistica furono propri soltanto: da un lato di alcuni pionieri, i grandi mercanti, industriali, banchieri; dall'altro di grandi istituti come la monarchia pontificia”. Altri, come W. Sombart, hanno attribuito lo sviluppo del capitalismo all'attività commerciale degli ebrei. M. Weber ed E. Troeltsch hanno invece sostenuto che esso fu una creazione dei protestanti. Per quanto discutibili e discusse possano essere tali teorie, è però innegabile che puritani e calvinisti, non essendo vincolati al divieto canonico di praticare il prestito su interesse e nell'assenza di una gerarchia tra “temporale” e “spirituale”, agivano nella convinzione che ogni attività volta alla conquista di ricchezze fosse meritevole,ed è lecito pensare che possano aver esercitato una certa influenza sull'evoluzione del capitalismo. Ma la fase iniziale del capitalismo può essere riconosciuta solo, secondo M. Dobb, “quando il capitale cominciò a penetrare nella produzione in misura considerevole, in una delle due forme, o di un rapporto già abbastanza sviluppato tra capitalisti e lavoratori-salariati di fabbrica, o della subordinazione al capitalista di artigiani lavoranti nelle proprie case”. A una fase iniziale e primitiva seguì la “crisi di nascita del capitalismo moderno”, che coincise con la rivoluzione industriale manifestatasi in Inghilterra, a cominciare dalla seconda metà del sec. XVIII. La produttività del lavoro agricolo aumentò di colpo del 90% e quasi contemporaneamente si ebbero grossi aumenti nella produttività del settore tessile e nella produzione di energia. In Francia la rivoluzione industriale, con gli stessi ritmi di crescita di quella britannica, cominciò più tardi e subì un'interruzione dal 1780 al 1820. Negli Stati Uniti tale processo cominciò intorno al 1810 ed ebbe uno sviluppo rapidissimo, tanto che neppure un secolo dopo la classifica dei Paesi più sviluppati li vedeva al primo posto seguiti dalla Gran Bretagna. In Italia lo sviluppo industriale fu ritardato dall'unificazione nazionale attuata soltanto nella seconda metà del sec. XIX e dalla cronica arretratezza del Mezzogiorno. Russia, Cina e Giappone, per motivi diversi, giunsero anch'essi tardi alla rivoluzione industriale (inizio del sec. XX), quando già si avvertiva il mutamento del capitalismo competitivo in capitalismo monopolistico. In effetti, nel periodo che va dalla guerra franco-prussiana alla prima guerra mondiale, nacquero le grosse società per azioni, i trusts, e i monopoli su scala internazionale, che favorirono le concentrazioni e accumulazioni del capitale.

Sociologia

L'analisi sociologica si rivolge soprattutto alle cause e agli effetti sociali del capitalismo. In questa prospettiva, il capitalismo moderno si sviluppa propriamente con la rivoluzione industriale del sec. XVIII, che determina un massiccio esodo di forza lavoro dalle campagne e una sua concentrazione nelle fabbriche, per lo più ubicate nei grandi centri urbani. Capitalismo, industrializzazione, urbanizzazione, sviluppo di inedite tecnologie produttive e accentuazione della divisione sociale del lavoro sono perciò fenomeni strettamente connessi e interagenti. Si modificano radicalmente le relazioni fra gli uomini, la mentalità e il costume, ma anche il sistema familiare e il conflitto. Il capitalismo appare infatti a Max Weber come espressione del bisogno di razionalità che domina la società moderna. Esso tende a comporre un ordine sociale mutevole, ma sicuramente alternativo a quello delle comunità tradizionali. Il suo elemento dinamico è rappresentato dalla ricerca del profitto e dalla funzionalità dell'impresa, motivi coerenti con una cultura religiosa (il calvinismo) che predica l'ascesi intramondana, cioè il risparmio, il senso della misura, il differimento della soddisfazione prodotta dall'accumulo della ricchezza in vista di un profitto maggiore e socialmente utile. Questa ispirazione non era stata negata, del resto, neppure da K. Marx, che esalta lo spirito d'iniziativa e il senso dell'innovazione del capitalista. La sua analisi critica si concentra, piuttosto, proprio sugli effetti sociali del sistema produttivo introdotto dal capitalismo industriale, con la trasformazione della forza lavoro industriale in merce e la creazione di un sistema di classi sociali non meno gerarchico e autoritario di quello caratteristico dell'antico ordine feudale e mercantile. Altri studiosi hanno sottolineato le peculiarità del capitalismo come sistema sociale globale. W. Sombart segnala il nesso fra cultura della ragione economica, scienza del calcolo e audacia imprenditoriale; J. A. Schumpeter individua nella sensibilità all'innovazione il tratto distintivo dell'operatore capitalistico; H. R. Trevor-Roper – in dissenso con Weber – valorizza la solidarietà fra esuli calvinisti rispetto ad astratte motivazioni teologiche nella formazione della cultura originaria del capitalismo europeo. I contributi di S. N. Eisenstadt e di I. Wallerstein hanno consentito una lettura più articolata delle origini del capitalismo, evidenziando i caratteri di discontinuità storica e sociale dello stesso capitalismo contemporaneo, a proposito del quale si è parlato di capitalismo di Stato (quando lo Stato è in tutto o in gran parte proprietario delle imprese), di capitalismo organizzato – intrecciato al sistema politico e concentrato in monopoli che tendono a eliminare la concorrenza e a ridimensionare il potere regolativo del mercato – e, da ultimo, di capitalismo corporativista, basato sul metodo della concertazione permanente e sistematica fra impresa, sindacati e istituzioni politiche.

Bibliografia

K. Marx, Il capitale, Roma, 1951; Mc D. Wright, Capitalism, New York, 1951; J. A. Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy, Londra, 1954; Strackey, Contemporary capitalism, New York, 1956; M. Friedman, Capitalism and Freedom, Chicago, 1962; M. Dobb, Studies in the Development of Capitalism, Londra, 1963; John K. Galbraith, La società opulenta, Milano, 1965; A. Papandrèou, Il capitalismo paternalistico, Milano, 1972; L. Villari, Capitalismo del 900, Bari, 1972; M. Beaud, Storia del capitalismo, Roma, 1984.