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AIDS

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Descrizione generale

Sigla di Acquired Immuno Deficiency Syndrome, cioè sindrome di immunodeficienza acquisita. Con questo termine si indica una forma morbosa di origine virale (infezione da HIV), caratterizzata da uno stato di profonda compromissione delle difese immunitarie, prevalentemente a carico dell'immunità cellulo-mediata, con interessamento quantitativo e qualitativo dei linfociti T CD4+ della sottoclasse cosiddetta helper (in quanto facilitano la risposta immunitaria cellulare e umorale a opera degli anticorpi). Si parla pertanto di AIDS quando tali cellule scendono al di sotto di 200/mm3. Questa condizione di marcata immunodepressione viene detta acquisita per distinguerla dalle forme di immunodeficienza congenita e si accompagna a gravi manifestazioni cliniche in quanto espone il paziente al rischio elevatissimo di contrarre infezioni sostenute da svariati agenti patogeni, spesso da microrganismi che in condizioni normali non sono quasi mai in grado di aggredire l'organismo umano. I primi casi di AIDS possono essere fatti risalire al 1979, ma la prima diagnosi è stata posta solo nel 1981, quando alcuni giovani omosessuali di Los Angeles furono colpiti da un'infezione polmonare causata da un germe (Pneumocystis carinii) che può provocare malattia solo in individui immunodepressi; fu così stabilito un nesso tra omosessualità e immunodepressione, nesso che poco tempo dopo si estese anche a un'altra categoria di soggetti, i tossicodipendenti che si iniettavano droghe per via endovenosa, segno che l'agente causale della malattia poteva trasmettersi attraverso il sangue. Oltre a questi due gruppi principali, ne sono stati successivamente evidenziati altri a rischio: gli emofiliaci, soggetti all'infezione per la possibilità di essere trasfusi con sangue contaminato, i bambini appartenenti a famiglie di cui almeno un membro è a rischio (spesso si tratta della madre che ha trasmesso il virus al figlio durante la gravidanza), inoltre soggetti eterosessuali che abbiano avuto rapporti sessuali con persone infettate senza peraltro essere soggetti a rischio. La trasmissione della malattia avviene quindi attraverso il sangue, lo sperma, le secrezioni o i liquidi sessuali infetti. Tra i presidi utili per prevenire la trasmissione del virus c'è il preservativo che, se utilizzato correttamente e dall'inizio del rapporto sessuale, protegge dall'infezione da HIV. Non vi sono prove convincenti che altri liquidi biologici, come la saliva, il sudore, le urine o le lacrime possano essere un veicolo di trasmissione del virus. In caso di convivenza con una persona sieropositiva è sufficiente rispettare le comuni norme igieniche. Gli oggetti che possono entrare in contatto con il sangue, cioè spazzolini da denti e oggetti taglienti come forbici e rasoi possono diventare veicoli di trasmissione del virus. Di importanza fondamentale per il problema dell'AIDS in età pediatrica è la trasmissione del virus dalla madre al feto attraverso il sangue placentare, mentre accurati studi riguardanti il pericolo per conviventi e familiari di pazienti con AIDS di essere contagiati hanno ridimensionato i timori che il virus possa trasmettersi in modi diversi da quelli accertati. Quando un soggetto viene infettato, il virus passa nel sangue e stimola la produzione di anticorpi specifici che possono essere evidenziati con opportune tecniche di laboratorio. Il soggetto diventa così sieropositivo e può a sua volta trasmettere l'infezione ad altre persone. L'essere sieropositivo non corrisponde però all'essere ammalato, dato il lungo periodo intercorrente tra momento dell'infezione e manifestazione clinica della malattia, che mediamente è di circa 10-12 anni. I ricercatori hanno tuttavia osservato numerose variazioni nella progressione della malattia. Circa il 10% degli individui infettati da HIV inclusi in alcuni studi sono progrediti in AIDS entro 2-3 anni dopo l'infezione, mentre fino al 5% dei soggetti presenta conte stabili delle cellule T CD4+ e nessun sintomo anche dopo 12 anni o più dall'insorgenza dell'infezione. Essendo questo periodo totalmente asintomatico, il paziente non è messo in allarme e può quindi contagiare altre persone. La sintomatologia inizia generalmente con un diffuso ingrossamento delle linfoghiandole unito a malessere generale, anoressia, febbricola, quadro questo definito da alcuni come LAS (Lymphoadenopathic Syndrome). Dopo la fase acuta, la conta delle cellule T CD4+ di un soggetto può ritornare all'80-90% del suo livello originale. Un individuo può pertanto non presentare più alcun sintomo correlato ad HIV per molti anni, anche se il virus continua inesorabilmente a riprodursi. Con