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Ìndia

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( Bhārat Juktarashtra; Republic of India o Unione Indiana). Stato dell'Asia meridionale (3.287.469 km²). Capitale: New Delhi. Divisione amministrativa: stati federati (29) e territori (7). Popolazione: 1.258.350.971 ab. (stima 2012). Lingua: hindī e inglese (ufficiali), bengālī, marāṭhī, tamil, telugu, urdu. Religione: induisti 72%, musulmani (sunniti 8,1%, sciiti 4,2%), animisti/credenze tradizionali 3,8%, sikh 1,9%, cattolici 1,6%, protestanti 1,7%, buddhisti 0,7%, giainisti 0,5%, non religiosi/atei 1,4%, altri 4,1%). Unità monetaria: rupia indiana (100 paise). Indice di sviluppo umano: 0,586 (135° posto). Confini: Cina, Nepal e Bhutan (N), Myanmar (Birmania) e Bangladesh (NE), golfo del Bengala (E), Oceano Indiano (S), Mar Arabico (W), Pakistan (NW). Membro di: Commonwealth, ONU e WTO.

Generalità

Questo stato dell'Asia costituisce una delle più grandi unità politiche del mondo, seconda per numero di abitanti solo alla Repubblica Popolare Cinese. Il Paese, un'immensa penisola chiusa a N dalla catena dell'Himalaya., è, per dimensioni, etnie presenti sul territorio, lingue e tradizioni in uso presso la popolazione, un vero e proprio subcontinente. Costituitasi a metà circa del Novecento in entità statale moderna (con il nome di Unione Indiana) dopo un lungo passato coloniale, l'India vive ancora oggi accesi conflitti con i Paesi confinanti per la giurisdizione di alcune porzioni di territorio poste lungo i confini, a partire dall'area montagnosa del Kashmir (rivendicato in parte dal Pakistan e in parte già occupato dalla Cina), del Himachal Pradesh, del Arunachal Pradesh e del Uttaranchal. Fanno invece ormai parte del territorio indiano gli ex possedimenti portoghesi di Goa, Daman e Diu, quelli ex francesi di Chandannagar, Yanam, Pondicherry, Karikal e Mahe, il Lakshadweep (isole Laccadive) e le isole Andamane e Nicobare (connesse, invece, all'Asia sudorientale). Nemmeno il processo di formazione dell'identità nazionale si è compiuto in modo indolore: fin dalla sua costituzione, l'India, analogamente a Pakistan e Bangladesh, è stata, infatti, teatro di un vero e proprio esodo incrociato di popolazione, nel tentativo di fornire alle principali confessioni religiose presenti nella regione (induisti e musulmani) uno Stato in cui riconoscersi anche come nazione. A tutt'oggi, gli scontri e le tensioni che ne sono derivate e che hanno costellato gli ultimi 50 anni del XX sec., non hanno ancora trovato una piena composizione. Il Paese dunque, che ospita una delle più ricche e feconde stratificazioni culturali, storiche e religiose del mondo, si è trovato di fronte non solo a un processo di ricostruzione di un'unità politica e culturale, ma quasi di fondazione ex novo. Parallelamente, l'Unione Indiana è stata investita da un fortissimo accrescimento demografico ed economico. Oggi, infatti, nonostante le persistenti contraddizioni sociali e le profonde disparità interne, il subcontinente indiano si pone tra i primi Paesi al mondo come crescita del PIL, e appare come uno dei protagonisti del rapido e aggressivo sviluppo asiatico, i cui effetti si ripercuotono su scala mondiale: dalla spinta all'approvvigionamento alla conseguente erosione delle risorse energetiche, dalle ricadute ambientali provocate dall'inquinamento dei sempre più grandi agglomerati urbani alla modifica degli assetti finanziari e dei rapporti di potere tra le potenze occidentali e gli stessi Paesi asiatici. Proprio questo ruolo di crescente centralità ha attirato l'attenzione degli analisti economici e degli studiosi dello sviluppo, che hanno sottolineato come sia fondamentale per gli equilibri futuri del pianeta il coinvolgimento dell'India ai tavoli internazionali in cui si affrontano questioni di governance globali. Senza contare che la presenza indiana non incide più sulle economie dei Paesi occidentali solo attraverso l'invasione dei mercati o mediante l'alternativa della delocalizzazione produttiva, facilitata dall'enorme disponibilità di forza lavoro a basso costo: come per la Cina, sembra infatti valere la tendenza, sempre più diffusa nei principali gruppi industriali a livello mondiale, del ricorso a professionalità indiane per i ruoli di maggiore responsabilità, non di rado impiegate per risollevare le sorti delle aziende colpite dai fenomeni di deregolamentazione in atto nelle stesse economie di mercato (si pensi, per esempio alla Pepsi Cola o alla Citigroup, la più grande banca al mondo, i cui Chief Executive sono indiani). A questo panorama economico, continua tuttavia a far da contraltare il persistere di molti aspetti tradizionali (dai matrimoni combinati all'influenza di credenze e pratiche religione che pervadono ancora oggi l'organizzazione sociale e la struttura di alcuni settori economici), che per certi versi appaiono quasi anacronistici se paragonati alla corsa verso la modernizzazione. Non ultima, anche la situazione politica del Paese lascia intravedere come molte restino le questioni sospese cui trovare soluzione, a partire dalla corruzione diffusa presso la classe dirigente e da una gestione politica spesso personalistica degli interessi collettivi.

Lo Stato

Indipendente dal 15 agosto 1947, a seguito dello smembramento dell'Impero britannico delle Indie in due stati del Pakistan, a maggioranza islamica, e dell'Unione Indiana, a maggioranza induista. In base alla Costituzione del 26 gennaio 1950, più volte emendata, l'India è una Repubblica federale nell'ambito del Commonwealth. Gli Stati che la compongono hanno Assemblee legislative e governi propri, sono retti da un governatore nominato per 5 anni dal presidente della Repubblica. Capo dello Stato è il presidente della Repubblica, che dura in carica 5 anni ed è eletto dai due rami del Parlamento federale e dalle Assemblee degli Stati. Egli esercita il potere esecutivo insieme con il Consiglio dei ministri di cui nomina il primo ministro nella persona del leader del partito di maggioranza. Il governo federale, cui competono la politica estera, la difesa, la programmazione e l'amministrazione dei settori nazionalizzati dell'economia, è responsabile nei confronti del Parlamento, cui spetta l'esercizio del potere legislativo. Esso si compone di due Camere: la Camera Alta o Consiglio degli Stati (Rājya Sabhā), composta da 245 membri (di cui 233 eletti dalle Assemblee degli Stati in proporzione ai rispettivi abitanti e rinnovati per un terzo ogni due anni e 12 di nomina presidenziale) e la Camera del Popolo (Lok Sabhā), composta da 543 membri eletti a suffragio universale diretto per 5 anni (cui si aggiungono 2 rappresentanti della comunità anglo-indiana nominati dal presidente). Comandante supremo delle forze armate è il presidente della Repubblica. Il sistema giudiziario in uso nel Paese si basa sulla Common Law britannica; la giurisdizione internazionale è accettata ma con riserva. La Corte Suprema rappresenta l'ultima istanza di giudizio e ha anche le funzioni di Corte Costituzionale. La pena di morte è in vigore. Le forze armate indiane sono tra le prime al mondo per numero di effettivi. A esse si affiancano anche una Guardia costiera e diversi corpi paramilitari. L'India dispone di numerose testate nucleari e non ha aderito al Trattato di non proliferazione delle armi atomiche. Il servizio militare viene effettuato su base volontaria a partire dai 16 anni d'età. L'educazione, di tipo occidentale, ha avuto inizio, nel Paese, nel sec. XVIII, quando la Compagnia inglese delle Indie Orientali: ha ricevuto mandato dalla Gran Bretagna (1813) di organizzare il sistema educativo. Impostato secondo il modello inglese, il sistema ha privilegiato fino all'inizio del XX sec. l'istruzione secondaria e universitaria, funzionale per il reclutamento dei funzionari locali. Lo sviluppo di scuole tecniche è avvenuto a partire dai primi decenni del Novecento, mentre le prime scuole nazionali indiane hanno fatto la loro comparsa dopo la prima guerra mondiale. La nazionalizzazione dell'insegnamento, che ha seguito la proclamazione dell'indipendenza, ha posto tra gli obiettivi prioritari la lotta all'analfabetismo (alla fine degli anni Quaranta, il tasso riguardava oltre i tre quarti della popolazione), la riduzione delle disparità territoriali dovuta alle enormi distanze e la composizione delle diversità linguistiche e religiose presenti sul territorio (le lingue ufficiali sono 18, quelle parlate nel Paese, inclusi i dialetti, più di 800). Le campagne di alfabetizzazione varate nel Paese nella seconda parte del XX sec. hanno portato il tasso di analfabetismo a una sensibile riduzione (34% nel 2007) anche se evidentemente il Paese è ancora lontano dall'aver risolto il problema. Il sistema scolastico è articolato in 4 cicli di studio: la scuola elementare (della durata di 5 anni a partire dai 6 ani d'età e fino agli 11, gratuito); la scuola media (con durata triennale, dagli 11 ai 14 anni); la scuola secondaria (anch'essa triennale, dai 14 ai 17 anni d'età) e la scuola superiore, il cui insegnamento viene impartito nelle università (se ne contano più di 200) e nei college del Paese. Fra le più importanti sedi universitarie vi sono: Agra (1927), Aligarh (1875), Vadodara (1949), Bihar (1952), Bombay (1857), Calcutta (1857), Delhi (1922), Chennai (1857), Nagpur (1923), Osmania (Hyderābād, 1918), Varanasi (1916).

