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Psicologia

Il linguaggio e la comunicazione

Nell'Ottocento Lewes, nel suo The study of psychology si riferisce con questi termini alla capacità umana di organizzare suoni per comunicare significati ai propri simili: “Come gli uccelli hanno le ali, l'essere umano possiede il linguaggio. Le ali forniscono agli uccelli quel loro atteggiamento caratteristico che è la locomozione aerea. Il linguaggio fa sì che l'intelligenza e le passioni degli esseri umani acquisiscano quel loro carattere peculiare di intelletto e sentimento”. Ed è senz'altro facile rendersi conto dell'importanza del linguaggio per la vita dell'uomo: senza di esso tante delle nostre attività quotidiane diventerebbero se non impossibili, certamente molto difficoltose. Sarebbe più complicato chiedere qualcosa, comunicare un bisogno, condividere ricordi, aspettative, opinioni.

Con il termine linguaggio nel suo senso più generale si intende un qualsiasi sistema di comunicazione codificato. Quando è usato in un'accezione tecnica (come nel caso di un linguaggio di programmazione, ad esempio), per linguaggio si intende un sistema di segnali o simboli che permette di trasmette un'informazione da un sistema a un altro; in questa accezione “codice” può essere utilizzato come sinonimo di linguaggio. In riferimento all'uomo per linguaggio si intendono i codici umani sia verbali che non verbali che consentono di formulare e trasmettere messaggi (per cui si potrà parlare di linguaggio naturale, ma anche di linguaggio pittorico, musicale, cinesico, cioè dei movimenti del corpo...). Con il termine linguaggio ci si riferisce però prevalentemente alla capacità propria dell'uomo di esprimersi verbalmente. In un'accezione strettamente connessa a questa il linguaggio indica anche lo specificarsi di questa attività umana in un determinato codice in rapporto a una determinata comunità umana, ossia il suo specificarsi nelle singole lingue naturali.

La lingua e la sua struttura

Dal punto di vista linguistico si considera il linguaggio dal suo interno, proponendosi di spiegare come esso funzioni, ossia di formulare ipotesi relative al fatto per cui sequenze di elementi fisici (fonici, grafici, gestuali) diventano portatrici di messaggi. Una lingua non mette in rapporto diretto il suono (l'espressione) e il significato (il contenuto), ma li correla attraverso una serie di livelli (fonetico, fonologico, morfologico, lessicale, sintattico, semantico, pragmatico) che non vanno intesi come stati ordinati gerarchicamente ma piuttosto come luoghi organizzativi, al cui interno vengono costituiti oggetti linguistici di vario genere (a livello fonetico si costruiscono i fonemi, a livello morfologico i morfemi, a livello lessicale i lessemi e così via). Queste regole permettono ad ogni lingua umana di essere produttiva, e cioè di poter produrre, a livello di principio, un numero infinito di nuove frasi, atte ad esprimere qualsiasi concetto o pensiero.

Alla base di ogni lingua ci sono i mattoni di base che servono a formare le parole: i fonemi. Un fonema è il segmento minimo di suono non ulteriormente scomponibile in tratti che non siano simultanei, e quindi viene a coincidere, dal punto di vista fonologico, con quell'unità minima che permette di distinguere significati diversi (ad esempio cambiando la lettera iniziale della parola sasso ottengo passo: s e p sono dunque due fonemi in quanto mi permettono di distinguere le due parole). Ogni lingua utilizza un numero fisso di fonemi (che varia da un massimo di 100 a un minimo di 13; la lingua inglese utilizza circa 45 fonemi), che poi possono essere combinati tra di loro sulla base di specifiche regole fonemiche. Imparare una lingua vuol dire impararne non solo le regole grammaticali e il significato delle parole, ma anche i suoni che le sono propri e che ci permettono di cogliere, ad esempio, l'inizio e la fine delle parole, e la differenza tra più parole. Può capitare infatti che fonemi che in una lingua sono distinti (come r e l in italiano, ad esempio, luna e runa) in un'altra non lo siano (ad esempio, il giapponese non distingue il fonema r dal fonema l, per cui i parlanti giapponesi non li odono come differenti).

L'unione di più fonemi che vanno a costituire l'unità minima di un enunciato dotata di significato prende invece il nome di morfema. Un morfema può coincidere con una parola, ma le parole possono anche essere composte da più morfemi. Ad esempio, parole come mai in italiano o only in inglese corrispondono a dei morfemi (morfemi liberi). Invece una parola come cantavo è composta dal morfema cant e dal morfema avo (che specifica e caratterizza il primo morfema che è quello portatore del significato). Da quest'ultimo esempio risulterà chiaro che tutti i suffissi e i prefissi che possono aggiungersi a parole, verbi o aggettivi costituiscono morfemi che per la loro particolare natura (il fatto di non poter avere vita propria ma di dover necessariamente essere associati ad un'altra parola) prendono il nome di morfemi legati.