la progressione della malattia, ai sintomi iniziali si aggiungono notevole perdita di peso, diarrea e febbre persistenti, diminuzione dei linfociti nel sangue, delineandosi così un quadro clinico più grave del precedente denominato ARC (AIDS Related Complex). Sia la LAS che l'ARC vengono costantemente seguite a varia distanza di tempo dall'AIDS conclamata, caratterizzata da due elementi clinici fondamentali: le infezioni opportunistiche e il sarcoma di Kaposi. Le infezioni opportunistiche sono sostenute da germi che non sono in grado di attaccare il soggetto sano ma lo diventano quando il sistema immunitario viene compromesso nella sua funzione di difesa dell'organismo. Batteri, come il già menzionato Pneumocystis carinii, funghi come Candida albicans e Aspergillus, protozoi, come Toxoplasma, comuni germi normalmente presenti nell'intestino appartenenti ai generi Salmonella e Shigella, sono responsabili di infezioni molto gravi che rappresentano anche la più frequente causa di morte dei soggetti ammalati di AIDS. Il sarcoma di Kaposi è un tipo di linfoma maligno che coinvolge soprattutto la cute diffondendosi poi anche agli organi interni e la cui terapia è resa molto difficile dalla presenza dell'immunodepressione. Della seconda metà degli anni Novanta del sec. XX è la scoperta di un interessamento diretto del sistema nervoso da parte del virus dell'AIDS, con encefaliti che comportano grave deterioramento cerebrale, mielopatie e neuropatie dei nervi periferici e inoltre sintomi psichici, come la depressione, che compaiono nelle prime fasi di malattia e che sono diretta conseguenza dell'azione del virus sul cervello. Le ricerche a proposito dell'agente virale responsabile della malattia hanno portato all'identificazione del virus HIV, in precedenza chiamato HTLV III (Human T Cell Lymphotropic Virus). Si tratta di un retrovirus, cioè di un virus che agisce sul patrimonio genetico della cellula in modo tale che il DNA delle cellule infettate riceve “ordini” direttamente dall'RNA virale, a differenza di quanto avviene normalmente nelle cellule, dove gli “ordini” vengono trasmessi dal DNA, mentre l'RNA funge solo da messaggero. Questa capacità gli deriva da un particolare enzima, la trascrittasi inversa, che costruisce una coppia di DNA a partire dall'RNA virale, la quale va poi a integrarsi nel patrimonio genetico (DNA) della cellula ospite. Il virus dell'AIDS ha un'altra importante proprietà, quella di infettare una particolare classe di linfociti T (helper) che contribuiscono in maniera determinante alla produzione di anticorpi da parte del sistema immunitario e senza i quali l'organismo diventa immunodeficiente. Questi linfociti diminuiscono infatti progressivamente con l'avanzare della malattia e il loro dosaggio nel sangue è un parametro fondamentale che indica lo stadio in cui essa si trova. Pur essendo stato identificato solo nel 1983, quasi contemporaneamente in Francia e negli Stati Uniti, il virus dell'AIDS ha origini di gran lunga anteriori. Da lungo tempo, infatti, pare siano presenti in vari tipi di scimmie virus simili all'HIV. Attraverso alcuni studi è stato possibile risalire anche all'origine geografica del virus dell'AIDS, cioè l'Africa centrale, in cui esso è presente da tempo in maniera diffusa e dove viene trasmesso soprattutto per via sessuale. Dall'Africa il virus si è diffuso poi ad Haiti e successivamente è approdato negli Stati Uniti, e quindi in Europa. Negli USA la diffusione della malattia non è uniforme: vi sono città, come New York e San Francisco, dove l'incidenza è elevatissima mentre in alcuni Stati essa è significativamente più bassa. In Europa la maggiore percentuale di soggetti sieropositivi si ritrova in Francia, Gran Bretagna, Svizzera e Italia, mentre è in aumento la loro diffusione nei Paesi dell'Est e nell'Asia centrale. Un maggior numero di sieropositivi è stato inoltre registrato nella Federazione Russa e in Ucraina, soprattutto a causa di un incremento della tossicodipendenza. Nei Paesi dell'Europa occidentale il numero di nuovi casi, stimato nel corso del 2000, non si è abbassato rispetto all'anno precedente. Anzi, 30.000 soggetti hanno acquisito l'infezione attraverso l'uso promiscuo di droghe e rapporti omosessuali. Negli ultimi anni la modalità di trasmissione più diffusa è diventata il rapporto sessuale, in particolare la via eterosessuale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. In alcune zone dell'Africa la malattia è endemica e costituisce la principale causa di morte. Pur essendo ancora molto elevata in tutti i Paesi del mondo, la percentuale di diffusione dell'AIDS mostra qualche segno di contenimento, conseguenza, probabilmente, delle misure preventive che sono state introdotte particolarmente tra i soggetti a rischio.