Territorio: morfologia

A grandi linee il territorio dell'India è costituito dal versante meridionale, o esterno dell'Himalaya-Karakoram, dalla pianura gangetica e infine dalla grande e tozza penisola del Deccan. Queste tre grandi e fondamentali divisioni rappresentano altrettanti elementi strutturali, ai quali si connette l'evoluzione geologica dell'intera Asia meridionale: da una parte il grande corrugamento cenozoico emerso dalla congenita instabilità della Tetide, dall'altra una zolla rigida e archeozoica, il Deccan appunto, frammento gondwaniano traslato verso N, dove oggi chiude la fossa gangetica. In territorio indiano è compresa solo la sezione occidentale e parte di quella orientale del versante himalayano, essendo il restante entro i confini del Nepal e del Buthan; questa ha uno sviluppo trasversale medio di ca. 200 km ed è attraversata da valli profonde, culminando nei grandi massicci nodali del sistema, i più elevati del territorio indiano, tra cui quelli del Nanda Devi (7817 m), del Kāmet (7756 m) e del Shilla (7026 m) nella sezione occidentale, del Kangto (7089 m) e di altri minori in quella orientale. La sezione montagnosa occidentale ha una conformazione assai complessa. Essa inizia con una fascia collinare, prehimalayana, costituita da depositi pliocenici sollevati dai più recenti moti orogenetici del sistema e conosciuti come formazioni di Siwalik. Più all'interno, al di là di una marcata faglia, appaiono le falde sedimentarie esterne costituenti il Piccolo Himalaya, solcato da ben popolate valli dal fondo pianeggiante (dun) e dall'andamento prevalentemente longitudinale. Più internamente ancora si passa alla fascia centrale dei possenti massicci (il Grande Himalaya), dove emergono le formazioni del Paleozoico superiore, rocce scistose e granitiche alternate a formazioni archeozoiche e anche a lembi sedimentari mesozoici. Nella sezione nordoccidentale del Paese, corrispondente al Kashmir, il territorio indiano comprende non solo il versante esterno della catena (solcato da ampie e fertili vallate come quella di Srīnagar), ma anche il versante interno che dà sulla grande valle longitudinale dell'Indo superiore dominata dai massicci del Karakoram, cui si aggiunge l'appendice tibetana del Ladākh Range. Tutta questa regione interna, accentuatamente montagnosa, è stata modellata dal glacialismo e per la sua marcata altitudine è poco ospitale. La sezione himalayana orientale è mediamente meno elevata di quella occidentale, ma il rilievo sorge dalla pianura con forme subito aspre, ciò che rende questa regione poco accessibile: l'unico varco è lo stretto corridoio aperto dal Brahmaputra, che incide trasversalmente, in modo netto, tutta la catena. In questa sezione orientale prevalgono le formazioni del Paleozoico superiore, che verso E lasciano il posto a vasti affioramenti granitici e gneissici dell'Archeozoico, che i ringiovanimenti cenozoici hanno modellato in forme tormentate. L'India montagnosa marginale si completa, a E, con i rilievi del Nagaland, serie di catene a orientamento meridiano che continuano in territorio birmano, costituite da formazioni cristalline, saldate all'Himalaya orientale con il caratteristico gomito che chiude l'Assam: questa regione comprende la pianura del Brahmaputra, dai territori inondabili, e un ampio affioramento archeozoico con rocce simili a quelle che formano il Deccan (“formazioni di Dharwar”) elevandosi in media sui 1500 m (Khasi-Jaintia Hills). Il lungo arco montagnoso che serra l'India a N è una sorta di bastione dominante la pianura gangetica. Essa si estende, al di là di una fascia pedemontana spesso ciottolosa e di una zona di risorgive caratterizzata da terreni paludosi (terai), oggi per lo più bonificati, per oltre 1500 km dalla soglia nordoccidentale che la divide dal bacino dell'Indo, sino alla vasta piana deltizia orientale (Bengala), dove confluiscono le alluvioni del Brahmaputra; in larghezza supera in media i 400 km. Ha una superficie di ca. mezzo milione di km² ed è una delle più grandi pianure alluvionali della Terra. La sua origine si collega agli apporti dei fiumi himalayani e, in misura minore, di quelli del Deccan: è infatti una fossa di colmamento che ha cominciato a formarsi nell'Eocene e nella quale ai depositi marini più antichi si sovrappongono i depositi fluviali, cui si devono grandiosi conoidi allo sbocco delle valli; gli apporti principali sono quelli dei fiumi Yamuna, con il quale si fa iniziare a NW la pianura gangetica, Ghāghara e Gandak. Alla piana gangetica vera e propria, estesa dall'Uttar Pradesh al Bengala, si ricollega a NW quella del Punjab, che appartiene al bacino idrografico dell'Indo (inclusa perciò quasi tutta nel Pakistan) ed è essenzialmente formata dagli apporti di cinque fiumi himalayani (Sutlej, Beās, Rāvi, Chenāb, Jhelum): all'enorme fascia di basseterre, tra l'Himalaya e il Deccan, ci si riferisce perciò comunemente come piana indogangetica. Tra i depositi alluvionali da cui è costituita si distinguono quelli più antichi (bangar), risalenti al Pleistocene medio, da quelli più recenti (khadar); questi ultimi formano il basso Bengala, la vasta regione deltizia del Gange e del Brahmaputra, con il suo intrico di canali e di aree inondabili. Tale distinzione è assai importante dal punto di vista umano ed economico, in quanto i primi, più alti e al riparo perciò dalle inondazioni, sono più intensamente coltivati e ospitano fitti insediamenti stabili, mentre i secondi, facilmente inondabili, presentano un più rado popolamento. Questo è però particolarmente fitto nei doab, le aree interfluviali del Punjab e dell'Uttar Pradesh, nelle zone più alte e riparate dalle inondazioni. La fossa delle grandi pianure è delimitata a S dalla scarpata dei cosiddetti Altopiani Centrali, una regione che rappresenta strutturalmente l'orlatura settentrionale del Deccan, corrugata in era paleozoica e poi soggetta a perturbamenti tettonici nel Mesozoico e nel Cenozoico; a quest'ultima era si collegano le espansioni basaltiche che coprono larga parte del Deccan e una parte degli stessi Altopiani Centrali. Tale regione è delimitata a NW dai monti Arāvalli, ringiovanimenti di un'antichissima catena algonchiana (Precambriano), mentre a SW ha la sua caratteristica componente orografica negli allineamenti dei monti Vindhya e Sātpura, tra loro divisi da un marcato elemento strutturale, la valle del Narmada; al centro comprende l'altopiano di Gondwana e a E quello di Chota Nagpur. In media l'altitudine oscilla sui 500-600 m e solo gli Arāvalli assumono forme erte in corrispondenza di alcune masse granitiche, che nel Guru Sikhar raggiungono i 1722 m; in generale predominano le forme senili e la regione si presenta in un avanzato stadio di peneplanazione. Tuttavia, in seguito ai ringiovanimenti cenozoici, il reticolo idrografico risulta marcatamente inciso, specie sul versante gangetico. Al di fuori dell'area interessata dai ricoprimenti basaltici, come l'altopiano di Malwa, a N dei monti Vindhya, affiorano le rocce del Paleozoico inferiore (per esempio i gneiss granitici e scistosi dei Vindhya) e non mancano aree in cui vengono in luce quelle formazioni archeozoiche che rappresentano il sostrato del Deccan. In rapporto alle diverse strutture geologiche variano le linee morfologiche, che non sempre hanno un andamento ad altopiano. Così nel Gondwana le arenarie hanno determinato la formazione di scarpate successive negli ampi versanti fluviali, mentre nel Chota Nagpur per la prevalenza di gneiss granitici si hanno una morfologia più mossa e un aspetto decisamente collinare. Determinata dal clima arido, con affioramenti rocciosi del Paleozoico che emergono al di sopra di superfici neozoiche, largamente rappresentate da allineamenti dunosi, è la morfologia del deserto del Thar, vasto penepiano situato a W degli Arāvalli; esso cede a S a una regione parimenti arida, disseminata di conche paludose e salmastre (rann), tra cui l'ampio Rann of Kutch (pantano di Kachchh) cui segue la tozza penisola di Kāthiāwār, un'area di formazioni basaltiche cenozoiche incise da larghe vallate ad andamento radiale. A S degli Altopiani Centrali si entra nell'India peninsulare; il limite strutturale è indicato da una linea depressionaria che dalla valle del Tāpi continua verso E con il solco del fiume Mahānadi. La struttura del Deccan è quella dei tavolati rigidi; l'elemento basale è costituito dai gneiss granitici archeozoici che affiorano su tutta la parte orientale della penisola, mentre nella sezione nordoccidentale gli strati antichi sono coperti dalle già ricordate espansioni basaltiche cenozoiche, che danno luogo a una morfologia tabulare della regione. Ma nel loro complesso i paesaggi del Deccan sono relativamente vari, anche per la presenza dei due allineamenti montuosi periferici, i Ghati Orientali e Occidentali, che orlano la penisola. I Ghati Occidentali sono molto più elevati, anche per la generale lieve inclinazione verso E di tutto il tavolato del Deccan; essi formano un insieme continuo, alto in media ca. 1000 m, e digradano verso la costa con una scarpata spesso ripida, ai cui piedi corre una breve cimosa pianeggiante in cui sedimentano i materiali trasportati dai brevi corsi d'acqua che incidono la scarpata stessa. Nella parte meridionale i Ghati Occidentali raggiungono le altezze massime in alcuni Horst, che formano i massicci del Doda Betta (2637 m), dell'Ānai Mudi (2695 m) e del Pālayankottai (1654 m), un rilievo questo che domina l'apice meridionale della penisola, la cui estremità è nel granitico capo Comorin. I Ghati Orientali, oltre che più bassi, hanno un'orografia discontinua; in essi si aprono le ampie vallate dei fiumi che drenano la penisola, provenendo da NW e attingendo al versante interno dei Ghati Occidentali. Il reticolo idrografico, il cui sviluppo dissimmetrico è connesso alla generale inclinazione del tavolato peninsulare, movimenta tutta la parte interna del Deccan, dove sussistono “isole” paleozoiche sovrapposte al substrato archeozoico. La cimosa costiera orientale è varia, alternando ampie pianure a zone pianeggianti più ristrette; in corrispondenza degli sbocchi fluviali si hanno infatti ampi conoidi deltizi; su vasti tratti, infine, il litorale presenta orlature sabbiose che chiudono spazi lagunari.

Territorio: idrografia

A questi lineamenti morfologici corrisponde un'organizzazione idrografica centrata su pochi grandi bacini. Il più esteso è quello del Gange (Ganga), compreso tra l'Himalaya e gli Altopiani Centrali. Il fiume, il cui sviluppo complessivo è di 2700 km, nasce dall'Himalaya occidentale e sbocca in pianura a N di Delhi, seguito dal suo corteo di affluenti himalayani che, per lungo tratto, data la vigorosità del loro corso, corrono paralleli al fiume maggiore prima di confluire in esso. Lo Yamuna, per esempio, raggiunge il Gange ad Allahabad, dopo ca. 800 km dal suo sbocco in pianura; più o meno la stessa distanza percorre il Ghāghara prima della sua confluenza. Anche i fiumi che scendono dagli Altopiani Centrali (il Chambal e il Betwa affluenti dello Yamuna, il Son che tributa direttamente al Gange) hanno corsi obliqui rispetto al fiume maggiore che segue l'asse depressionario della fossa gangetica, molto spostata verso S per effetto della maggior capacità di trasporto detritico degli affluenti di sinistra. A ca. 100 km dalla foce il Gange riceve il contributo del Brahmaputra, il cui bacino superiore si estende nella lunga valle longitudinale del Tibet e poi, varcato l'Himalaya, occupa, in territorio indiano, la sezione compresa tra il versante himalayano, il Nagaland e i rilievi dell'Assam. Il bacino del Brahmaputra è inferiore a quello del Gange (poco più di 600.000 km² su complessivi 1.125.000 km²), ma la sua portata è superiore (380.000 milioni di m3 all'anno contro 350.000 milioni del Gange), dato che scorre in zone molto piovose. Entrambi i fiumi hanno un regime di tipo nivale nella sezione superiore del loro corso; per il resto risentono delle precipitazioni monsoniche e particolarmente notevoli sono le variazioni di portata del Gange. Importante elemento nell'idrografia gangetica sono le falde freatiche, che affiorano nella fascia pedemontana dell'Himalaya e sono attingibili con pozzi anche nella parte più centrale della pianura (in zone climaticamente più aride, come nel Bīhar). Nel territorio indiano rientra una porzione del bacino dell'Indo (ca. 354.000 km² su complessivi 1.165.500 km²), estesa dal Punjab alle zone aride del Rājasthān. Tra i fiumi del Punjab solo il Sutlej interessa, e parzialmente, il Paese; per il resto, trattandosi di terre aride, l'idrografia in tutta la sezione compresa nel bacino dell'Indo ha un rilievo limitato, con corsi d'acqua asciutti per gran parte dell'anno, mentre più importanti, dal punto di vista antropico, sono le falde freatiche che alimentano numerose oasi del deserto del Thar. A S di questo, uno sviluppo autonomo hanno i fiumi che scendono dagli Arāvalli: hanno un regime stagionale e ai loro apporti si deve la formazione dei citati rann, le conche salmastre del Gujarāt. Gli Altopiani Centrali alimentano numerosi fiumi. Di essi alcuni, come si è visto, tributano al Gange, altri versano le loro acque nei due fiumi che, con direzione opposta, drenano la maggior parte di questa regione: il Narmada e il Mahānadi, sfociando il primo nel Mar Arabico (golfo di Khambhāt), dopo aver percorso la fossa tettonica tra i monti Vindhya e Sātpura, il secondo nel golfo del Bengala. Il Mahānadi ha un bacino piuttosto esteso (132.100 km²) in quanto comprende una sezione del Deccan; ha un regime che risente in modo diretto delle precipitazioni monsoniche ed è perciò estremamente irregolare, dando luogo a frequenti inondazioni nelle aree deltizie dell'Orissa. Nel Deccan i bacini idrografici più estesi sono quelli del Godāvari (313.389 km²), del Krishna (259.000 km²) e del Kāveri (Cauvery, 72.500 km²); tutti e tre nascono dai Ghati Occidentali e si dirigono verso il golfo del Bengala, secondo la caratteristica morfologia della penisola. In rapporto a ciò i fiumi del Deccan che sfociano nel Mar Arabico hanno bacini limitati; il maggiore è il Tāpi, che drena il versante meridionale dei monti Sātpura. Anche i fiumi del Deccan hanno un regime irregolare connesso con le precipitazioni monsoniche; però quelli meridionale hanno un regime più regolare dato che il clima si fa via via di tipo equatoriale procedendo verso l'apice della penisola.