I morfemi compongono dunque le parole che a loro volta possono combinarsi tra di loro sulla base di regole sintattiche, che sono specifiche per ogni lingua naturale, e che, in genere regolano i rapporti tra i gruppi nominali (nomi, aggettivi, articoli) e i verbi che insieme vanno a comporre gli enunciati.

La comprensione e la produzione del linguaggio

William James (che abbiamo già incontrato parlando di emozioni) una volta disse: “La persona che conosce una frase di dodici parole sa molte più cose di dodici persone che conoscono solo una delle parole che compongono quella frase”. Questa sua dichiarazione si riferiva ovviamente al fatto che la disposizione delle parole nella frase va ad influire sul significato della frase stessa. La disciplina che si occupa di studiare il significato delle parole e la loro combinazione per comporre il significato di un enunciato è la semantica.

Conoscere il significato di una parola non vuol dire semplicemente conoscere la cosa (o le cose) a cui si riferisce la parola stessa, come vorrebbe il senso comune. Questa definizione infatti non sarebbe sufficientemente esplicativa su come le persone possano conoscere il significato di termini astratti come “infinito”, “maggiore” oppure di termini come “lentamente”, “prima”, che non fanno riferimento a situazioni concrete. Quando pensiamo al significato di una parola, la parola stessa porta con sé una serie di conoscenze relative da una parte alle proprietà percettive che si riferiscono ad esempi del concetto cui è collegata la parola, e dall'altra alle sue relazioni con altri concetti similari (per esempio pensando alla parola “usignolo” nella mia mente sarà presente la consapevolezza che l'usignolo è un uccello, e probabilmente differenze e confronti con altri tipi di uccelli), e con le caratteristiche salienti di quei concetti (nel caso dell'usignolo che è famoso per la sua voce, che è spesso utilizzato dai poeti nelle loro composizioni eccetera). Questo insieme di informazioni, che sono quelle che possediamo per la maggior parte delle parole, vanno a formare le cosiddette definizioni potenziali (che si contrappongono alle definizioni rigorose, quale, ad esempio quella che un ornitologo potrebbe dare dell'usignolo), mentre gli studiosi di semantica (a partire dal filosofo Puttnam che fu il primo ad utilizzare il termine in questo contesto) utilizzano il termine stereotipi per riferirsi ai concetti cui ci riferiamo automaticamente quando pensiamo o utilizziamo una determinata parola.

Mentre una parola si riferisce a un significato che può essere noto o meno ma non possiede valore di verità, gli enunciati lo possiedono (un enunciato, cioè, a differenza di una parola, può essere vero o falso), in quanto possono stabilire relazioni e riferimenti tra parole.

La possibilità di stabilire riferimenti è molto utile perché permette di indicare qualcosa con precisione (invece di chiedere: “Portami il libro rosso” possiamo ad esempio dire: “Portami il libro rosso sul tavolo, quello che ti ha prestato tua cugina quando tu le hai confessato di non aver mai letto altro che fumetti”). Inoltre consente di fare riferimenti a cose non esistenti (“Se vai in libreria, potresti cercarmi il libro La psicologia a fumetti che sostituisce il libro di testo tradizionale?”) o ipotizzare idee creative (“Chissà se il libro rosso di tua cugina è delle dimensioni giuste per alzare il monitor del computer in modo da non farmi venire il torcicollo...?”). Per fare però un enunciato che possa essere giudicata vera o falsa da un ascoltatore occorre aggiungere ai riferimenti un'affermazione, ad esempio se dico: “La prof di psicologia ha sostituito il manuale di psicologia con il testo La psicologa a fumetti”, la sostituzione può essere stata effettivamente attuata dall'insegnante oppure no, mentre nell'esempio precedente, il chiedere di cercare il testo in questione in libreria non poteva essere giudicata “vera” o “falsa”, tutt'al più fuorviante nel caso il testo in questione fosse risultato inesistente. Le affermazioni possono essere simmetriche (“Il libro rosso è l'unico libro che ti verrà chiesto all'esame”: il significato della frase resta identico anche se cambio l'ordine degli elementi: “L'unico libro che ti verrà chiesto all'esame è il libro rosso”) o asimmetriche (sentire “L'insegnante di psicologia ha buttato un alunno fuori dall'aula” è ben diverso da “Un alunno ha buttato l'insegnante di psicologia fuori dall'aula”).

Quando ci confrontiamo con la comprensione di un enunciato non possiamo quindi fare riferimento solo ai suoni o alle parole che lo compongono, ma una volta individuate le strutture di base di un enunciato, i modelli sintattici di superficie, gli ascoltatori fanno automaticamente riferimento anche ai contenuti proposizionali soggiacenti, sulla base dei quali (come risulta dalle prove di rievocazioni condotte sulla memoria verbale) le informazioni vengono immagazzinate nella memoria.