Sviluppi della ricerca

Dopo l'ottimismo sulla possibilità di eliminare il virus dall'organismo grazie alle nuove terapie, gli entusiasmi si sono in parte raffreddati. Si è infatti dimostrato che i farmaci basati sugli inibitori delle proteasi, prevalentemente associati agli inibitori nucleosidici della trascrittasi inversa (NRTIs) e agli inibitori non nucleosidici della trascrittasi inversa (NNRTIs), riducono le particelle di virus HIV in circolazione fino a renderle invisibili alle tecniche diagnostiche, ma non eliminano il virus. Questo rimane silente all'interno di linfonodi e tessuti di tipo molto diverso, come quelli di intestino, milza, pelle, testicoli e cervello. Questi organi costituiscono dei veri e propri serbatoi dove il virus si replica attivamente ed è difficilmente raggiungibile dai molti farmaci antiretrovirali attualmente in uso. Per questo le nuove strategie terapeutiche allo studio mirano a mettere a punto farmaci più aggressivi contro il virus. Uno di questi prevede l'impiego di 2 inibitori della proteasi, lopinavir/ritonavir, e ha ottenuto l'approvazione della Commissione Scientifica europea (CPMP). Esso costituisce sicuramente un passo avanti nel trattamento dell'infezione, in quanto presenta un'elevata barriera genetica alla comparsa di resistenze, risulta efficace anche nei pazienti già trattati in precedenza con altri regimi antiretrovirali, comporta la somministrazione di tre capsule solo due volte al giorno e svolge un efficace controllo virologico che si mantiene nel lungo termine. Un filone di ricerca mira inoltre a combinare nuovi principi attivi con sostanze capaci di rafforzare il sistema immunitario, come le interleuchine. A incoraggiare questo nuovo filone di ricerche è la dimostrazione che, se le cure contro l'AIDS attualmente disponibili sono seguite in modo corretto e costante per almeno un anno, il sistema immunitario può recuperare tutte le sue funzioni. Si calcola che il sistema immunitario si ricostituisce, all'incirca nel 30% dei casi, dopo 2-3 anni di cure e dai modelli matematici risulta che seguendo scrupolosamente le terapie fin dalle fasi iniziali dell'infezione la speranza di vita di una persona sieropositiva può raggiungere 30 anni. Alla luce di questi nuovi elementi si comincia a osservare sotto un nuovo punto di vista ciò che accade nei soggetti che pur avendo contratto l'infezione non raggiungono lo stadio di malattia conclamata, e nelle persone che non si infettano pur adottando comportamenti a rischio. È cominciata nel frattempo la sperimentazione della terapia genica per aumentare le difese immunitarie delle persone sieropositive e si sta tentando anche la via della convivenza pacifica tra virus HIV e organismo, basata su un farmaco antitumorale, l'idrossiurea, combinata con due diversi tipi di farmaci anti-AIDS. Si è inoltre aperta la strada allo sviluppo di una terza generazione di farmaci, dopo gli inibitori della transcrittasi inversa e gli inibitori delle proteasi. Il nuovo obiettivo è una struttura vitale del virus, chiamata agglomerato complesso della proteina-RNA. È composta da una molecola proteica, il nucleocapside, e una molecola di RNA chiamata Sl3. Le terapie del futuro potranno inoltre avvalersi delle recenti osservazioni sul meccanismo con cui il virus HIV aggredisce la cellula penetrando all'interno e replicandosi. Un nuovo strumento messo a punto negli Stati Uniti ha permesso di catturare l'immagine del virus mentre sta per invadere una cellula. L'immagine ha mostrato come le dozzine di sonde della proteina GP-120, che si trova sulla superficie del