Territorio: clima

Il clima dell'India è determinato da diversi fattori: anzitutto dalla posizione tropicale del Paese, poi dalla sua apertura all'Oceano Indiano e dalla presenza della catena himalayana a N. Però non tutto il territorio ha condizioni analoghe. Il rilievo è un primo fattore di diversificazione, cui si aggiungono la latitudine e l'esposizione più o meno diretta alle invasioni delle grandi masse d'aria. Esistono infatti un'India arida, un'India dal clima spiccatamente a due stagioni, un'India dal clima umido equatoriale, per non parlare del clima himalayano dalle caratteristiche tutt'affatto speciali. Però nel complesso non esistono nel Paese grandi anomalie. Dal punto di vista termico l'apertura all'Oceano Indiano fa sì che le variazioni siano quasi unicamente legate al rilievo, oltre ovviamente al diverso grado di continentalità, la quale si fa sentire anche sulle variazioni stagionali, più sensibili verso N e verso l'interno. A Delhi la media di gennaio è di 15 ºC, quella di luglio di 22 ºC; a Kolcata e a Mumbai le stesse medie sono rispettivamente di 20 ºC e 28 ºC e di 24 ºC e 28 ºC (Mumbai è più esclusa dagli influssi continentali di Kolcata); a Chennai, nel Deccan meridionale, le medie sono di 25 ºC e 31 ºC mentre a Kozhikode (Calicut), un'area a clima equatoriale, si hanno valori quasi costanti tutto l'anno (26 ºC e 25 ºC). Al lato opposto si hanno le notevoli variazioni della zona himalayana, rispecchiate nelle medie di Srinagar, pari a 2 ºC in gennaio e 24 ºC in luglio. Molto più irregolare è la distribuzione delle precipitazioni. Vi sono infatti in India zone decisamente aride, come il Rajasthan, e altre dove si registrano precipitazioni tra le più elevate della Terra, come l'Assam. Però gran parte del Paese ha precipitazioni comprese tra i 500 e i 1500 mm; esse tuttavia si verificano in una sola stagione e ciò, più che la quantità delle piogge, costituisce un aspetto negativo, specie in certe regioni, del clima indiano. Questo è infatti in generale del tipo tropicale a due stagioni, legate allo spirare dei monsoni. D'estate con il crescere delle temperature si determinano basse pressioni sul Paese mentre sull'Oceano Indiano si stabilisce una zona anticiclonica e si hanno venti da SW, portati dalle masse di aria tropicale. Dopo un periodo di caldo soffocante che fa registrare in molte località i valori massimi della temperatura (fino a 50 ºC nel Rajasthan) iniziano le piogge, accompagnate spesso da violente manifestazioni temporalesche, e la temperatura si rinfresca. Ciò avviene nell'India meridionale ai primi di giugno e verso la fine del mese il monsone si propaga anche nel N e nel NW dove giunge però via via indebolito: ciò spiega l'aridità delle zone comprese nel bacino dell'Indo. Alla metà di settembre il monsone di SW perde vigore e le precipitazioni diminuiscono, anche nelle aree meridionali più esposte agli influssi marini. Si ha così una stagione calda e asciutta che segna l'inversione barometrica, con l'imporsi dei venti continentali da NE (o in certe zone, come nella piana gangetica, da NW) attratti dalle basse pressioni nella fascia equatoriale dell'Oceano Indiano. Nel Sud tuttavia si hanno ancora precipitazioni per la caratteristica equatorialità della fascia costiera occidentale. È qui che si hanno le massime precipitazioni del Deccan: a Kozhikode esse superano i 3000 mm annui, valore che decresce verso N sino ai 1700 mm di Mumbai. Nell'interno della penisola i valori oscillano tra i 1000 e i 1200 mm, e aumentano nei versanti meridionali degli Altopiani Centrali. Nell'Assam gli alti valori delle precipitazioni (oltre i 5000 mm annui) sono dovuti allo stazionamento estivo dei cicloni nel golfo del Bengala, cicloni che investono direttamente la regione, spesso con una violenza che ha conseguenze particolarmente disastrose sulle coste del Bangladesh, specie nella fascia di Chittagong. Anche nel Bengala si hanno precipitazioni abbondanti e a Kolcata cadono annualmente oltre 1600 mm di pioggia. I valori decrescono da E a W nella pianura del Gange, dove oltretutto le piogge sono molto irregolari (a Delhi si hanno 660 mm annui); nelle terre aride del Rajasthan non vengono superati generalmente i 250 mm annui mentre nell'estremo Nord è più favorita Srīnagar, che trovandosi sul versante himalayano riceve anch'essa oltre 600 mm annui d'acqua. L'alternanza stagionale lascia asciutta per lunghi mesi gran parte dell'India e ciò corrisponde a un periodo di sosta della stessa attività umana, che si ravviva d'improvviso alle prime manifestazioni del monsone. Talora queste tardano a venire e si hanno allora in certe zone (frequentemente nella pianura settentrionale) drammatiche carestie, cui si aggiunge sovente l'improvviso e rovinoso scatenarsi del monsone.

Territorio: geografia umana. Generalità

Il subcontinente indiano è stato uno dei centri d'irradiazione nell'evoluzione degli Hominoidea, come testimoniato dai numerosi reperti fossili di Ramapitecine portati alla luce, finora, nell'India settentrionale (Haritalyngar, monti Siwalik) datati a 12-8 milioni di anni fa. La carenza di ricerche sistematiche, e quindi la scarsità di ritrovamenti, impedisce tuttavia una precisa ricostruzione del più remoto popolamento, sebbene l'India costituisca una sorta di “ponte” tra l'Africa e il resto dell'Asia per quanto concerne la diffusione delle specie umane. L'unico reperto sicuramente attribuibile a Homo erectus è quello di Hatnora, nella valle del Narmada, datato a circa 1 milione di anni fa, portato alla luce nel 1982; scarsi e frammentari i resti più antichi di Homo sapiens sapiens, nonostante il rinvenimento di vari siti paleolitici in tutta la penisola indiana. A partire dal IV millennio a. C. l'India appare abitata da genti dedite all'agricoltura itinerante: qui vennero domesticate varie piante, fra le quali il cotone e il riso di montagna. Già prima della diffusione degli Indoeuropei erano presenti popolazioni antropologicamente e culturalmente diverse, come testimoniato dalla molteplicità dei gruppi etnici tuttora esistenti, solo in parte fusi tra loro. Le genti più antiche vengono ritenute quelle veddoidi del sud-ovest (area dei monti Carmadon e Nilghiri), da alcuni studiosi designate con il nome collettivo di Malidi; questi presentano un misto di caratteri australoidi-negroidi-europoidi (le tribù più significative sono: Mala Vedar, Kanikkar, Kadar, Kuruba, Malasar, Paman, Jeravà); affini, ma con più spiccati caratteri australoidi, sono i gruppi residuali dell'orlo orientale del Deccan (Sholiga, Chenghu, Irula, Yamadi e altri); tutte queste genti, nomadi, sono dedite ancor oggi alla raccolta e alla caccia. Un altro gruppo di genti di origine assai antica, designato da alcuni studiosi con il nome collettivo di Gondidi, è diffuso in piccole entità isolate su una vasta area tra il basso Gange e il bacino del Narmada fino alle regioni nord-occidentali e al bacino del Mahānadi: presentano caratteri negroidi-australoidi sebbene la loro pelle sia decisamente chiara; i gruppi più numerosi sono i Gond, Juang, Santal, Oraon, Khond, Bhuiya, Male, Mardia, Korku, Bhil, Katkari, Thakur, Kandesh, Mewak, quasi tutti ancora nomadi cacciatori-raccoglitori, che praticano una semplice agricoltura alla zappa. Coltivatori un tempo nomadi, probabile residuo del primo popolamento neolitico, sono le numerose popolazioni di lingua munda, oggi sedentarie, stanziate soprattutto nella regione fra il basso Gange e il Narmada fino all'alto corso del Mahānadi (Munda, Korwa, Asur, Kha, Horo, Ho, Bhumi, Kharvar, Kharia). I loro caratteri somatici presentano tratti europoidi con taluni aspetti negroidi nel taglio della faccia, nel naso e nei capelli; sono le genti che presentano colorazione cutanea più scura di tutta l'India tanto che vari studiosi li designano collettivamente con il nome di Indomelanidi o Paleoindidi. Di pelle bruna o bruno-scura sono le popolazioni di lingua dravida che all'epoca dell'invasione indeuropea erano diffuse in tutta l'India, dove avevano costituito grandi comunità di agricoltori sedentari ai quali si deve, probabilmente, la creazione dei primi stati urbani, soprattutto nel bacino del Gange. Oggi i dravidi popolano principalmente l'India meridionale, costituiscono forti minoranze omogenee e rappresentano il tipo fisico noto con il nome di “indiano meridionale”; le etnie più numerose sono i tamil, stanziati nel Deccan sudorientale con una forte presenza anche nello Sri Lanka, i telegu del Deccan orientale, i canaresi del Deccan occidentale e i malayalam della fascia costiera sudoccidentali della penisola indiana. In epoca storica, l'India fu interessata da una progressiva penetrazione di genti sino-tibetane delle quali purighi, lahuli, kranti, limbu, lepcia, chutià, kuć, ladaki, ahudi, chang-pà e newari sono gli attuali rappresentanti; l'espansione di questi pastori-contadini fu bloccata nelle regioni settentrionali dall'arrivo, a partire dal III millennio a. C., di popolazioni dedite alla pastorizia nomade, di origine indo-iraniana (Preari o Paleoari), tuttora presenti nel nord-ovest dell'India (pahari, brokpa, garhwali, khasmiri, dardi, kho, machnopa, kafiri). A questi fece seguito, verso il 1500 a. C., la massiccia invasione degli Indoeuropei (costituenti oggi il tipo fisico noto come “indiano meridionale”) provenienti da NW: pastori e allevatori organizzati in tribù patriarcali fortemente gerarchizzate e militarizzate, passate alla storia con il nome generico di Indù o Indoari. Costituiscono oggi numerose etnie, le più importanti delle quali sono i marātha, hindi, puñjābī, rajastani, sindhi, bihari e gujarathi; alcune di queste diedero origine a potenti Stati che sottomisero le preesistenti genti nomadi e ricacciarono dravidi e munda nelle attuali sedi. Diventati agricoltori sedentari, solo in piccola parte si fusero con gli autoctoni ai quali imposero la propria organizzazione sociale, i costumi e spesso anche la religione.

Territorio: geografia umana. Lo sviluppo demografico

Nel corso dei secoli si è venuta così a produrre una complessa sovrapposizione etnica che, secondo alcune interpretazioni, è all'origine delle caste, le quali tuttavia si spiegano anche in rapporto all'organizzazione gerarchizzata tradizionale del mondo indù, con le specializzazioni professionali e dei compiti che essa comporta con le sue varie attività. Sebbene la Costituzione abbia abolito le tradizionali caste e il governo cerchi di limitare il potere delle numerose sette religiose, l'induismo svolge un ruolo fondamentale in questo Paese prevalentemente contadino. Ciò è dovuto al fatto che la religione degli Indoari si è imposta nel processo storico come elemento di affermazione della civiltà indiana. Esistono anche delle minoranze religiose, le più importanti delle quali sono rappresentate dai musulmani, dai cristiani, dai Sikh del Punjab, dai buddhisti, dai parsi, per lo più ricchi commercianti del Mahārāshtra, che vivono nelle città. Questo mosaico etnico e religioso, che va poi sminuzzato ulteriormente in centinaia di frammenti, spiega la complessità dell'India e può rivelare come, nonostante secoli di storia in cui ha visto anche periodi di unificazione politica, il Paese non abbia potuto trovare il suo “punto di fusione”. Il colonialismo, con gli scambi e le attività che ha promosso, ha agito da stimolo, in senso moderno, per la vita dell'India, ma ha suscitato nel contempo nuovi problemi sociali, imponendo un'organizzazione territoriale sua propria, esaltando in modo esagerato l'urbanesimo, la crescita demografica, tutti problemi che assillano l'India di oggi. Quello demografico è uno dei più gravi: al censimento del 2011 l'India contava 1.210.569.573 abitanti, una cifra elevatissima sia in senso assoluto (la seconda del mondo dopo quella della Cina), sia in relazione all'estensione del territorio, dal momento che l'India risulta ospitare, in poco più del 2% della superficie terrestre, circa un sesto dell'intera popolazione mondiale. Il processo di crescita nel corso del Novecento è stato vertiginoso. Il primo censimento del 1901 aveva registrato 238 milioni di ab.; essi non aumentarono di molto nei successivi vent'anni; decrebbero anzi tra il 1911 e il 1921 e ancora nel 1931 la popolazione non toccava i 280 milioni. Gli incrementi fortissimi si ebbero a cominciare dagli anni Quaranta; così nel 1941 si registrarono 318,5 milioni, nel 1951 ca. 360, nel 1961 oltre 439 milioni. Questo rapido incremento demografico fu dovuto, fondamentalmente, alla riduzione del tasso di mortalità, che fino ai primi decenni del sec. XX era determinato dalle frequenti carestie e dalle ricorrenti malattie epidemiche come il vaiolo, la peste, il colera, la malaria, che contribuivano a mantenere quell'“equilibrio della miseria”, con il quale, sia pure in modo crudele, si contenevano gli sviluppi demografici. Il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie ha fatto scattare l'esplosione demografica, risultato di una natalità sostanzialmente mantenutasi elevata, ma non più controbilanciata da una altrettanto elevata mortalità, il cui tasso annuo è via via sceso negli anni. Corrispondentemente l'incremento demografico naturale si è via via elevato dagli inizi del XX sec. La gravità del problema demografico in un Paese di limitate risorse (o non adeguatamente sfruttate) fu avvertita dallo stesso Gandhi; il problema fu affrontato sotto il regime di Nehru, durante il quale fu teorizzato quel neomalthusianesimo che indusse il governo a istituire, nel 1965, i primi centri per il controllo delle nascite sotto la direzione del Ministero della sanità. Malgrado le politiche antidemografiche adottate da anni con impegno dal governo, la crescita demografica è molto sostenuta (l'incremento demografico naturale, si è attestato nel 2012, al 12,8‰), sia per l'ancora elevato tasso di natalità (20,7‰ nel 2012) sia per la diminuzione del tasso di mortalità (7,9‰ nel 2012). La pressione demografica elevata di certe regioni esisteva già alla fine del sec. XIX e, favorita dalle possibilità consentite dal colonialismo, aveva suscitato un'emigrazione verso altre terre, soprattutto verso quelle affacciate all'Oceano Indiano. In molti casi si trattò di un'incetta di manodopera di tipo schiavistico, come quella che portò migliaia di indiani nelle piantagioni di canna da zucchero delle isole Maurizio e dell'Africa Orientale; altre correnti migratorie si diressero in Myanmar, in Malaysia, nelle Figi, persino nelle Antille. Si calcola che gli indiani all'estero siano circa cinque milioni, tra i quali quasi un milione nel Regno Unito; il saldo migratorio continua a essere negativo, ma l'India è anche meta di migrazioni internazionali provenienti da Paesi meno sviluppati, oltre che di flussi di profughi dai Paesi limitrofi (dal Pakistan, dopo la proclamazione dell'indipendenza, dal Tibet, dallo Sri Lanka). La densità media della popolazione è di 383 ab./km², valore elevato anche per un Paese così vasto; ma tuttavia esso non dice delle altissime concentrazioni di certe zone. Le massime concentrazioni si hanno nella bassa pianura gangetica, nel delta del Bengala, in una parte dell'Assam e nel Kerala. Zone meno popolate, oltre alle aree aride del Rajasthan, sono le valli himalayane, specie orientale, il Deccan nordorientale e il Gujarat interno. Gli squilibri economici e demografici da parte a parte hanno alimentato nel Novecento le prime migrazioni interne; le più cospicue però sono state quelle dirette verso le città. L'urbanizzazione ha raggiunto in India ritmi molto elevati, esaltati all'epoca della divisione tra India e Pakistan, quasi nove milioni di profughi ad accentrarsi nelle periferie delle grandi città come Calcutta. Le aree urbane di Mumbai e Ahmadabad, nell'ovest del Paese, sono tra le zone di maggiore immigrazione. Tale flusso migratorio in direzione delle città ha fatto notevolmente crescere il tasso di urbanizzazione: se nel 1961 appena l'8% della popolazione risiedeva in città, tale proporzione sfiorava nel 2012 il 31,6%. L'India resta comunque un paese di profonde radici agricole e rurali, con un indice di densità rurale tra i più elevati al mondo, che raggiunge i valori maggiori soprattutto lungo le valli fluviali e la costa.

