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L'età del classicismo e Mozart

Georg Friedrich Händel

Nato da una famiglia senza particolari tradizioni musicali, Georg Friedrich Händel (Halle 1685 - Londra 1759) studiò ad Halle composizione, organo, clavicembalo, violino e oboe, avendo come maestro (fra il 1693 e il 1696 circa) F.W. Zachow. Divenne quindi organista nella cattedrale cittadina, finché nel 1703 si trasferì ad Amburgo, come violinista nell'orchestra diretta dall'allora famoso operista R. Keiser, dove ebbe modo di conoscere a fondo l'ambiente teatrale del tempo, di stringere amicizia con il teorico J. Mattheson e di scrivere i primi lavori di un certo impegno. Giunto in Italia alla fine del 1706, fu forse a Venezia, sicuramente a Firenze, quindi a Roma, dove si fece apprezzare come organista e compositore di musiche vocali sacre e profane, entrò in contatto con i maggiori compositori italiani del momento e scrisse una serie di celebri cantate (1706-08) e i fortunati oratori Il trionfo del tempo e del disinganno (circa 1707) e La Resurrezione (1708). Nel 1708 si recò a Napoli e l'anno successivo a Venezia, dove la sua opera Agrippina ottenne un successo clamoroso.

Il soggiorno londinese

Poco dopo divenne maestro di cappella del principe elettore Giorgio Luigi ad Hannover e in varie riprese fu a Londra, dove infine si stabilì (1712), in seguito al successo dell'opera Rinaldo (1711). Nella capitale inglese collaborò attivamente con iniziative teatrali e compose lavori di circostanza per la corte (Ode per la regina Anna e Te Deum di Utrecht, entrambi del 1713), trovando protezione presso aristocratici come il conte di Burlington (1714-17) e il duca di Chandons (1717-19 circa), nonostante l'ostilità dell'ex elettore di Hannover, divenuto nel 1714 re di Gran Bretagna e Irlanda con il nome di Giorgio I. Per quest'ultimo fu direttore della cappella privata nella sontuosa residenza di Cannons, realizzando alcune fra le sue opere più famose: la composizione orchestrale Watermusic (1717), 8 suite per cembalo, grandi lavori corali (gli 11 Chandons Anthems, 1717-18; 3 Te Deum, 1713-20; il masque intitolato Aci e Galatea, 1718). In seguito divenne direttore della Royal Academy of Music, nata per favorire la rappresentazione a Londra di opere italiane. Pungolato dalla concorrenza di A. Ariosti e G. Bononcini, Händel produsse in quegli anni (1720-27) una serie di melodrammi di altissimo livello: Ottone (1723), Giulio Cesare (1724), Tamerlano (1724), Rodelinda (1725), Alessandro (1726), Admeto (1727). Una violentissima diatriba fra le cantanti F. Cuzzoni e F. Bordoni e il travolgente successo del nuovo genere della ballad opera portarono al fallimento della Royal Academy e procurarono gravi difficoltà al suo impresario, che tuttavia continuò ad agire in proprio al Teatro Haymarket, avendo un grande rivale in N. Porpora. Parallelamente all'opera, Händel iniziò in quegli anni a sviluppare un nuovo genere di oratorio drammatico, graditissimo al pubblico inglese, i cui primi esempi furono Esther (1732), Deborah (1733) e Athalia (1733).

Il tempo degli oratori

Nel 1737 il gravissimo deficit della sua gestione teatrale costrinse Händel ad abbandonare l'attività di impresario, mentre una paralisi sembrava dover troncare la sua creatività. Tuttavia, egli si riprese, continuò a comporre e nel 1741 accettò un invito a Dublino rivoltogli dal viceré d'Irlanda e in tale città fece eseguire nel 1742, riscuotendo un successo strepitoso, il suo capolavoro, l'oratorio Messiah. Il ritorno a Londra gli procurò inizialmente molte amarezze e solo con gli oratori a carattere epico-patriottico Occasional Oratorio (1746) e Judas Maccabaeus (1747) riconquistò il pubblico aristocratico della capitale, potendo così riprendere alacremente a comporre, anche dopo la progressiva perdita della vista (dal 1751). Morendo, lasciò un rimpianto universale e una fama che non si sarebbe mai attenuata neppure nei secoli successivi. Fu tumulato nell'abbazia di Westminster.

L'opera

La monumentale opera di Händel, in cui si realizzò la sintesi perfetta dell'intera epoca barocca, si colloca come una delle più prodigiose esperienze artistiche nella storia della musica occidentale, confrontabile per ampiezza e valore soltanto con quella di J.S. Bach. Dal suo grande contemporaneo, Händel si distinse, però, per il linguaggio più esuberante e cosmopolita, per una costante vocazione teatrale (del tutto sconosciuta a Bach), per la minore complessità delle tecniche compositive.

Nella produzione händeliana, i grandi oratori drammatici, la cui struttura varia secondo le esigenze, occupano il posto di maggior rilievo, in quanto punto di arrivo di una tradizione pluricentenaria: rispetto ai modelli, ben presenti, di G. Carissimi, A. Stradella, A. Scarlatti, fu geniale e a suo modo rivoluzionaria la fantasiosità dei mezzi musicali adottati. In essi riveste importanza fondamentale e ruolo costante di protagonista il coro, la cui scrittura è sapiente e varia, sempre tesa, però, a una comunicazione diretta e immediata con gli ascoltatori. Sulla struttura portante di questa parte si inseriscono i pezzi solistici e i ricchi accompagnamenti orchestrali, direttamente legati alla parallela esperienza operistica.

Degli oratori, il Messiah è certo il più famoso e artisticamente riuscito, ma sono ancora da segnalare, oltre ai già citati Esther, Athalia e Judas Maccabaeus, Saul (1739), Samson (1743), Belshazzar (1745) e Jephtha (1752).

In ambito teatrale, Händel produsse (nella maggior parte durante la sua attività di impresario) oltre una quarantina di opere, in cui il modello italiano fu accolto con notevoli modifiche e snellito con drastiche riduzioni dei recitativi a vantaggio delle arie solistiche: i pezzi a più voci sono pochissimi, il coro ha poco peso, la strumentazione è brillante e moderna, seppure subordinata alla voce. Pezzi solistici, intermezzi strumentali, cori e danze venivano poi riuniti in un corpo unitario, sulla base di un istinto teatrale che Händel ebbe più di ogni altro autore del suo tempo. Fra le opere si ricordano ancora Orlando (1733), Alcina (1735), Berenice (1737) e Serse (1738). La grandezza della scrittura vocale di Händel si rivela anche nel vasto genere della musica sacra e d'occasione, coltivato con regolarità fin dai primi anni.

Pure nel settore strumentale, in cui la citata Watermusic resta il simbolo più efficace della sua grande sensibilità, la sua produzione lasciò un segno indelebile sulla civiltà musicale. I concerti grossi (6 op. 3, 1734; 12 op. 6, 1739) furono chiaramente modellati secondo la tradizione italiana, ma la struttura formale appare ben più elaborata e grandiosa, il gioco virtuosistico più elegante, il discorso musicale più completo e conchiuso. Nei concerti per organo e orchestra (3 serie di 5 concerti ciascuna), nelle suite per cembalo (circa 25) e in tutta l'altra musica da camera, si notano le testimonianze delle prodigiose capacità tecniche di Händel come esecutore, nonché chiare anticipazioni delle future evoluzioni dei generi trattati.

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