virus, riescono a legarsi a due differenti tipi di recettori dei linfociti T e a penetrare al loro interno. Un altro studio ha messo in luce come anche le particelle difettose del virus HIV non vadano sottovalutate. Sono infatti dotate di una molecola chiamata VPR, presente anche nelle particelle intatte del virus. Grazie alla VPR, le particelle più deboli del virus riescono a immobilizzare le cellule, a bloccarne il ciclo di riproduzione e quindi a minarne la vitalità. Un tale meccanismo di azione, a giudizio degli esperti, costituisce comunque una serie minaccia per il sistema immunitario. A questo nuovo tassello nella conoscenza del virus dell'AIDS si aggiunge la scoperta di una nuova variante del virus, così diversa da quelle finora note da non essere rilevata con i test attualmente disponibili. Appartiene alla famiglia HIV-1, la più comune, e ha nello stesso tempo molte caratteristiche in comune con il SIV, il virus che provoca l'AIDS nelle scimmie. Il nuovo ceppo è chiamato HIV-1-N ed è stato individuato nel 1995. Per quanto riguarda la ricerca dei rapporti tra il virus animale e quello umano, è stato individuato nella scimmia Pan troglodytes troglodytes l'organismo da cui ha avuto origine la diffusione dell'AIDS nell'uomo. Allo studio è anche la terapia intermittente contro il virus HIV che prevede di sospendere ciclicamente la terapia antiretrovirale al fine di costringere il sistema immunitario a reagire contro il virus. In altre parole, si vuole promuovere una sorta di autovaccinazione, che riduca il prezzo che i pazienti devono pagare in termini di tossicità.

Lungosopravviventi

La scoperta dei geni mutanti CKR-5 ha offerto nuove chiavi di interpretazione del fenomeno dei cosiddetti “lungosopravviventi”, individui che riescono a vivere per molto tempo nonostante l'infezione. Una piccola quota di persone sieropositive si dimostra capace di resistere al virus HIV per oltre 10 anni (e fino a 18 anni in alcuni casi) senza arrivare alla malattia conclamata. Secondo l'ipotesi avanzata da alcuni ricercatori, in queste persone il sistema immunitario è diverso non solo quantitativamente ma anche qualitativamente da quello di chi progredisce invece verso la malattia, sia pure a parità di numero di linfociti CD-4, ossia le cellule che sono allo stesso tempo le organizzatrici delle difese immunitarie e il bersaglio privilegiato del virus. Tra i fattori protettivi sono ipotizzati un aumento naturale delle cellule CD-8 (linfociti T suppressor 8), le chemiochine, alcuni tipi di interleuchine. Tra le forme di resistenza naturale al virus HIV c'è la mutazione M-303. La protezione genetica si basa sulla combinazione di due anomalie ereditarie distinte e che riguardano entrambe il gene di una delle principali porte d'ingresso del virus nelle cellule, il corecettore CCR-5. L'anomalia rende inattiva la produzione della molecola CCR-5, impedendo così al virus di penetrare nelle cellule. Questa mutazione potrebbe essere la chiave per comprendere perché alcune persone sviluppano l'AIDS in meno di un anno e altri riescono invece a sopravvivere 15 o 18 anni senza alcun sintomo. È stata inoltre scoperta una nuova chiave molecolare che riesce a chiudere contemporaneamente due porte d'ingresso del virus nell'organismo, i recettori CCR-5 e CXCR-4. Si tratta della mutazione genetica di un terzo recettore, chiamato CCR-2 e non utilizzato dal virus per infettare le cellule, che riesce a neutralizzare gli altri due recettori. Anche questo meccanismo contribuisce a spiegare il ritardo della comparsa della malattia in alcune persone colpite dal virus HIV.