Territorio: geografia umana. Dal villaggio alla megalopoli

Il villaggio indiano, fondato sull'economia agricola e sull'artigianato, autosufficiente almeno alle origini, è una germinazione spontanea della sedentarietà e ha mantenuto pressoché immutati nei millenni alcuni caratteri tradizionali. Socialmente il villaggio (grama) ha conservato, fino all'epoca coloniale, la sua organizzazione comunitaria espressa nel Panchayat, il consiglio di villaggio, e la sua composizione castale implicita nella divisione professionale dei compiti nell'ambito dell'economia. Tradizionalmente ogni villaggio è rappresentato da un gramini, un capo-villaggio, e a sua volta ogni villaggio fa capo a un organismo territoriale che comprende più villaggi, retti da gerarchie superiori. Il rapporto tra villaggi e unità territoriale è legato alle condizioni ambientali. Il villaggio ha un dintorno coltivato più o meno vasto secondo la bontà dei suoli o delle possibilità di irrigazione; anche la sua dimensione varia secondo questi fattori. Prima del colonialismo la trama territoriale fondata sui villaggi e i centri rurali faceva capo, in senso però politico più che economico, alle città principesche, sedi del potere, in funzione del quale erano state concepite anche dal punto di vista urbanistico (pianta regolare con centro nodale rappresentato dal palazzo del principe e il tempio, indù o musulmano), come nei mirabili esempi di Jaipur, Agra, Madurai, ecc. L'organizzazione del villaggio entro l'ordinamento feudale si è rotta in epoca coloniale, con gli aggravi fiscali e l'imporsi del potere degli zamindari (appaltatori d'imposte) e di quel regime assenteista che è stato uno dei fattori della decadenza economica dell'India a partire dagli inizi del sec. XIX. Anche l'artigianato, oltre che l'agricoltura, è deperito, mentre l'imporsi di un circuito commerciale di tipo moderno ha valorizzato i centri meglio favoriti dal punto di vista delle comunicazioni, oltre che delle attività produttive più redditizie. Così si è determinata quella gerarchia di piccoli e grandi centri, già però avviata dopo la penetrazione dell'islamismo, che formano la trama territoriale dell'India, la quale fa capo a pochi grandi poli urbani, valorizzati dai collegamenti ferroviari dell'Ottocento. Tra questi centri focali i primi a emergere sono state le città portuali, quelle cioè che facevano da tramite tra India e Gran Bretagna: Kolcata e Mumbai furono le prime grandi basi dell'India coloniale, insieme con Chennai; Delhi, divenuta importante sotto il dominio turco-musulmano, fu potenziata invece per la sua funzione di “cerniera” dei collegamenti continentali, tra la valle dell'Indo e quella del Gange. Queste città in misura via via maggiore delle altre subirono quelle incentivazioni economiche che ne fecero anche la meta della migrazione dalle campagne, non peraltro fortissima prima degli ultimi vent'anni. Il fenomeno migratorio però non si può considerare come un fattore positivo, perché è stato determinato dalla decadenza della vita rurale ed è stato assorbito in senso parassitario dalle città, incapaci di stimolare economicamente le campagne. Gli sviluppi maggiori li ha avuti Calcutta, che dopo la divisione tra India e Pakistan è stata il rifugio di molti profughi, così come Delhi e Bombay. Queste, come tutte le grandi città indiane, hanno una grande frangia periferica dove si accatastano, in modo provvisorio, le masse inurbate, in condizioni spesso drammatiche; il loro assorbimento è lento, difficile, collegato com'è agli sviluppi economici del Paese. Delhi, il cui agglomerato urbano contava, secondo il censimento del 2011, circa 16 milioni di abitanti, è una città “terziaria” per il suo ruolo amministrativo, rivelato anche dalle sue strutture urbanistiche, nelle quali si distingue New Delhi, sede del governo (questa propriamente è la capitale) e quartiere aristocratico, dove al vecchio nucleo musulmano si giustappongono i nuovi ariosi quartieri di epoca coloniale. Delhi è il nodo occidentale nella trama territoriale della piana del Gange, al cui lato opposto, nel delta bengalese, sta Calcutta, capitale del Bengala Occidentale, porto fluviale e città industriale che ha germinato intorno a sé una serie di altri centri con i quali forma la più grossa conurbazione o città-regione dell'India (14 milioni di abitanti). Di stampo inglese nella sua parte monumentale, è per il resto un agglomerato assai esteso, squallido, che accoglie alla periferia molti stabilimenti industriali (i più vecchi sono quelli legati alla lavorazione della iuta, quelli più recenti connessi allo sfruttamento delle vicine miniere di ferro e carbone); Calcutta però accoglie anche molte attività terziarie e commerciali suscitate dal suo porto, sbocco della piana gangetica già valorizzato dagli inglesi. La pianura del Gange ospita numerose altre grandi città, alcune con funzioni industriali come Kanpur (centro dell'industria tessile) e Lucknow (Lakhnau), la capitale dell'Uttar Pradesh; ma questa è una città d'origine antica, così come altre della pianura quali Agra, legata all'affermazione islamica, Varanasi (Benares), massimo centro religioso dell'induismo, e Allahabad, città santa buddhista; Patna è invece nodo di comunicazioni valorizzato in epoca moderna. Nell'India nordoccidentale la popolazione urbana non è molto elevata, ma esistono antiche e storiche città vivacizzate da attività diverse: Jaipur, la capitale del Rajasthan, Ajmer, Udaipur, facenti capo alla regione degli Arāvalli; Jodhpur, al margine sudorientale del deserto del Thar. Nel fittamente popolato Punjab si trovano molti centri commerciali e industriali (Amritsar, Ludhiana, Jalandahar (Jullundur) ecc.); Srīnagar, massimo centro del Kashmir, è notevolmente accresciuta grazie alle sue molteplici funzioni. Nel Gujarat l'ex capitale Ahmadabad è una metropoli commerciale con importanti industrie tessili e alimentari. Nel Deccan, Bombay, capitale del Maharashtra, continua a essere il polo urbano maggiore; cresciuta come porto fondamentale in epoca coloniale (era “la porta dell'India”), oggi è una città ricca di industrie di trasformazione e manifatturiere ed è sede di attività culturali e finanziarie. È ben collegata con ferrovie alla piana del Gange, al Rajasthan e agli Altopiani Centrali, dove sorgono città storiche, vecchie capitali principesche come Indore (Indaur), Bhopal, Jabalpur, valorizzate dai moderni raccordi ferroviari. Questi hanno particolarmente accentuato la posizione gerarchica di Nagpur, a S dei Satpura, di Pune (Poona), città industriale con funzioni di satellite nei confronti della vicina Bombay, e di Hyderabad, capitale dell'Andhra Pradesh, città storica legata all'islamismo (è l'ex Golconda) di cui è ancor oggi il massimo centro in India, benché sia anche sede di industrie e attività commerciali che investono tutto l'interno della penisola. Più a S grossa città è Bangalore, capitale dello Stato del Karnataka. Nel Deccan orientale la rete urbana gravita su Chennai, la capitale del Tamil Nadu e attivissima città portuale privilegiata dagli inglesi, attrezzata anche come centro industriale (siderurgico e dell'industria meccanica). Altri importanti centri del Deccan sono situati agli sbocchi delle valli sulla pianura costiera, come Vijayawada e Rājahmundry. Nell'interno della parte più meridionale della penisola è Madurai, centro religioso dell'induismo, mentre sulla costa del Malabar Kozhikode e Cochin sono sbocchi portuali di una ricca regione agricola. Tuttavia, nonostante le città che superano i centomila abitanti siano centinaia e, nonostante sia ancora in atto la tendenza alla concentrazione nelle grandi metropoli, sono le agglomerazioni di poche centinaia di migliaia di abitanti a registrare i maggiori tassi di crescita, delineando una tendenza al riequilibrio della rete urbana del Paese.

Territorio: ambiente

La copertura vegetale dell'India è caratterizzata da associazioni molto diverse, che si presentano però oggi profondamente manomesse dall'uomo. La degradazione vegetale investe tutta la pianura e gran parte del Deccan, dove si hanno tuttavia lembi di foresta tropicale nei versanti sudoccidentali del Deccan (pendici dei Ghati Occidentali), nelle dorsali montuose degli Altopiani Centrali, nei monti dell'Assam e del Nāgāland. Si tratta di una foresta sempreverde in cui dominano alberi d'alto fusto, che comprendono anche essenze pregiate come il teak e il sandalo, sebbene questi alberi siano tipici soprattutto della regione peninsulare. Lembi di foresta sempreverde si trovano anche lungo i corsi fluviali dell'interno, dove però predomina la foresta tropicale decidua, nella quale la pianta dominante è il sal (Shorea robusta). Procedendo verso N e NW questa foresta assume adattamenti xerofili: compaiono così varie specie di acacie, che, rare e isolate, dominano l'arido paesaggio del Rajasthan. Le pendici himalayane ospitano foreste subtropicali, che via via trapassano con il crescere dell'altitudine in foreste temperate (con querce e conifere, tra le quali ultime caratteristico è il Cedrus deodara), cui succedono poi i tipici livelli alpini d'alta quota che comprendono anche ricchi pascoli (mergs). § Nell'India si possono distinguere due zone faunistiche divise dal Gange e dai rilievi di Vindhya e Satpura. In quella a N sono rappresentati quasi tutti gli ambienti caratteristici della regione zoogeografica orientale: qui vivono il nilgau, l'antilope cervicapra, il caracal, una specie di gazzella (Gazella gazella), il cinghiale, oltre a ricci, toporagni, pipistrelli e moltissimi roditori. Nella fascia centrale, numerosissima è la popolazione degli uccelli acquatici; nei pressi della foce dell'Indo esiste ancora il leone asiatico e molti fiumi settentrionali ospitano il delfino del Gange (Platanista gangetica) e il gaviale. La zona a S comprende la vera e propria penisola indiana il cui animale tipico è la tigre; nelle formazioni a mangrovie non è difficile trovare il coccodrillo di palude e quello marino oltre al varano fasciato e ai bufali indiani. Tipico anche l'orso labiato ancora frequente nei fitti boschi del Deccan; molte le scimmie, mentre i Lemuroidei sono rappresentati dal lori gracile. Diffusi infine in tutto il Paese l'elefante asiatico, il rinoceronte unicorne, moltissimi cervidi fra cui fa spicco il muntjak (Muntiacus muntjak), moltissimi animali acquatici e numerosissimi serpenti velenosi che causano migliaia di vittime ogni anno. Le aree protette del Paese coprono il 5% del territorio nazionale, che ospita 94 parchi nazionali, 3 parchi nazionali marini e centinaia di riserve naturali. Alcune di queste aree sono state inoltre dichiarate patrimonio dell'umanità dall'UNESCO: si tratta del santuario faunistico di Manas (1985), del Parco nazionale di Sundarbans (1987), del Parco nazionale di Nanda Devi (1988, 2005) e del Parco nazionale dell'Himalaya (2014), che protegge la parte occidentale della catena.

