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Dall'antichità al rinascimento

Melodia e poesia in Grecia

La musica greca antica può essere considerata un patrimonio per noi definitivamente perduto, la cui reale portata ci è dato soltanto immaginare dall'importanza conferita all'arte dei suoni dal sistema educativo dell'età classica.

Fin dalle prime testimonianze a noi note, i poemi omerici, la musica si rivela strettamente collegata alla poesia: si parla, fra l'altro, di cantori professionisti, gli aedi, che narravano gesta mitiche ed eroiche accompagnandosi con una sorta di cetra, la phórminx. Si definirono poi diversi generi di canto accompagnato da strumenti con la codificazione dei nómoi, nuclei melodici a cui il poeta-musicista poteva rifarsi, sviluppandoli. Si distinsero il nómos aulodico (canto e musica prodotta da un aulós) e auletico (destinato al solo strumento) e analogamente citarodico e citaristico (in riferimento alla cetra o lira).

I grandi lirici, come Alceo, Archiloco e Saffo, furono poeti-musicisti; altrettanto si può dire degli autori di lirica corale. Vanno menzionati inoltre Terpandro, che perfezionò la lira portandone le corde da 4 a 7 (VII secolo a.C.), e Sacada, virtuoso di aulós (VI secolo a.C.).

La musica aveva grande importanza nelle cerimonie religiose, nei giochi e nella tragedia; quale peso avesse nella formazione del cittadino greco è testimoniato soprattutto da Platone, che teorizzò anche sui riflessi etici del fatto musicale.

Il ditirambo e le "harmoníai"

Il ditirambo fu il canto caratteristico della lirica greca. Composto e cantato, con accompagnamento di danze, in onore di Dioniso, celebrava le sue avventure, tristi o liete. Sviluppatosi in forma dialogica tra i secoli VI e V a.C., è messo in relazione con la nascita della tragedia greca.

Nella seconda metà del VI secolo, allorché Pisistrato ebbe istituito ad Atene le Dionisie Urbane, accanto ai concorsi tragici e comici si svilupparono quelli ditirambici. Proprio il clima della competizione comportò la perdita dell'aura rituale del ditirambo: i suoi contenuti testuali non riguardarono più i miti dionisiaci, ma vicende relative ad altri dei ed eroi. Anche dal punto di vista musicale, il canto ditirambico conobbe a quest'epoca un'evoluzione decisiva, sia per quanto riguarda gli schemi melodici, sia per quanto concerne l'organizzazione ritmica. Nel corso dei secoli V-IV la musica del ditirambo sviluppò a tal punto un proprio virtuosismo da offuscare l'autonomia del testo verbale.

Tra VI e V secolo a.C. venne elaborato anche il concetto di harmonía, intesa come musica prodotta da un contesto geoculturale omogeneo, individuata da un certo andamento melodico, con una qualità sonora caratterizzata da una determinata timbrica, da una precisa altezza dei suoni e da una particolare disposizione degli intervalli. Vi erano dunque harmoníai proprie di tradizioni musicali tipicamente regionali.

Una successiva formulazione delle harmoníai fu quella elaborata dal maestro e consigliere di Pericle, Damone, acuto interprete della dottrina pitagorica. Accettando, cioè, che la musica si fondi su leggi e rapporti che ispirano sia l'intero cosmo, sia l'animo umano, secondo quanto indicato appunto dai Pitagorici, Damone classificò le harmoníai in base a un criterio etico, oltre che formale: fu per questo che la sua riflessione in merito alla funzione pedagogica della musica venne poi ripresa da Platone e Aristotele. Ma la dottrina etica della musica possiede a sua volta un duplice risvolto, se si considera che la corrente pitagorica procedeva distinguendo razionalmente i caratteri e le passioni secondo il principio del numero, cioè elaborando astrattamente a priori i loro rapporti numerici, mentre Damone aveva bisogno, "empiricamente", della passione e dell'esperienza per riconoscere il legame fra musica e affetti.

Strumenti e patrimonio musicale

Di origine asiatica furono considerati gli strumenti a fiato, come il già citato aulós e la syrinx. Altri strumenti erano la sálpinx (tromba), gli strumenti a percussione ­ come cimbali, sistri e crotali ­ e le varie forme di lira o citara (phórminx, bárbitos, magádis, péktis ecc.). La musica era di natura monodica: l'accompagnamento strumentale consentiva, però, forme di eterofonia (lo strumento eseguiva la stessa melodia della voce, improvvisando però abbellimenti e varianti).

Ci sono giunti pochissimi frammenti di musica greca, tutti appartenenti all'età postclassica, a eccezione di un frammento del primo stasimo (canto del coro a separare un episodio dall'altro) dell'Oreste di Euripide (pervenuto su un papiro di età romana, per cui la datazione della musica è discussa). Fra gli altri documenti, ci sono pervenuti due inni delfici ad Apollo (130 e 128 a.C.), l'epitaffio di Sicilo (I secolo d.C.), alcuni frammenti strumentali e due inni a Elio e a Nemesi, attribuiti a Mesomede (II secolo d.C.) e pubblicati nel XVI secolo da V. Galilei, la cui musica, secondo alcuni studiosi, è però una ricostruzione di un dotto bizantino. Molto dubbia è l'autenticità dell'inizio di un'ode pitica di Pindaro pubblicata da A. Kircher nel 1650.

La teoria musicale

La teoria musicale della Grecia antica, di cui è impossibile stabilire con certezza la concreta rispondenza alla pratica, ci è tramandata in numerosi testi e ha influenzato largamente la teoria musicale medievale e rinascimentale.

Base del sistema era il tetracordo, insieme di quattro note formanti due intervalli di tono e uno di semitono. La diversa posizione dei semitoni caratterizzava le harmoníai (armonie, o modi) dorica, frigia e lidia, che venivano a formare scale composte dall'unione di due tetracordi dello stesso genere. Si è soliti far corrispondere il dorico a una scala diatonica discendente da mi a mi, il frigio da re a re, il lidio da do a do. Asimmetrica è, invece, l'armonia misolidia (da si a si). Con lo spostamento dei tetracordi si ottenevano le armonie iperdorica, iperlidia e iperfrigia (un intervallo di quarta sopra) e ipodorica, ipolidia e ipofrigia (un intervallo di quarta sotto). Si distinguevano inoltre i generi diatonico, cromatico ed enarmonico, per cui, restando immutate le note estreme del tetracordo, variavano gli intervalli al suo interno. Dunque, un tetracordo dorico nel genere diatonico si configura in senso discendente (mi-re-do-si), cromatico (mi-do diesis-do-si), enarmonico (mi-do seguito dalla divisione del semitono do-si in due parti di tono).

La trattatistica ci tramanda due sistemi di notazione alfabetica, uno per la musica vocale e uno per quella strumentale. Dopo le età ellenistica e romana si sviluppò in Grecia il canto bizantino, di cui si tratterà più avanti.

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