Epidemiologia

L'arrivo delle terapie combinate basate sugli inibitori delle proteasi ha aumentato la sopravvivenza delle persone sieropositive, rallentando notevolmente il decorso della malattia. In tutti i Paesi industrializzati si riduce il numero di casi di AIDS e di decessi, mentre aumenta quello dei sieropositivi. Nel rapporto di aggiornamento dell'Istituto Superiore di Sanità si legge che, in Italia, dal 1982 a giugno 2004 sono stati notificati 53.686 casi di AIDS, di cui 498 nell'ultimo semestre. Del totale dei casi diagnosticati il 77,7% erano di sesso maschile, l'1,4% in età pediatrica. In totale 34 179 (64,0%) pazienti risultano deceduti. L'età mediana alla diagnosi, calcolata per gli adulti, era di 34 anni per i maschi (range: 13-86 anni) e di 32 anni per le femmine (range: 13-80 anni) e mostra un aumento nel tempo. L'andamento dei tassi d'incidenza per anno di diagnosi mostra un incremento dei casi fino al 1995, seguita da una diminuzione nel 1996 continuata fino al 2001, dal 2002 a oggi il numero dei casi diagnosticati sembra stabilizzarsi. Inoltre, si nota un aumento della proporzione dei casi attribuibili alla trasmissione sessuale e una diminuzione di quella delle altre modalità di trasmissione. Solo il 34,9% dei malati ha fatto uso di terapie antiretrovirali.L'aumento medio reale della sopravvivenza (nei pazienti curati con terapie di vecchia e nuova generazione) è stimato in 5 anni. Il 71,5% del totale dei casi si concentra nella fascia d'età 25-39 anni. In particolare, è aumentata la quota di casi nella fascia d'età 35-39 anni (per i maschi dal 13,9% nel 1990 al 29,4% nel 2001 e per le femmine dal 7,2% nel 1990 al 27,1% nel 2001).L'età mediana alla diagnosi dei casi adulti di AIDS mostra un aumento nel tempo, sia tra i maschi sia tra le femmine. Infatti, se nel 1985 la mediana era di 29 anni per i maschi e di 24 per le femmine, nel 2003 le mediane sono salite rispettivamente a 40 e 38 anni. Il 59% del totale dei casi sia attribuibile alle pratiche associate all'uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa (tossicodipendenti + tossicodipendenti/omosessuali). La distribuzione nel tempo mostra un aumento della proporzione dei casi attribuibili alla trasmissione sessuale (omosessuale ed eterosessuale, che rappresentano la categoria più colpita nel 2003) e una corrispondente diminuzione dei casi attribuibili alle altre modalità di trasmissione. Il profilo del malato di AIDS italiano è pertanto cambiato negli ultimi anni. Da giovane tossicodipendente, il più delle volte socialmente ai margini della società, il paziente tipo di oggi è sempre più spesso un professionista vicino ai quarant'anni, di buona estrazione e propenso ai viaggi. Sono inoltre cambiate le patologie che fanno sospettare l'infezione da HIV. Si è infatti verificato un decremento della proporzione di diagnosi di candidosi e di toxoplasmosi cerebrale a fianco di un aumento delle diagnosi di sarcoma di Kaposi e di linfomi. Le campagne di prevenzione e la somministrazione di un trattamento antiretrovirale delle donne in gravidanza hanno tuttavia portato a una cospicua diminuzione della malattia in pediatria. Resta invece allarmante la situazione nei Paesi in via di sviluppo, dove si concentra il 95% dei malati. L'epidemia di AIDS si sta infatti dimostrando più estesa di quanto si poteva prevedere. L'Organizzazione Mondiale della Sanità e l'United Nations AIDS (UNAIDS) hanno stimato che alla fine del 2004 più di 39 milioni di persone nel mondo vivevano con il virus dell'HIV (17,6 milioni sono donne ; 2,2 milioni hanno meno di 15 anni). Nel 2004, sempre secondo stime UNAIDS, si sono infettate nel mondo 4,9 milioni di persone (di cui 640 mila bambini) e sono morte di AIDS 3,1 milioni di persone (di cui 510 mila sotto i 15 anni). Particolarmente grave resta la situazione in Africa dove, secondo le stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, il virus HIV si diffonde più rapidamente, soprattutto nelle regioni subsahariane. Qui si concentra la maggior parte dei casi registrati a livello mondiale e si stima che almeno 25,4 milioni di persone siano sieropositive e 3,1 milioni si siano infettate nel corso del 2004. Se la diffusione del virus HIV non sarà arrestata, si prevede un aumento del 75% della mortalità infantile in questa parte dell'Africa. L'Africa subsahariana è pertanto in testa alla lista delle