Economia: generalità

Pochi Paesi hanno una realtà economica e sociale complessa come quella dell'India; pur risultando tra gli Stati più industrializzati del mondo, nei primi posti nella classifica mondiale come PIL (1.209.686 ml $ USA nel 2008) e come tasso di crescita (9,2 % nel 2006 e 8,4% nel 2007) il 31,3% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e l'Indice di sviluppo umano la colloca al 132° posto nella graduatoria mondiale. Le sperequazioni interne, pur mostrando una tendenza all'attenuazione, sono molto forti, tanto che un decimo della popolazione detiene circa un terzo del reddito nazionale. Tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi del decennio successivo l'India ha subito le conseguenze di una grave crisi economica, i cui elementi paradigmatici sono individuabili nelle enormi proporzioni del deficit di bilancio e del debito estero. La difficoltà di mantenere entro un livello sostenibile il disavanzo dello Stato è divenuta palese nel 1989-90 per l'effetto combinato di più fattori strutturali. All'inefficacia della politica fiscale, non estesa, peraltro, agli agricoltori, si è sommata la crescente pressione della spesa pubblica, determinata, in maniera preponderante, dalle sovvenzioni elargite, sia alle imprese statali, caratterizzate tradizionalmente da una bassa produttività, sia, anche se in misura minore, all'agricoltura. Il debito estero tra il 1980 e il 1991 era stato contratto, in larga parte, per finanziare il saldo negativo della bilancia commerciale, ma con la crisi del Golfo, successiva all'occupazione irachena del Kuwait, gli elementi di pressione sull'intera bilancia delle partite correnti e, in generale sull'economia indiana, si sono moltiplicati. All'aumento del prezzo del petrolio, che ha avuto una parte rilevante nel rilancio dell'inflazione, si è aggiunto il crollo verticale delle rimesse degli emigrati indiani che lavoravano nella regione del Golfo. La drastica riduzione delle importazioni e la mobilizzazione di una parte considerevole delle riserve di oro non sono riuscite a evitare il ricorso al FMI, che ha elargito un prestito di 2,3 miliardi di dollari, concordato all'interno di un più generale programma di stabilizzazione economica voluto dal governo insediatosi nel giugno del 1991. Le linee guida della nuova politica economica erano mirate alla trasformazione della tradizionale strategia di sviluppo che aveva guidato l'India fin dai primi tempi dell'indipendenza e si proponevano, in particolare, la liberalizzazione dell'economia dallo strettissimo controllo statale. In quest'ottica venivano decise l'eliminazione dei costosi sussidi alle esportazioni, la svalutazione della rupia nella misura del 22% rispetto al dollaro e la riduzione di una parte delle restrizioni alle importazioni. La riforma fiscale, altro fattore chiave del programma di ristrutturazione economica, si mosse nella direzione dell'ampliamento della base contributiva e della restrizione dei prelievi fiscali. Decisivi interventi erano effettuati nel settore delle pubbliche imprese, riducendo i sussidi statali e favorendo una maggiore competitività. Il governo si dotava di quegli strumenti legislativi in grado di consentirgli di ristrutturare o chiudere le imprese sofferenti di una cronica passività di bilancio, senza dimenticare le esigenze dei lavoratori, ai quali venivano accordate delle sovvenzioni. All'interno del generale processo di liberalizzazione, venivano ridotte anche le restrizioni imposte alle industrie private, riguardanti, per esempio, il necessario assenso governativo per la scelta della localizzazione, i nuovi investimenti ed espansioni, le importazioni. Il bilancio della politica di liberalizzazione economica, può essere considerato positivamente alla luce dei dati riguardanti l'aumento del PIL, passato dal 3,5% degli anni precedenti la riforma al 6% del 1995-96, a valori superiori al 7% dal 2003: grazie alle liberalizzazioni e alle riforme degli anni Novanta l'economia indiana si è affacciata al nuovo millennio con grande vivacità, alti tassi di crescita (dovuti soprattutto allo sviluppo dei settori industriali ad alta tecnologia) e investimenti stranieri in aumento. La forte presenza del settore pubblico (che conserva l'appannaggio esclusivo sulle industrie militari, le comunicazioni, le grandi opere idrauliche, la produzione energetica, i nuovi impianti siderurgici e le miniere) rappresenta comunque ancora una delle caratteristiche principali dello sviluppo del Paese. Il deficit di bilancio, tuttavia, continua a rappresentare un grave ostacolo sulla via dello sviluppo. Sebbene tra il 1990 e il 1993 vi sia stata una sua significativa riduzione, essa non si è mantenuta stabile. Anche la situazione dei conti con l'estero ha fatto registrare un andamento altalenante. Per quanto riguarda l'afflusso di capitali stranieri, i risultati della politica di apertura inaugurata nel 1991 sono stati particolarmente favorevoli e gli investimenti diretti esteri, in forte aumento, sono stati pari a circa 6600 ml $ USA nel 2005, incoraggiati dalla decisione del governo di estendere il livello massimo di quote azionarie che possono essere possedute dagli investitori stranieri fino al 74% per alcuni settori non strategici. Dall'insieme di questi fattori ne è risultata la possibilità di innalzare il livello delle riserve estere, in modo tale da raggiungere una stabilità che si era rischiato seriamente di compromettere nel 1991, quando le riserve ammontavano ad appena un miliardo di dollari. La monetizzazione di una parte di queste riserve, così come quella parziale del deficit pubblico, hanno avuto effetto sul tasso di inflazione, provocandone l'innalzamento, ma le autorità indiane hanno comunque deciso di non penalizzare gli investimenti e la crescita economica. L'India dispone, inoltre, di una popolazione attiva di circa 435 milioni di persone; il tasso di disoccupazione, in calo negli ultimi anni, era stimato a inizio millennio (2000) al 4,3%, mentre nel 2005 la quota di popolazione femminile ancora al di fuori del mercato del lavoro era pari al 26,9%. Nella valutazione dei dati statistici occorre tuttavia ricordare che ai valori ufficiali sfuggono i diffusi fenomeni della sottoccupazione e dell'economia informale.

Economia: agricoltura

L'agricoltura indiana ha notevoli possibilità, data l'estensione dei terreni produttivi, dispone di vaste superfici coltivabili (l'arativo corrisponde al 42,7% del suolo complessivo, cui si aggiunge il 32% circa del potenziale rappresentato dal terreno incolto), con condizioni climatiche e pedologiche molto varie, il che consente un'ampia gamma di colture pur praticate generalmente in modo estensivo. Sebbene il clima monsonico provochi una distribuzione irregolare delle precipitazioni, esse risultano considerevoli e implicano la predisposizione di adeguate infrastrutture irrigue per poter sfruttare sapientemente questo notevole potenziale idrico. Il settore agricolo è però soggetto all'influenza di altri fenomeni naturali, propri del clima indiano: cicloni, siccità, terremoti, inondazioni. Tuttavia lo stato di precarietà e di dipendenza, anche naturale, che ha sempre caratterizzato questa attività primaria, negli ultimi decenni è stato notevolmente ridotto da un concorso di fattori favorevoli (la riduzione delle carestie, la minore incidenza delle importazioni di generi alimentari, il raggiungimento dell'autosufficienza alimentare). Attualmente, l'agricoltura, che deve far fronte ai bisogni alimentari di una popolazione in rapido aumento, occupa il 5,3% della forza lavoro del Paese, e contribuisce alla ricchezza nazionale producendo il 18,2% del PIL. Per quanto riguarda le pratiche agricole in uso, l'arcaico regime della proprietà terriera, basato sul latifondo e sulla servitù della gleba, grazie alla distribuzione di gran parte delle terre ai contadini e in minore misura alle cooperative di villaggio venne abolito con la conquista dell'indipendenza. Lo Stato, tuttavia, non si fece carico di attuare una radicale riforma agraria, tanto che esistono ancora grandi proprietà terriere, che sono di fatto le sole aziende efficienti con colture di alto valore commerciale. Poco o nulla sovvenzionati dagli organi governativi, impossibilitati ad accumulare i capitali necessari per rifornirsi di fertilizzanti, sementi, macchinari agricoli, ecc., i contadini traggono a fatica di che vivere dai loro microfondi. L'estrema parcellizzazione delle aziende impedisce così il raggiungimento di soddisfacenti livelli produttivi, mentre l'assenza di adeguati mezzi di trasporto e di magazzini per la conservazione dei prodotti non consente l'accesso ai mercati di buona parte del raccolto, nel frattempo deterioratosi. Ancor più, in mancanza di agevolazioni creditizie da parte dello Stato, poco o nulla si è riusciti a fare per debellare la piaga dell'usura e dello sfruttamento da parte degli intermediari, anche quando i governi di opposizione al Partito del Congresso hanno posto, fra i propri obiettivi programmatici, quello di una maggiore attenzione alle necessità del mondo rurale attraverso l'approntamento di specifici strumenti di sgravio del debito agrario. Inoltre, le oligarchie rurali, proprietarie di moderne aziende altamente redditizie e arbitro del mercato interno, conservano spesso intatto l'antico potere feudale: ne è prova che solo nel 1975 sono stati aboliti i lavori forzati per il contadino impossibilitato a pagare i propri debiti (questa forma di servitù era in vigore da secoli nelle campagne e obbligava alle prestazioni anche tutti i membri della famiglia del debitore). L'intervento del governo si è limitato alla realizzazione delle opere di irrigazione primaria, tanto che le superfici irrigate si estendono per ca. 50 milioni di ha, pari a circa un terzo della complessiva area coltivata. Dagli anni Settanta si è cercato di diffondere l'uso di fertilizzanti e di varietà colturali (ibridi) ad alta resa, frenato però dall'insufficienza della rete d'irrigazione, dalla scarsa disponibilità di investimenti e da una radicata resistenza all'innovazione da parte degli agricoltori; qualche progresso è stato attuato, anche tramite l'inserimento di personale qualificato nella società rurale, ma le potenzialità offerte da tali fattori sono state adeguatamente sfruttate solo in aree ristrette (soprattutto nel Punjab) e nella grande proprietà, diffondendosi nella media solo nel più recente periodo; la “rivoluzione verde” ha quindi generalmente accentuato le disparità sociali e territoriali. Ciò nonostante, a parte talune annate persino rovinose, l'andamento produttivo ha fatto registrare costanti incrementi, che tuttavia non corrispondono all'aumento vertiginoso della popolazione. Il prodotto di punta dell'agricoltura indiana è il riso, con massime concentrazioni nell'India orientale. Tra i cereali, seguono il frumento, diffuso nell'India occidentale più asciutta, il miglio e il sorgo, che si adattano anche a suoli più poveri e poco irrigati; altre produzioni sono quelle del mais e dell'orzo. Tra le altre colture alimentari hanno particolare rilievo le patate e numerose altre varietà di frutta, sia tropicale sia di zona temperata, fra cui banane, mango e agrumi. Dei prodotti orticoli vengono coltivati in notevole quantità i ceci, i fagioli, le lenticchie, le cipolle e i pomodori. Numerose sono le colture industriali, tra le quali un ruolo preminente svolgono le oleaginose (arachidi, colza, girasole, sesamo), che danno notevoli contributi all'esportazione e costituiscono la prima fonte per la produzione di grassi e la soia. Tra le piante tessili, oltre al cotone e al lino, ha notevole rilievo la iuta, coltivata soprattutto nel Bengala Occidentale; seguono la canapa, il kenaf ecc. L'India è il secondo produttore mondiale, dopo la Cina, di tè , che per oltre la metà proviene dall'Assam, mentre il caffè è coltivato in varie zone montuose del Deccan meridionale. Altre due importanti colture sono quelle della canna da zucchero, diffusa soprattutto nella pianura del Gange, che solo in parte è avviata agli zuccherifici, mentre per il resto è impiegata nella produzione di una particolare bevanda, il gur, e il tabacco (l'India è il terzo produttore mondiale). Di rilievo, nel quadro mondiale, è anche la produzione di spezie (pepe, noce moscata, cannella). Le superfici boschive (pari al 22,8% della superficie nazionale) rappresentano un patrimonio prezioso ma insufficiente alle necessità del Paese, sia per la produzione di legname sia per la protezione dei suoli. Ricchi lembi di foreste tropicali esistono ancora sulle pendici dei Ghati Occidentali e nell'adiacente costa del Malabar, nonché sui monti Vindhya e Sātpura; varie essenze pregiate (mogano, teak, sandalo ecc.) sono destinate anche all'esportazione. Nel Bengala Occidentale si utilizza largamente il bambù per svariati impieghi, tra cui la fabbricazione della carta. Ingente è anche la coltivazione di caucciù, per cui il Paese si attesta al quarto posto nella classifica mondiale dei Paesi produttori.

