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Indo, civiltà dell'-

cultura (o complesso unitario di culture) protostorica dell'India che fiorì per ca. un millennio (2600-1600/1500 a. C.) nella valle dell'Indo. Le stazioni principali di questa civiltà, secondo i ritrovamenti archeologici fino a ora noti (campagne di scavo eseguite all'inizio del secondo decennio del Novecento), sono quelle di Harappā nel Punjab e di Mohenjo-Daro nel Sind, i cui nomi vengono assunti alternativamente dagli studiosi per precisare meglio i caratteri di questa civiltà, le cui manifestazioni superano tuttavia la ristretta area del bacino dell'Indo e gli stessi limiti cronologici attestati dai loro resti e dai reperti. Le origini di questa civiltà fiorita nell'Indo trovano rispondenza tra la metà del IV millennio e i primi secoli del III millennio, per contatti diretti o riscontri interferenti, a sud dell'Afghanistan e nel Pakistan occidentale, in quella complessa trama di legami, accertati o supposti, tra le culture sviluppate dalle comunità agricole insediate nei vari siti dell'India nordoccidentale, del Belucistan, del Makrān e del Sind (nella caratterizzazione della ceramica “nero su rosso” del Belucistan settentrionale, che impronta le culture di Zhob – affini a manifestazioni dell'altopiano iranico – e della ceramica “marron” del Belucistan meridionale, manifestata nelle culture di Amrī-Nāl e di Kulli) e quelle dell'Asia occidentale (Mesopotamia e Iran). Lo studio delle culture ceramiche di Amrī-Nāl e di Kulli, variamente coinvolte nell'attività commerciale marittima tra l'India prearia e il Vicino Oriente, ha accertato alcune affinità coeve con la civiltà di Harappā, la quale ebbe, come sembra, contatti più stretti con Sumer in età accadica. I resti portati alla luce dei centri di Harappā e di Mohenjo-Daro (oltre alle altre stazioni archeologiche di Kalibangan, di Lothal, Chanu-Daro e di Kot Diji) costituiscono la documentazione più antica dell'architettura indiana costruita in mattoni. Caratteristiche essenziali di questi centri urbani, concepiti con funzionali sistemi viari, secondo un piano di strade principali intersecantesi con altre secondarie nel tracciato della maglia esterna della città, sono, oltre alla definizione dei blocchi di abitazioni “standardizzate”, ai sistemi di fognature e all'intelligente ubicazione dei depositi per cereali, le cittadelle fortificate, che sorgevano su alti basamenti in terra battuta nella zona occidentale della città, sede di edifici pubblici del potere governativo religioso-politico. Da queste città, che non hanno rivelato l'esistenza di templi o di grandi palazzi, né il segno di elementi decorativi architettonici, sono pervenute documentazioni della ceramica lavorata al tornio (secondo le esperienze introdotte dal Belucistan), di piccola statuaria (figurine in terra modellata rappresentanti immagini di una specie di “Dea Madre”, di animali, di personaggi e di giocattoli, se così si possono chiamare alcune raffigurazioni di personaggi costruiti con giunti movibili). Il maggiore interesse è stato rivolto agli esempi numerosi di sfragistica, cioè alla serie di sigilli in steatite, a forma quadrata, con raffigurazioni incise di animali o di personaggi (spesso in atteggiamenti di adorazione) e con iscrizioni, rimaste fino a ora indecifrate. A espressioni più strettamente artistiche appartengono alcune statuette in bronzo (figura di danzatrice nel Museo Archeologico di Mohenjo-Daro) e in grès (torso mutilo di danzatore, rinvenuto ad Harappā; statua di dignitario con barba e con veste decorata a motivi di trifoglio, rinvenuta a Mohenjo-Daro). L'invasione aria proveniente dall'altopiano iranico, senz'altro partecipe di un complesso processo di movimenti migratori verificatosi intorno al 2000 a. C. nell'area dell'Asia Minore, pose fine, tra il 1800-1700 e il 1500-1400, a questa “moderna” civiltà.