regioni con il più alto numero di nuove infezioni contratte nell'arco di un anno. Per la prima volta sono stati tuttavia registrati dei segnali che indicano una stabilizzazione dell'infezione da HIV che ha invece cominciato a esplodere in nazioni africane che finora avevano avuto tassi piuttosto bassi, come per esempio la Nigeria. Nel Sud-Est asiatico, il tasso di prevalenza di sieropositivi nella popolazione è dello 0,7% (in Africa è del 7,4%) . Data l'alta densità di abitanti nel Sud-Est Asiatico, tassi anche bassi significano comunque che un numero elevatissimo di persone convive con l'infezione da HIV. Lo stesso ragionamento vale per l'India. I comportamenti sessuali a rischio sono la causa principale di infezione da HIV nell'America latina e nei Caraibi. In generale si può affermare che le attuali terapie, promuovendo un significativo miglioramento clinico dei soggetti HIV positivi, hanno determinato una modificazione in senso positivo della percezione di malattia e dello stato di benessere fisico e mentale. L'allungamento della vita di questi pazienti ha tuttavia fatto emergere patologie che prima non avevano il tempo di manifestarsi, quali quelle neoplastiche e degenerative. Un nuovo problema è, per esempio, rappresentato dalla lipodistrofia, cioè dall'accumulo di grasso corporeo in ambiti caratteristici, alla cintura dell'addome e al dorso con la formazione della cosidetta gobba di bufalo. Una sindrome, questa, che facilita l'insorgenza di lipomi e che comporta alterazioni metaboliche, comprendenti l'aumento del colesterolo, dei trigliceridi, del glucosio fino alla comparsa del diabete insulino-resistente. A determinarla è con molta probabilità l'effetto tossico degli inibitori delle proteasi. Un altro elemento importante per il successo della terapia è il controllo dell'insorgenza delle resistenze virali. L'incompleta soppressione della replicazione del virus, e la pressione selettiva esercitata dai farmaci, limitano l'efficacia del trattamento antiretrovirale nel lungo termine e aumentano il rischio di trasmissione di ceppi virali che sono già resistenti a uno o più principi attivi. Per questo motivo sono stati messi a punto dei test di laboratorio, volti a fornire informazioni riguardo ai ceppi HIV farmacoresistenti presenti nel paziente in esame. È stato inoltre messo a punto un metodo diagnostico-terapeutico capace di suggerire ai primi segni dell'infezione la terapia adatta a vincere caso per caso le nuove resistenze che il virus ha sviluppato contro i farmaci. Si tratta di un test, denominato Genotypic Resistance Testing (GRT), che comporta un prelievo di sangue e che consente di impostare un trattamento anti-HIV personalizzato.

Vaccini

Le ricerche per mettere a punto un vaccino contro l'HIV sono raddoppiate in pochi anni. I nuovi approcci si sono dimostrati più promettenti di quelli tentati in passato. Ci si è resi inoltre conto che i consigli sul comportamento da soli non potranno mai fermare il diffondersi dell'AIDS e che le terapie più innovative se da un lato sono efficaci nel rallentare l'infezione, dall'altro comportano una serie di effetti collaterali non sempre accettati dal paziente. Numerosi sono pertanto i tentativi effettuati in tutto il mondo. Alcuni test in corso si ripropongono, per esempio, di stimolare la reazione immunitaria nelle mucose, principale via di accesso del virus nell'organismo. Tra le altre strategie allo studio, vaccini basati su virus-sosia, ossia copie perfette ma del tutto innocue del virus HIV. Del virus hanno soltanto l'aspetto esterno, quanto basta per ingannare le cellule sane e sollecitarle a produrre anticorpi in grado di neutralizzare il vero virus HIV. La strada più comune finora intrapresa nella maggioranza delle sperimentazioni consiste in vaccini basati sulle proteine di superficie del virus. Si è ipotizzato inoltre di costruire un vaccino preventivo che possa essere proposto ai pazienti già sieropositivi come rimedio terapeutico, volto cioè a stimolare il sistema immunitario contro il virus HIV. Sono in corso anche studi per mettere a punto vaccini terapeutici che inducano la produzione di anticorpi specifici capaci di inibire o di controllare il virus HIV. Questi stessi anticorpi potrebbero avere un ruolo importante nella stimolazione di linfociti-T specifici e citotossici verso l'HIV. Una nuova strada, intrapresa anche in Italia, si basa