Economia: allevamento e pesca

L'allevamento è un'attività molto antica in India, ma dà contributi assai limitati al reddito nazionale. Più dell'effettiva scarsità dei pascoli (prati e pascoli permanenti sono pari al 2,6% della superficie territoriale) sono le radicate credenze religiose a influire in modo determinante sullo sviluppo del settore, rimasto in effetti sempre al margine della vita economica indiana e caratterizzato da elementi di estrema arcaicità. La norma religiosa che vieta agli induisti di consumare la carne bovina (la mucca è un animale sacro, che è vietato uccidere e di cui si consumano solo il latte e i suoi derivati) fa sì che questi animali, invece di costituire una risorsa come il loro enorme numero potrebbe far supporre (185 milioni di bovini nel 2005, cui si sommano 98 milioni di bufali, un netto primato mondiale), rappresentino un ulteriore motivo di impoverimento delle popolazioni rurali. Sebbene con grandi difficoltà, il governo sta attuando una politica di miglioramento delle razze, nell'ottica dell'abolizione della norma tradizionale. D'altro canto, nei pressi delle grandi città, come Calcutta, Bombay, Delhi e Chennai, esistono ormai alcuni moderni allevamenti di bovini destinati alla macellazione. I bufali, utilizzati per i lavori agricoli e particolarmente numerosi nel Bengala Occidentale, nella pianura del Gange e nelle regioni costiere. Nell'India nordoccidentale, più arida, vengono allevati i caprini e gli ovini; pochi sono i suini mentre sono particolarmente numerosi i volatili da cortile. Tradizionale e tuttora diffusa in diversi Stati, tra cui iKarnataka e Jammu e Kashmir, è la bachicoltura. Anche la pesca non è adeguatamente sfruttata; l'attività è svolta per lo più a livello artigianale, sia nelle acque interne interne che in quelle costiere, nonostante l'India sia tra il terzo produttore mondiale di pescato dopo Cina e Perú (l'ottavo per pesce di mare, crostacei e molluschi) e nonostante siano presenti moderni centri organizzati in funzione anche commerciale come Koilon.

Economia: industria

Sebbene a partire dal 1880 gli inglesi abbiano promosso la nascita di impianti industriali nel comparto tessile, l'industria indiana vera e propria fa la comparsa nel Paese solo dopo il raggiungimento dell'indipendenza, nel momento in cui venne definita una specifica politica industriale, la cui realizzazione fu avviata sotto la supervisione statale. Il settore secondario ha visto crescere la propria incidenza sul PIL, passando dal 17% nel 1951 al 27,7% nel 2008, ponendo l'India tra i Paesi più industrializzati del mondo, pur mantenendo contenuta l'incidenza sulla quota di popolazione attiva occupata (dall'11,5% all'inizio degli anni Cinquanta, al 25,6% dei primi anni del Duemila). L'industria di base ha fatto registrare progressi notevoli specie nei settori siderurgico, chimico e petrolchimico. Oltre ai molteplici impianti presenti nella valle del Dāmodar (taluni dei quali ereditati dalla dominazione britannica), altri complessi siderurgici sono stati costruiti in varie regioni del Paese secondo i programmi governativi miranti a vitalizzare il Sud e più in generale a realizzare una vasta distribuzione geografica delle industrie. Vi sono buone produzioni di acciaio, ghisa e ferroleghe. Il settore metallurgico, meno sviluppato, produce alluminio, piombo, rame, zinco e altri metalli destinati, come gran parte dei prodotti siderurgici, all'industria nazionale. Questa comprende, oltre al settore ferroviario di origine coloniale, fabbriche di macchine agricole, autoveicoli, biciclette, motori e materiali elettrici, materiali e apparecchi radio-elettronici; sensibili progressi registrano i settori cantieristico e del montaggio di aeroplani su licenza straniera. Le industrie ad alta tecnologia, soprattutto informatica, hanno i loro centri nelle aree di Hyderabad e Bangalore; la regione compresa tra le due città è stata denominata “Silicon Valley indiana” per le presenza di parchi scientifici e stabilimenti installati da imprese straniere (IBM, HP, Texas Instruments, Oracle, Microsoft ecc.). Molte grandi aziende hanno trasferito, in questa area, i loro centri di elaborazione dati (SwissAir, British Airways, General Motors, Deutsche Bank); in tal modo l'India è diventato un forte esportatore di servizi alle imprese. In particolare, è cresciuta la produzione di software, esportati verso gli Stati Uniti e l'Unione Europea. L'industria leggera si avvale su larga scala della miriade di aziende a conduzione familiare o artigianale. Una notevole espansione registra l'industria chimica, che annovera importanti complessi in prossimità delle aree carbonifere (per esempio nella regione compresa tra il bacino carbonifero del Dāmodar e il centro industriale di Calcutta) o là dove esiste una consistente disponibilità di energia elettrica (per esempio nel Karnataka meridionale, con centro in Bangalore). Le principali produzioni riguardano l'acido solforico, il nitrico e il cloridrico, i fertilizzanti azotati, la soda caustica, le materie plastiche e le resine sintetiche, i prodotti farmaceutici ecc. Si sta affermando anche il settore delle biotecnologie. L'industria petrolchimica dispone di numerose raffinerie, sorte sia nelle aree di estrazione del grezzo (come a Digboi, nell'Assam), sia nei grandi centri costieri (Cochin, Chennai, Vishakhapatnam ecc.) che hanno una capacità di raffinazione nettamente superiore alla produzione di grezzo nazionale, sicché lavorano anche petrolio d'importazione. Sviluppati sono anche l'industria della gomma, rivolta per lo più alla produzione di pneumatici, quella cementiera e quella cartaria. Il settore manifatturiero più sviluppato e anche più antico è però quello tessile, soprattutto l'industria cotoniera che trae vantaggio dall'utilizzare la materia prima nazionale; si producono filati e tessuti largamente esportati in tutto il mondo grazie ai costi nettamente concorrenziali. Prospero è del pari lo iutificio, dislocato nel Bengala Occidentale, mentre più modesto è il lanificio, che ha il suo massimo centro a Kanpur. Mantiene la sua importanza il setificio, che vanta prestigiose tradizioni (sari, scialli, tessuti ricamati come quelli celebri del Kashmir). In notevole crescita è, infine, il settore delle fibre artificiali e sintetiche. Diffuse ovunque sono le industrie alimentari, nelle quali però, salvo per alcuni prodotti di piantagione, prevalgono le aziende artigianali ubicate in genere nei luoghi stessi delle diverse colture. Accanto ai numerosi complessi molitori e per la lavorazione del riso si hanno oleifici, stabilimenti per la lavorazione del tè e del caffè, conservifici della frutta e delle verdure, zuccherifici, birrifici ecc. Considerevoli sono anche la manifattura dei tabacchi e l'industria del cuoio. Uno spettacolare livello quantitativo ha infine raggiunto l'industria cinematografica che, concentrata soprattutto a Bombay, produce un numero assai elevato di film all'anno. I comparti manifatturieri, complessivamente protetti e poco produttivi (a eccezione di quelli di interesse militare e delle comunicazioni, concentrati soprattutto nel Gujarat e nel Maharashtra), vi hanno contribuito in minima parte.

Economia: risorse minerarie

L'India è un Paese piuttosto ricco dal punto di vista minerario e probabilmente ancora molto deve essere scoperto; si stanno per esempio rivelando assai ingenti le riserve di carbone (il settore è stato interamente nazionalizzato nel 1973 e sottoposto a un apposito ente governativo). Bacini particolarmente importanti sono quelli nel Bihar e nel Bengala Occidentale, data la vicinanza di ricchi giacimenti di ferro ad alto tenore metallico; questa concomitante presenza ha favorito il sorgere dell'ormai potente industria siderurgica della valle del Dāmodar, la cosiddetta “Ruhr indiana”. Il quadro energetico comprende, oltre al carbone, la lignite e il petrolio, con principali giacimenti nel Gujarat, nel Nagaland e nell'Assam (dove si estrae anche gas naturale) e offshore nel golfo di Cambay; sempre tra i giacimenti marini sembrano assai cospicui quelli al largo della costa del Maharashtra e nel golfo del Bengala. Tra i minerali metalliferi sono ingenti le produzioni di manganese, di bauxite e di cromite, seguite da quelle di manganese, zinco, magnesite, piombo, rame, uranio, oro, argento, diamanti, ecc.; completano il panorama dei maggiori prodotti minerari i fosfati naturali, il gesso e il sale, estratto sia dai depositi di salgemma sia dalle saline costiere e dei laghi interni. Lo sfruttamento delle risorse minerarie è comunque ancora ridotto e il materiale grezzo prevale su quello lavorato nella relativa quota di esportazione. Il potenziale idroelettrico è rilevante, specie nella regione himalayana e nel Deccan, ma è stato solo in parte valorizzato mediante la costruzione di grandi dighe (sul Sutlej, sul Mahanadi, ecc.) che servono anche per l'irrigazione. Oltre il 70% della produzione di energia elettrica è quindi di origine termica, ottenuta in buona misura sfruttando il carbone nazionale e in proporzione crescente il petrolio che non soddisfa ancora il fabbisogno interno. L'India è anche interessata a potenziare il settore elettronucleare, costituito con assistenza straniera anche grazie alla valorizzazione delle risorse locali di uranio. Sono in funzione tre centrali, quella di Tarapur vicino a Bombay, quella di Ranapratap Sagar presso Kota, nel Rajasthan, e quella di Kalpakam; altre sono in costruzione. Molto attivo e all'avanguardia è il Bhabha Atomic Research Centre di Trombay, presso Bombay, importante centro per la ricerca dell'energia nucleare.

Economia: commercio

Il settore dei servizi, in particolare quelli legati al comparto dell'information technology, rappresenta il traino della crescita economica indiana e contribuisce per il 54,1% alla formazione del PIL. Accanto ai servizi più moderni, conservano notevole rilievo attività tradizionali, tra cui le attività commerciali: in un territorio così vasto, e soprattutto con risorse tanto differenti da zona a zona, il commercio interno è, infatti, molto sviluppato e tende a potenziarsi man mano che si diversificano i consumi, malgrado i ritardi nella costituzione di un vero mercato nazionale. La bilancia dello Stato ha visto tra il 2005 e il 2006 prevalere le spese di 1.511.437 ml sulle entrate; sempre nel 2006, il debito contratto con l'estero, ammontava a 136.516 ml $ USA. Stante questi valori deficitari, l'economia del Paese trae notevole sostentamento dagli aiuti erogati dai Paesi stranieri. Principali partnercommerciali (2006) sono nell'import gli USA, la Cina, la Svizzera, gli Emirati Arabi e l'Unione Europea (Germania e Regno Unito); nell'export gli USA, gli Emirati Arabi, la Cina, Singapore, Hong Kong e, nell'Unione Europea, nuovamente il Regno Unito e la Germania; una considerevole quota dell'export si indirizza anche verso Paesi in via di sviluppo quali Malaysia, Indonesia, Thailandia e Corea del Sud. L'India importa prevalentemente petrolio e prodotti petroliferi, macchinari e mezzi di trasporto, materie plastiche, fibre sintetiche e prodotti chimici in genere, cereali e derrate alimentari (nelle annate di cattivi raccolti), mentre esporta soprattutto materiali preziosi, petrolio, prodotti chimici, minerali metalliferi, apparecchiature elettroniche, veicoli, cotone, tè, caffè, zucchero, oli vegetali e altri generi alimentari; l'India ha notevolmente allargato la gamma dei prodotti esportati, tra i quali ormai il ruolo dei manufatti è preponderante (70%), mentre negli anni Cinquanta prevalevano tè e materie prime tessili.

Economia: vie di comunicazione e turismo

Le comunicazioni indiane si basano soprattutto sulle ferrovie, la cui rete fu in gran parte realizzata, sul tracciato delle antiche vie imperiali moghūl, dagli Inglesi nel sec. XIX, quale unico mezzo per collegare le diverse parti del vasto dominio coloniale: dei 63.465 km di complessivo sviluppo dell'attuale rete ferroviaria (la quarta del mondo e la prima dell'Asia) ben 54.000 costituiscono una “eredità” britannica. I principali nodi ferroviari sono: Delhi, dove la rete della pianura gangetica si allaccia con quella della piana dell'Indo e del Rajasthan; Kanpur, dove la rete gangetica si raccorda con quella degli Altopiani Centrali che, sul versante opposto, gravitano su Bombay; Calcutta, nodo di convergenza della rete gangetica e di tutta l'India orientale. È un tracciato dunque al servizio soprattutto dei grandi centri portuali, non a caso sviluppatisi come autentiche metropoli e aree industriali. I maggiori porti sono Calcutta, Bombay, Chennai, Vishakhapatnam, Cochin, Marmagao, Paradip, Mangalore, Tuticorin, Kandla e Haldia. Al fianco di questi principali sbocchi marittimi, sulle coste indiane si allineano moltissimi altri centri portuali al servizio della navigazione di piccolo cabotaggio, tuttora largamente praticata. Analogamente, nei traffici interni conserva la sua importanza la navigazione fluviale, che può contare su una rete navigabile di oltre 16.180 km costituita sia dai fiumi maggiori, come il Gange e il Brahmaputra con i relativi affluenti, sia da numerosi canali. A lungo trascurata, la flotta mercantile indiana comincia ad avere un certo peso internazionale: con quasi 8 milioni di t di stazza lorda è ormai la quarta dell'Asia. Notevoli impulsi ha avuto anche la rete stradale, che può contare su oltre 2 milioni di km di strade, per metà sono pavimentati in macadam o asfalto; spesso si tratta di strade strette e non molto efficienti, ma che nel complesso appaiono abbastanza adeguate al traffico che devono sopportare, non molto intenso tranne che nelle aree urbane. È tuttavia in costruzione una rete autostradale di 56.000 km (detta “Quadrilatero d'oro”) destinata a collegare Delhi, Calcutta, Mandras e Bombay. Tutti i centri principali sono ormai serviti da buoni servizi aerei, che hanno assunto un ruolo sempre più rilevante; la compagnia Indian Airlines assicura i voli interni e quelli con i Paesi vicini (Nepal, Bangladesh ecc.), mentre la Air India effettua servizi diretti con una quarantina di Stati in ogni parte del mondo. I maggiori aeroporti, tutti internazionali, sono quelli di Bombay (Santa Cruz), Calcutta (Dum Dum), Delhi (Palam) e Chennai (Meenambakkam) e Trivandrum. Per quanto riguarda le telecomunicazioni, si registravano, nel 2005, il 3,8% del totale mondiale di contratti di telefonia mobile e oltre 50 milioni di utenti Internet (4,7% del totale mondiale), quasi un terzo di quelli cinesi o americani. Il settore della telefonia è in forte crescita grazie alla recente apertura ai privati e agli investimenti esteri. § Il turismo, pur ricoprendo un ruolo ancora limitato a causa delle gravi carenze nelle strutture alberghiere e nei servizi registra comunque oltre 2.000.000 di ingressi annui ed è in forte aumento; questa tendenza, oltre a costituire stimolo per lo sviluppo del settore ricettivo e del suo indotto, rappresenta un'importante fonte di valuta pregiata.

