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Il seicento

Il marinismo e la lirica concettista

Marino fu il riferimento principale della poesia secentesca: amici e avversari videro nell'Adone il problema poetico di un'epoca. Il "concetto" è una specie di illuminazione mentale che accende la "meraviglia", come se le parole fossero tanto più vere quanto più capaci di visionarità, di invenzione creatrice.

Il lucano Tommaso Stigliani (1573-1651) fu un marinista moderato, prima amico del Marino poi suo acerrimo censore; scrisse Il mondo nuovo (1618), un poema epico su Cristoforo Colombo, e infine L'occhiale (1627), un libro di critiche all'Adone. Il bolognese Claudio Achillini (1574-1640) rese ancor più solenne e a tratti pedante la lezione marinista, mentre l'altro bolognese Girolamo Preti (1582-1626) mostrò una maggiore autonomia e ricchezza espressiva (Rime, 1614). I temi tipici del Marino (l'orologio d'acqua, la girandola, la zanzara, il neo sul labbro) furono ripresi ossessivamente dal pugliese Antonio Bruni (1593-1635) nelle Tre Grazie (1627) e nelle Veneri (1653). Un'aspirazione più religiosa accomuna altri scrittori barocchi. Maffeo Barberini (1568-1644) fu papa (1623) col nome di Urbano VIII; i suoi versi sono legati al petrarchismo, ma anche rinvigoriti da un forte gusto concettistico. Il fiorentino Giovanni Ciampoli (1589-1643) fu amico e seguace del Galilei: letterariamente ebbe viva la lezione del Chiabrera.

La contaminazione del dramma pastorale nel romanzo spiega anche la presenza di parti meliche e liriche nel tessuto della narrazione. Il genovese Bernardo Morando (1589-1656) fece uso nel Rosalinda di molte canzonette, in cui emerge anche l'idea di trasgredire o in qualche modo corrompere il modello della bellezza femminile. Un esercizio di variazione barocca su immagini sensuali è l'opera (soprattutto La selva poetica, 1648) dell'urbinate Giovanni Sempronio (1603-1646). Interessanti sono le liriche (Poesie, 1626) dell'ascolano Marcello Giovanetti (1598-1631), in cui gli schemi barocchi lasciano filtrare una concreta vitalità poetica. Il messinese Scipione Errico (1592-1670) sia con le Rime (1619) e le Poesie liriche (1646), sia col dialogo L'occhiale appannato (1629) mostra una notevole ingegnosità. Molto interessante, anche per il nostro gusto contemporaneo, il lavoro del friulano Ciro di Pers (1599-1663), autore di una tragedia, L'umiltà esaltata ovvero Ester regina (1664), e di Poesie (postume, 1666): la sua scrittura sembra lontana dai semplici schemi dei marinisti o degli antimarinisti; c'è in lui una verità umana, una passione, un senso struggente della vita e della morte, qualcosa come una libertà morale che gli permette di scrivere uno fra i migliori canzonieri del suo tempo.

Nella seconda parte del secolo, mentre si prefigura specie a Nord una prima tendenza razionalistica e già quasi prearcadica, continua a dominare nel Meridione il modello marinista, che in molti casi appare addirittura esasperato. Il genovese Anton Giulio Brignole Sale (1605-1665) accompagna la prosa delle Instabilità dell'ingegno (1635), una sorta di piccolo Decameron, con poesie che rappresentano la migliore società del tempo. Nel Sud d'Italia l'esperienza concettista sembra esprimersi con maggiore ricchezza. Il pugliese Giuseppe Battista (1610-1675) rivela una notevole esuberanza immaginifica. I napoletani Federico Meninni (1636-1712) e soprattutto Giovanni Lubrano (1619-1693) sono rappresentanti del "secentismo del secentismo". Anche il siciliano Giuseppe Artale (1628-1679), quando raccoglie la sua Enciclopedia poetica (1679), mostra una lezione barocca di enfasi prossima all'ossessività.

Riepilogando

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