invece su una proteina interna al virus, la TAT, grazie alla quale il virus HIV riesce a replicarsi. Due gli indirizzi finora seguiti. Il primo studio, condotto nell'Università di Milano, si basa sulla forma inattivata della TAT. La sperimentazione del vaccino, nato da una collaborazione tra Stati Uniti, Francia e Italia, è cominciata in Italia su volontari sieropositivi e su un piccolo gruppo di volontari sani. Il secondo indirizzo seguito nello sviluppo del vaccino basato sulla TAT ha scelto di utilizzare la proteina nella forma attiva. Il vaccino, messo a punto dall'Istituto Superiore di Sanità, ha dato finora risultati positivi sulle scimmie. Si tratta dell'unico vaccino, preventivo e terapeutico, contro l'AIDS basato su una proteina biologicamente attiva e allo stato naturale, cioè come la produce il virus. Nei soggetti HIV negativi il vaccino, colpendo la proteina TAT, è in grado di controllare la replicazione virale, di rendere abortiva l'infezione e di bloccare l'insorgenza della malattia. Nei soggetti sieropositivi il vaccino funzionerà secondo la stessa logica, bloccando cioè la replicazione del virus. Nelle sperimentazioni preliminari effettuate sulle scimmie, la percentuale di successi ottenuti è arrivata al 71%. Questo approccio è pertanto innovativo rispetto alle metodiche più tradizionali, che finora si sono concentrate sul tentativo di insegnare agli anticorpi a indentificare una particolare proteina dell'involucro presente sulla superficie dell'HIV per combatterlo. Una strategia, questa, che non ha avuto la meglio sulla capacità del virus di mutare e di rigenerarsi. Il vaccino messo a punto dal Ministero della Sanità potrebbe inoltre funzionare contro tutti i ceppi dell'HIV. Provato su ceppi virali differenti, ha dimostrato di saper riconoscere in tutti la regione TAT. La produzione del vaccino necessaria per la sperimentazione umana sull'uomo è già cominciata e già avviate sono le collaborazioni ufficiali con il Sudafrica e l'Uganda, dove verranno effettuati studi immunologici preliminari che precedono lo studio clinico vero e proprio. Anche se il vaccino dimostrerà di funzionare, non potrà tuttavia essere a disposizione prima di 5-7 anni. Schematicamente le principali strategie finora messe a punto nella ricerca del vaccino contro l'AIDS sono le seguenti: a) uso del virus vivo attenuato: si sono ottenuti alcuni successi sulle scimmie, ma non si è avuto esito positivo quando nelle scimmie è stato inoculato prima il vaccino e poi il virus. Vaccini di questo tipo sono stati ottenuti eliminando un frammento di informazione genetica coinvolto nella replicazione. Le scimmie sono risultate protette, ma il virus è così variabile che non solo si trasforma, ma può ricostruire i frammenti di informazione perduta; b) uso del virus inattivato (o ucciso): vaccini del genere hanno funzionato sulle scimmie, ma dando una protezione parziale; c) uso di sub-unità del virus: vaccini di questo tipo possono essere ottenuti utilizzando solo alcune proteine. Finora sono state impiegate soprattutto quelle dell'involucro, come GP-120 e GP-160. Queste rappresentano 2 degli 11 sottotipi noti del virus; d) uso di vettori vivi: all'interno di virus innocui o batteri si introducono geni del virus HIV che controllano la produzione di alcune proteine. Finora si è fatto ricorso al virus del vaiolo (contro cui l'uomo è ormai vaccinato), a quello del vaiolo del canarino o a uno dei virus del raffreddore; e) vaccini a DNA: i geni utilizzati nel vaccino producono la proteina contro cui si scatena la risposta immunitaria. La messa a punto di un vaccino efficace contro l'HIV/AIDS ha unito in un unico consorzio, denominato AVIP (AIDS Vaccine Integrated Project), sotto la guida italiana dell'Istituto Superiore di Sanità, 15 gruppi di ricerca europei e africani, accomunati da una lunga esperienza nel campo. Frutto di questa ricerca, in Italia, è stato finora un nuovo vaccino, destinato a un utilizzo sia preventivo che terapeutico, basato sulla proteina TAT, che ha già dato risultati promettenti in modelli animali e che è da qualche mese in sperimentazione clinica di fase I.

Bibliografia

F. Chiodo, P. Castigliola, E. Ricchi, Sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), Bologna, 1986; J. P. Cassuto, A. Pesce, J. Quaranta, AIDS come prevenirla, come curarla, Napoli, 1987. Istituto Superiore di Sanità. www.iss.it