Preistoria

L'India fu abitata fin dai più remoti tempi preistorici: lo dimostrano i grossolani reperti litici – per lo più massicci scheggioni di quarzite appena sbozzati – che possono farsi risalire al secondo periodo glaciale himalayano, rinvenuti nelle valli delle regioni settentrionali e che vengono assegnati a una cultura detta pre-soaniana, la quale precedette il complesso culturale soaniano propriamente detto, diffuso specialmente nel Kashmir e di cui vengono distinte varie fasi. Testimonianze dei tempi paleolitici, costituite sia da ciottoli appena ritoccati sia da manufatti bifacciali e dai cosiddetti hachereaux, sono state rinvenute anche in altre numerose località, tra cui occorre ricordare Chauntra nel Punjab, le terrazze dei fiumi Beas e Banganga a nord di Delhi, le valli dei fiumi Gambhin, Shivna, Narmada, nella zona di Chennai. Tra i siti acheuleani di maggiore importanza si possono ricordare quello di Attirampakkam, vicino a Chennai, quello di Singi Talav in Rajasthan, con industria attribuita all'Acheuleano inferiore e datazione compresa all'incirca tra 300.000 e 200.000 anni, quello di Chirki vicino al fiume Pravara, quello di Gangapur vicino Nasik e quello di Lalitpur nel distretto dello Jhansi. A nord di Bombay (Mumbai) e in altre zone sono stati messi in luce i resti di insediamenti di popolazioni di cacciatori e pescatori, con industria microlitica, riferibili alla fine dei tempi pleistocenici. Una serie di ripari, nella collina di Adamgarh, ha restituito una sequenza compresa tra il Pleistocene medio, con industrie acheuleane, e l'Olocene, con industrie microlitiche e geometriche; diversi animali domestici sono attestati nei livelli databili tra il 6000 e il 5000 a. C. Agli inizi dell'Olocene sono datate alcune officine litiche rinvenute a Birbhanpur, nel Bengala. Numerosi sono anche i resti che risalgono al Neolitico, in cui accanto ai prodotti ceramici appaiono le asce levigate e le zappe che indiziano la comparsa di genti dedite all'agricoltura. Contemporaneamente alle più sviluppate manifestazioni culturali della civiltà dell'Indo sono documentate, in varie parti dell'India, facies non urbane caratterizzate dalla tecnologia litica e dalla metallurgia del rame.

Storia: dalle origini alla fine dell’Impero Gupta

La protostoria del continente indiano si apre nel III-II millennio a. C. con la civiltà eneolitica dell'Indo o di Mohenjo-Daro e Harappā, sviluppatasi in fiorenti centri agricoli e commerciali, la cui fine giunse improvvisamente, forse causata dalle invasioni arie. Gli Ari arrivarono in India in ondate successive a partire da ca. il 1500 a. C., sopraffacendo nel loro progressivo stanziarsi verso est e poi verso sud le popolazioni (Dravida, Munda ecc.) già da millenni impiantatesi nel subcontinente. Nonostante gli sforzi di non mescolarsi in alcun modo con le genti vinte e sottomesse (divisione della società in caste rigide), gli Ari finirono per amalgamarsi etnicamente e culturalmente con esse, così da dar vita a una nuova e complessa civiltà, di cui furono espressione massima i Veda, pilastri di tutto il pensiero filosofico e religioso dell'India fino ai giorni nostri. Risale anche a questo periodo di stanziamento e di assestamento degli Ari l'organizzazione sociale avente come elemento base il villaggio, ancora oggi così tipico dell'India. Politicamente il Paese era un mosaico di Stati, più o meno grandi, alcuni retti da una monarchia non assoluta, altri da un'aristocrazia. Alla fine del sec.VI a. C. acquistò potenza tra di essi il Magadha, sotto i re Śaiśunāga Bimbisāra (ca. 545-490) e Ajātaśatru (ca. 490-460). Ancora il Magadha si trovò in primo piano quando, dopo le invasioni di Alessandro Magno (dal 327 al 325 a. C.), che ebbero il merito di aprire le comunicazioni tra l'Occidente e l'India, si costituì il primo grande impero indiano, quello dei Maurya (ca. 320-ca. 295 a. C.), originario appunto del Magadha. I domini Maurya raggiunsero un'estensione quasi panindiana sotto il terzo sovrano, Aśoka (274-232 a. C.), famoso per il suo zelo nel praticare e nel propagandare il buddhismo; egli inviò infatti missioni di carattere religioso in molte parti del mondo allora conosciuto. Delle sue gesta e del suo regno, prospero e sostanzialmente pacifico, saldamente organizzato dal punto di vista burocratico, restano molte testimonianze in iscrizioni rupestri o su pilastri. Dopo Aśoka l'impero andò progressivamente sgretolandosi e l'India si trovò di nuovo divisa in una congerie di Stati e staterelli e subì nuove invasioni: nel Nord-Ovest si formarono regni indopersiani; nel Punjab prosperarono per un certo periodo dinastie di origine greca, provenienti dalla Battriana (a una di esse appartenne il famoso re Menandro, il Milinda dei testi sanscriti); sopraggiunsero quindi gli Śaka, i Parti e infine i Kushāna. Questi ultimi, identificati dagli storici con gli Yüechi, conquistarono un vasto territorio nell'Asia centrale, comprendente anche buona parte dell'India nordoccidentale, organizzandovi un saldo e fiorente impero, i cui sovrani principali furono Kadfise I e II e Kaniṣka I. La storia dei Kushāna resta a tutt'oggi alquanto oscura in parecchi punti, soprattutto per quanto riguarda la cronologia; si sa comunque per certo che il loro impero non godeva più di grande potenza al tempo in cui sorse l'astro dei Gupta (sec. IV d. C.). Messasi in luce anche fuori dell'originario Magadha con Candragupta I, la dinastia Gupta estese e consolidò i propri domini con guerre di conquista e alleanze matrimoniali, fino a includere tutto l'Ovest, il Nord, l'Est e parte del Sud dell'India. Sotto i sovrani Gupta (Candragupta I, Samudragupta, Candragupta II, Kumāragupta I, Skandagupta, Budhagupta) l'India visse la sua epoca d'oro: fiorirono le arti, specialmente la letteratura (con Kālidāsa), l'architettura e la scultura, prosperarono i commerci e le relazioni con gli altri Stati del mondo antico, si compirono progressi in vari campi scientifici, si perfezionarono e misero in atto sistemi burocratici non troppo oppressivi ma di grande efficienza. L'impero crollò poi sotto le invasioni degli Unni, che imposero il tributo in varie zone dell'India settentrionale, di nuovo frazionatasi in numerosi Stati.

Storia: dalle invasioni musulmane alla fine della dinastia moghūl

Nel 606 dal piccolo Stato del Thanesar partì l'ultima iniziativa indiana di unificare il Paese, a opera di Harṣa o Harṣavardhana (606-647 o 648). Ottenuto anche il trono di Kannauj, Harṣa conquistò tutto il territorio compreso tra il Punjab e il Bihar e Bengala, volgendo poi le proprie mire verso il Sud. In questa direzione venne però sconfitto dal re Cālukya Pulakeśim II e dovette quindi arrestare i suoi confini alla Narmada. Oltre che conquistatore, Harṣa fu anche ottimo amministratore, mecenate e letterato. Protettore del buddhismo, accolse con benevolenza il pellegrino cinese Hsüan Tsang, che lasciò una dettagliata descrizione dell'India del sec. VII. Alla morte di Harṣa, l'impero da lui conquistato si sfasciò e nelle varie regioni si instaurarono dinastie locali di non grande importanza, se si esclude quella bengalese dei Pāla. Più tardi (verso la metà del sec. VIII) si formò nel Nord-Ovest del Paese una serie di principati rājpūt, il più importante dei quali fu quello dei Gūrjara-Pratīhāra (sec. VIII-X). Attaccati a varie riprese da Arabi, Pāla e Rāṣṭrakūṭa, i Gūrjara-Pratīhāra finirono per soccombere davanti a questi ultimi. Con la loro scomparsa venne meno uno dei maggiori capisaldi contro le invasioni musulmane. Queste erano cominciate con gli Arabi. Comandati da Muḥammad ibn Qāsim, essi penetrarono nel Sind nel 711, costituendovi i principati di Mūltān e Mansūra. Di vere e proprie invasioni, però, è il caso di parlare solo nel sec. XI con Maḥmū'd di Ghaznā (998-1030), di origine turca. Abilissimo stratega, egli compì con i suoi eserciti un gran numero di scorrerie nell'India settentrionale, estendendo i suoi domini fino a includere anche il Punjab, con Lahore come capitale. Il suo regno, però, non gli sopravvisse e, per quanto riguarda l'India, essa vide nuovamente il costituirsi di un mosaico di Stati: il principato dei Cauhān a Delhi, quello dei Candela nel Bundelkhaṇḍ, dei Paramāra nella parte centrale dell'altopiano indiano, dei Sena nel Bengala ecc. Ma verso la fine del sec. XII nuove forze turche di fede musulmana si affacciarono minacciose in India. I regni indiani del Nord si coalizzarono contro di esse sotto il comando supremo di Prithvīrāj III dei Cauhān. A una prima vittoria indù sul campo di Tarain (1191), seguì però nello stesso luogo un'irreparabile sconfitta (1192) e gli eserciti di Muḥammad di Ghor dilagarono nella pianura gangetica fino nel Bengala, conquistandosi più che un regno vero e proprio una serie di capisaldi militari. Morto Muḥammad di Ghor (1206) e smembratosi il suo vasto impero, la maggior parte del quale si estendeva a nord dell'India, le province indiane, con Delhi capitale, rimasero in mano di un generale schiavo, Quṭb ad-Dīn Aibak (1206-10). Con lui ha inizio la dinastia dei Mamelucchi, durata fino al 1290. A essa seguirono quella dei Khalgi (1290-1320), che intrapresero varie guerre di conquista nel Deccan; quella dei Tughlaq (1320-1413), un principe della quale, Muḥammad ibn Tughlaq (1325-51), trasportò la capitale da Delhi, ormai troppo decentralizzata, a Daulatābād nel Deccan; e poi quella dei Sayyd (1414-51) e quella dei Lodī (1451-1526), il cui maggior rappresentante, Sikandar (1488-1517), diede un nuovo splendore politico e culturale all'ormai decadente sultanato. Caratteristica di tutte queste dinastie fu la costante direttiva centralizzatrice del potere, in sostituzione del primitivo sistema di lasciare una certa autonomia ai principi locali; tutte inoltre, essendo di origine turca o turco-afghana, comunque passate attraverso una formatrice esperienza persiana, diedero un'impronta altamente persianizzata all'organizzazione e all'amministrazione della corte e dello Stato, nella quale peraltro erano accettati, a un certo livello, anche gli indù. Nel terzo decennio del sec. XVI il sultanato di Delhi, allo stremo delle sue forze, non poté resistere all'attacco di un valente condottiero che rivendicava un'incerta origine mongola (a partire dai primi decenni del sec. XIII le popolazioni turco-mongole avevano rappresentato una costante minaccia per le zone più settentrionali dell'India, che subirono varie scorrerie fino al grave saccheggio compiuto da Tamerlano nel 1398). Si trattava di Bâbur (1526-30), sovrano di un piccolo Stato afghano, che, sconfitto l'ultimo dei Lodī a Panipat (1526), conquistò Delhi e Agra e, assunto il titolo di imperatore dell'Hindustan, si spinse fino ai confini del Bengala. La dinastia moghūl da lui iniziata, che tenne il potere in India fino al 1857, conobbe un periodo di incredibile splendore e potenza sotto i primi cinque sovrani – Humāyūn, Akbar, Jahānġīr, Shāh Jahān, Aurangzeb –, che la storia ricorda infatti sotto il nome di Gran Mogol. Artefice massimo della grandezza dei Moghūl fu Akbar, abilissimo politico, guerriero e amministratore. Aiutato dal valente ministro indù Todar Mall, egli diede all'impero un'impronta fortemente centralizzata, abolendo il “feudalesimo” esistente, istituendo nuovi e più diretti sistemi di riscossione delle imposte, introducendo l'uso dei registri catastali, adottando una diversa divisione amministrativa del vastissimo territorio da lui retto. Si accattivò inoltre l'appoggio di elementi prima irrimediabilmente ostili, quali i Rājpūt, e seguì una politica di estrema tolleranza religiosa. Come i suoi predecessori e i suoi diretti successori fu un appassionato d'arte, specialmente dell'architettura, che in effetti giunse a vertici altissimi. La potenza moghūl si mantenne al livello raggiunto sotto Akbar fin verso il sec. XVIII, quando nel Nord e nell'Est vari territori cominciarono a staccarsi dal potere centrale, mentre anche il Deccan e il Sud risentivano delle rivendicazioni autonomistiche dei governatori locali e della potenza dei Marāṭhā in ascesa.

