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Peppino Impastato: un eroe contemporaneo che sfidò la mafia

"Arrivai alla politica nel lontano novembre del '65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire a una condizione familiare ormai divenuta insostenibile”

Così, Peppino Impastato, descrive le motivazioni del suo avvicinamento alla politica, in una breve nota autobiografica scritta poco tempo prima che venisse assassinato il 9 maggio del 1978. Lo stesso giorno in cui, nel bagagliaio di un auto in via Caetani a Roma, venne rinvenuto il corpo di Aldo Moro. Forse, proprio perché oscurati da tale avvenimento legato alla scena politica nazionale, i fatti e i mandanti dell’efferato omicidio di Peppino Impastato, rimasero a lungo avvolti nell’ombra.

Nato nel 1948 in una famiglia ben inserita negli ambienti mafiosi del comune di Cinisi (PA), Giuseppe (detto Peppino) fin da ragazzino cercò di prendere le distanze sia da suo padre Luigi che dagli altri parenti affiliati ai clan locali. Così, già a partire dal 1965 Peppino aderì al PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) facendosi portavoce dei diritti dei contadini proletari di Cinisi. Nello stesso periodo fondò il giornalino “L’idea socialista” sequestrato, tuttavia, dopo pochi numeri.

L’obiettivo di Peppino era quello di creare un movimento di opinione volto a denunciare e a mettere in luce le malefatte e gli efferati delitti della mafia locale, il cui esponente di spicco era, all’epoca, Gaetano (Tano) Badalamenti. La sua vita fu caratterizzata da un’inesorabile voglia di sfuggire a un destino a cui, fin dalla nascita, sembrava essere "condannato".

Ma il destino di Peppino Impastato fu ben diverso. Il suo crescente risentimento per gli ambienti non solo mafiosi ma anche politici (corrotti), sfociò nel gruppo “Musica e cultura” fondato nel 1976 e, successivamente, nell’emittente radiofonica locale “Radio Aut”. Dalla sua radio libera e autofinanziata, Peppino denunciava i gravi fatti legati ai traffici di droga non risparmiando di fare nomi e cognomi di mafiosi e politici conniventi.

Nel 1978, la sua tenacia e la sua costanza lo portarono a candidarsi alle elezioni comunali nella lista di Democrazia Proletaria ma, proprio nel corso della campagna elettorale, Peppino Impastato fu assassinato. Era la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978. Con il suo corpo venne, inizialmente, inscenato un suicidio anche se fu chiaro, fin da subito, che si trattava di un attentato di stampo mafioso.

Per anni il fratello Giovanni e la madre Felicia (morta nel 2004) si sono battuti affinché venisse fatta giustizia. Tuttavia, nel 1992, il caso fu archiviato pur riconoscendo la matrice mafiosa del delitto attribuito, comunque, a ignoti. Nel 1994, il Centro Impastato di Palermo presentò un’istanza per la riapertura dell’inchiesta chiedendo che il nuovo collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo (affiliato alla mafia di Cinisi), venisse interrogato in merito alla morte di Peppino.

La riapertura dell’inchiesta aprì nuovi scenari così, nel 1997, il boss Tano Badalamenti, già condannato dal tribunale di New York a 45 anni di carcere per spaccio internazionale di droga, venne indicato quale mandante del delitto insieme al suo vice Vito Palazzolo. Tali vicende giudiziarie hanno portato, prima, alla condanna di Vito Palazzolo (marzo 2001) e poi all’ergastolo di Gaetano Badalamenti nell’aprile 2002, morto, tuttavia, nel 2004.

Dopo anni di lotte finalmente l’omicidio trova mandanti e risposte e Peppino Impastato diventa il simbolo della lotta alla mafia, un eroe contemporaneo di indiscutibile coraggio. A rendergli omaggio, nel 2000, arriva anche il celebre film di Marco Tullio Giordana “I cento passi” che ripercorre le fasi della vita del giovane Impastato fino alla notte dell’attentato. Un film che ha riportato l’attenzione, soprattutto dei più giovani, su un fatto di cronaca per troppo tempo accantonato e apparentemente dimenticato ma che ha segnato una pagina nera della storia contemporanea del nostro Paese.
 

09/05/2013

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