Inoltre, perché una comunicazione sia efficace, e i destinatari possano interpretare correttamente il senso degli enunciati, occorre che i parlanti rispettino le cosiddette massime di Grice, basate sul principio di cooperazione tra partecipanti. Le massime conversazionali messe a punto da Grice sono ispirate alle categorie di quantità (fornire informazioni sufficienti per soddisfare la richiesta implicita o esplicita dei destinatari, ma senza fornire allo stesso tempo troppe informazioni inutili), qualità (il parlante deve sforzarsi di fornire informazioni che siano veritiere), relazione (fornire solo informazioni che siano pertinenti con quanto si sta dicendo) e modo (non essere oscuri o ambigui, procedere in maniera ordinata). Grice stesso rilevò che le trasgressioni alle massime riscontrabili negli scambi linguistici sono numerose e rivelatrici di una differenza importante: quella tra significato espresso e significato inteso, tra quanto viene detto e quanto viene fatto intendere, tra ciò che vogliono dire le parole e ciò che vogliono dire i parlanti. Prescindendo da casi in cui chi parla vuole ingannare o non è in grado di parlare chiaramente, Grice si concentrò sui casi in cui il parlante desidera suggerire all'ascoltatore un significato diverso da quello espresso, o aggiuntivo. Quando nell'enunciato è implicito un significato aggiunto (da inferire) questo significato è chiamato implicatura conversazionale. Ad esempio se Amilcare dice: “Non trovo più il testo di psicologia” e Matilde risponde: “Ho visto Amedeo mettere nel sacco nero tutta la carta da mandare al macero”, occorrerà che Amilcare riconosca che Matilde ha voluto suggerire che tanto è l'amore per quel testo che probabilmente è stato inserito tra la carta da mandare al macero. Se invece, riferendosi a un amico che ha passato a pieni voti l'esame di psicologia perché l'insegnante gli ha chiesto l'unico argomento che casualmente aveva studiato, Amilcare dicesse: “Che secchione!”, si tratterebbe di ironia, in quanto burlandosi della massima della qualità, la frase di Amilcare ha il chiaro scopo di comunicare, o meglio implicare, l'opposto di ciò che viene detto.

Linguaggio e pensiero

Abbiamo visto più volte quanto sia importante il ruolo giocato dalla cultura sul modo di pensare e di agire delle persone. Ci si potrebbe anche chiedersi quale sia il ruolo della cultura sul linguaggio, intendendo cultura come il tipo di linguaggio parlato dalle persone. È possibile che parlare una lingua particolare caratterizzata da specifiche strutture semantiche e grammaticali porti con sé modalità proprie di pensiero? O, ancora, è possibile che il nostro modo di parlare influisca anche sul nostro modo di percepire e rapportarci con il mondo che ci circonda? Questa è proprio l'ipotesi sostenuta da Whorf e Sapire, nella loro famosa ipotesi della relatività linguistica. Per loro molti dei processi cognitivi sono relativi, in quanto in parte determinati dal linguaggio dei diversi individui. Una persona che parla inglese ragionerà quindi diversamente da un'altra che ha come madre lingua il cinese. Whorf e i suoi collaboratori hanno fondato la loro ipotesi sull'evidenza fornita da esperimenti che mostravano come soggetti posti davanti a uno stimolo ambiguo, attuassero una ritrascrizione visiva a seconda del nome che veniva assegnato con lo scopo di rendere non ambiguo, lo stimolo. Ad esempio, soggetti a cui veniva presentato uno stimolo del tipo: etichettato come “occhiali” lo avrebbero successivamente disegnato così , per avvicinarlo maggiormente all'idea che avevano associato allo stimolo, mentre coloro ai quali era stato presentato con la dicitura “manubrio” tendevano a ridisegnarlo così: .

Ma verifiche successive, condotte, ad esempio, su popolazioni che differivano nella modalità di nominare i colori (confrontando lingue ricche di distinzioni come l'italiano o l'inglese con lingue che non possedevano se non due categorie per definire i diversi colori: “chiari” contrapposti a “scuri”) hanno dimostrato che nonostante queste forti differenze la percezione dei colori non differisce, come invece avrebbe voluto la teoria di Whorf. Sulla base di queste e altre prove (la lingua inglese, ad esempio, non prevede una modalità per esprimere direttamente il tempo futuro, senza ricorrere a degli ausiliari, ma non per questo qualcuno potrebbe ipotizzare che gli inglesi hanno difficoltà a concepire il futuro in sé!) l'ipotesi della relatività linguistica è stata fortemente criticata. Tuttavia se per alcuni aspetti può vantare una validità: ad esempio è indiscutibile che lingue che prevedono o non prevedono l'impiego della forma di cortesia (la differenza tra “dare del lei” e “dare del tu” che l'italiano condivide, ad esempio, con il tedesco, ma che è sconosciuta all'inglese) comportino un notevole cambiamento nella gestione delle conversazioni.

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