Storia: l’India meridionale

Occorre ora accennare un breve panorama della storia dell'India meridionale, per ragioni di carattere prevalentemente geografico rimasta in margine alle grandi vicende del Nord, se si escludono le conquiste, peraltro di breve durata, effettuate dai fondatori dei pochi imperi panindiani. Nel Deccan e nel meridione del Paese gli Ari non erano riusciti a penetrare in modo altrettanto massiccio che nel Nord, e comunque avevano dovuto impiegare molto più tempo, per cui la loro civiltà non influenzò così radicalmente gli usi e i costumi delle popolazioni locali, in maggioranza di stirpe dravidica. Dal punto di vista politico anche il Sud vide il fiorire di numerosi Stati, nel complesso però meno frazionati di quelli del Nord. Le dinastie più antiche furono quelle dei Pāṇḍya, dei Cera e dei Cola, già note nel sec. III a. C. Nel sec. I a. C. acquistarono grande potenza i Sātavahāna o Andhra, i primi ad accogliere su vasta scala la cultura aria del Nord, specie in campo religioso e letterario. Importante sotto questa dinastia fu anche il commercio estero, esteso verso occidente fino a Roma e verso oriente fino all'Asia sudorientale, dove Indocina e Indonesia risentirono profondamente dell'influsso indiano. Nel sec. V si affermò la dinastia dei Pallava, giunta al suo apogeo nel sec. VII con il re Narasiṃhavarman I (ca. 630-660), che edificò il maestoso complesso dei templi di Mahabalipuram. La sua capitale Kanchipuram era sede di una famosa università. Pure nel sec. VII assunsero importanza i Cālukya, mentre nell'VIII esercitarono l'egemonia nel Sud i Rāṣṭrakūṭa, il cui re più famoso fu Amoghavarṣa I (814-878), ricco e potente, protettore del giainismo. Nel 973 Taila II (973-997), appartenente a un altro ramo dei Cālukya, detronizzò i Rāṣṭrakūṭa e si spinse con i suoi eserciti fino nel Magadha e nel Bengala. Comunque dalla fine del sec. X sino al XII il regno meridionale più importante fu quello dei Cola, grande potenza marinara, l'unica nella storia dell'India, che tenne il dominio di tutta la costa orientale indiana, di Ceylon, delle Laccadive e delle Maldive, giungendo con le sue spedizioni militari fino a Sumatra. Con la fine della seconda dinastia Cālukya e la decadenza dei Cola nel sec. XII, anche nel Sud si svolse una fase di equilibrio tra vari regni regionali: quelli degli Yādava, dei Hoysala ecc. Più tardi, quando cominciarono le invasioni musulmane, il Sud rappresentò ancora, come era avvenuto al tempo della conquista aria dell'India, un grosso impedimento alla penetrazione delle forze ideologiche e politiche dell'Islam in tutto il Paese. Esso divenne anzi il depositario e il custode della tradizione indù: non a caso i musulmani incontrarono la più irriducibile resistenza alla loro avanzata nel regno di Vijayanagar. Fondata nel 1336 dopo una rivolta indù contro i Tughlaq, Vijayanagar, la “Città della vittoria”, diventò capitale di un vasto regno, forte di un numeroso e valente esercito, ricco di grandi realizzazioni pubbliche, fiorente di arti e commerci. Nel 1565, però, una coalizione di Stati musulmani riuscì a prendere e distruggere la città; il regno le sopravvisse ancora per un poco, ma ormai privato di ogni importanza. Altre grosse formazioni statali di questo periodo pre-moghūl furono il regno dei Bahamani e il complesso dei valorosi principati rājpūt (Chitor, Mewar, Marvar, ecc.), ambedue fiorenti nel Deccan e famosi per la loro resistenza all'avanzata della potenza imperiale, risultata peraltro vittoriosa alla fine della lotta.

Storia: dall’epoca coloniale alla prima guerra mondiale

Ritornando alla storia generale dell'India, un fatto nuovo si era prodotto a partire dal sec. XVI: le potenze coloniali europee si erano affacciate nel subcontinente. Primo era giunto il Portogallo nel 1498 con la conclusione nel porto di Cochin del viaggio che aveva visto le navi di Vasco da Gama circumnavigare l'Africa. Successivamente, al Portogallo si erano affiancate l'Olanda, la Francia e l'Inghilterra, che erano venute installando basi mercantili lungo le coste del subcontinente e mantenevano rappresentanti delle loro compagnie commerciali presso la corte moghūl o le altre minori dell'India costiera. Rivalità locali e avvenimenti politici europei portarono alla progressiva ascesa e affermazione della Compagnia inglese delle Indie Orientali: nell'arco di una sessantina d'anni a cominciare dalla battaglia di Plassey (1757), che le assicurò il dominio del Bengala, essa si rese praticamente padrona di tutta l'India, dando l'avvio al profondo e caratteristico processo di occidentalizzazione del Paese. Divenuta un organismo molto politicizzato, la Compagnia dovette trasferire la sua posizione di supremazia in India direttamente al governo di sua maestà britannica, dopo la grande rivolta (Mutiny) del 1857, ultimo sussulto dell'India tradizionalista nel tentativo di ostacolare l'avanzata della civiltà occidentale. La classe borghese, formatasi e cresciuta proprio per l'approfondirsi del processo di occidentalizzazione, cominciò a rivendicare con sempre maggiore insistenza la concessione di posti di importanza primaria nell'amministrazione pubblica, posti che si riteneva in grado di ricoprire, avendola il dominatore europeo sufficientemente preparata a ciò. Nel 1885, come sfogo a queste esigenze e come organismo attraverso il quale il governo potesse sondare gli umori locali, venne fondato il Congresso Nazionale Indiano. Dapprima lealista e moderato nelle sue richieste, il Congresso assunse ben presto un carattere decisamente nazionalistico, soprattutto in seguito all'opera svoltavi in tal senso da L. G. Tilak (1856-1920), zelante predicatore del patriottismo tra la popolazione marāṭhā. Anche in altre parti del Paese, come per esempio nel Bengala, che era stato culla di un profondo risveglio religioso e sociale e che lord Curzon aveva artificiosamente diviso in diverse amministrazioni (1905), cominciò a svilupparsi un certo malcontento verso il governo straniero. Questo concesse via via varie riforme di carattere amministrativo, tese soprattutto ad allargare la partecipazione degli Indiani all'amministrazione pubblica, anche negli organismi più importanti. Nello stesso tempo venivano accolte anche le richieste di un trattamento differenziato per i musulmani, che si decisero a formare una Lega Musulmana (1906), in opposizione al Congresso. Ne fu anima Muḥammad 'Alī Jinnah (1876-1948). Il prestigio di cui avevano sempre goduto gli Europei si andava intanto attenuando, specie in seguito alla vittoria del Giappone sulla Russia (1904-05) e poi alla prima guerra mondiale, vista dagli Indiani come una lotta fratricida degli Europei. La rivoluzione dei Giovani Turchi, quella bolscevica, i “14 punti” del presidente degli USA Thomas Woodrow Wilson furono ulteriori stimoli alla rivendicazione dell'autodeterminazione. Nel 1917 il governo britannico promise di concederla per gradi, ma gli animi erano già molto esasperati. A questo punto entrò in scena il grande apostolo del nazionalismo indiano, Mohandas Karamcand Gandhi (1869-1948). Con le sue campagne di non-cooperazione e di disubbidienza civile e il fascino della sua profonda umanità, egli seppe imprimere un carattere nuovo alla lotta indipendentistica, sebbene nella pratica i suoi metodi venissero a volte criticati e rifiutati come troppo idealistici. Nel 1915 Gandhi ritornò in India, dopo aver preso parte in Sudafrica alla lotta contro l'apartheid, con una polica di non violenza (satyagraha), dando grande popolarità alla causa indipendentista. Nel 1919 un manifestazione di protesta fu repressa violentemente dagli inglesi.

Storia: dalla nascita dell’Unione Indiana al governo di Indira Gandhi

Durante la seconda guerra mondiale l'India combatté lealmente a fianco della Gran Bretagna, ma all'interno l'insofferenza verso il dominio straniero continuava ad aumentare, mentre cominciava a farsi insostenibile anche la situazione tra indù e musulmani. Assunse così sempre maggior consistenza il progetto della formazione di due Stati, uno indù e l'altro musulmano, quando il Paese avesse ottenuto l'indipendenza. Il che infatti avvenne con l'istituzione dell'Unione Indiana e del Pakistan, proclamati Stati indipendenti nell'ambito del Commonwealth il 15 agosto 1947. L'Unione Indiana, costituita dalla maggior parte del territorio dell'India storica, si trovò davanti tutta una serie di problemi gravissimi e urgentissimi: pacificazione delle zone di frontiera con il Pakistan, sconvolte e insanguinate per l'odio religioso e l'esodo nei due sensi di milioni di persone; risoluzione delle difficoltà di carattere economico-produttivo, dovute all'assurda distribuzione tra i due nuovi Stati delle opere di canalizzazione tra Sutlej e Indo; strutturazione della federazione, al primo momento composta di ben 362 Stati, di cui alcuni di estensione e importanza insignificanti, altri (Hyderabad, Kashmir ecc.) di difficile attribuzione all'Unione Indiana o al Pakistan, essendo retti da un principe musulmano, ma con popolazione in maggioranza indù, o viceversa; impellenza di industrializzare il Paese e promuoverne il progresso economico e sociale. A poco a poco, grazie all'abilità degli uomini di punta, Vallabhai Jhaverbhai Patel e soprattutto Jawaharlal Nehru – Gandhi era morto, vittima dell'odio religioso –, tali questioni vennero risolte o comunque persero la loro virulenza. In particolare, la Costituzione – a sistema parlamentare bicamerale (Lok Sabhā e Rājya Sabhā), per la quale sono servite da modello quella inglese, quella statunitense e quella irlandese – entrò in vigore nel 1950; l'Unione infine risultò composta da 17 Stati, più alcuni territori a statuto speciale. In campo internazionale, Nehru e poi i suoi successori, Lal Bahadur Shastri e Indira Gandhi, seguirono sempre la politica del non-allineamento tra le grandi potenze, sebbene negli anni Settanta si fosse manifestata una certa propensione verso il blocco sovietico. Nel 1971, infatti, India e URSS stipularono un trattato ventennale di amicizia e di reciproco aiuto. Con la Cina le relazioni si deteriorarono progressivamente, fino all'invasione da parte cinese delle zone della frontiera indiana di nord-est nel 1962; tuttavia, all'inizio degli anni Ottanta si avvertirono segni di distensione. Con il Pakistan lo stato di lotta durò sino al 1972, dapprima a causa del Kashmir (di cui una parte divenne uno Stato federato dell'India nome di Jammu e Kashmir) che aveva dato luogo alle guerre di frontiera del 1948 e del 1965-66, quindi a causa del Pakistan Orientale, divenuto indipendente alla fine del conflitto (1971) con il nome di Bangladesh. Nel 1975 fu formalmente annesso all'India il Sikkim. Per quanto riguarda la politica interna, il potere fu sempre in mano a un unico partito, quello del Congresso (ribattezzato Nuovo Congresso nel 1969 dopo la scissione degli elementi più conservatori), fino al 1977, anno in cui le varie forze di opposizione – tranne i comunisti – si unirono in un'eterogenea coalizione, il Janata (People's) Party, che vinse le elezioni e governò il Paese per tre anni, prima con Moraji Desai e poi (1979) con Charam Singh. Nel 1980 nuove elezioni riportarono al potere il Partito del Congresso e la sua leader Indira Gandhi. I primi passi del nuovo governo di Indira furono caratterizzati da una relativa tranquillità interna e da un certo riequilibrio della politica estera (che negli anni Settanta aveva assunto tinte troppo filosovietiche) mediante l'instaurazione di rapporti più amichevoli con gli USA. Riacquistata così una maggior equidistanza tra i due blocchi, nel marzo 1983 l'India accolse a Nuova Delhi la VII Conferenza dei Paesi non allineati (assumendone poi la presidenza).

Storia: l’intensificarsi dei conflitti religiosi e politici

Nel 1984 esplose il problema dei Sikh del Punjab e Indira, per evitare un'autentica secessione, diede ordine di snidare i ribelli asserragliati nel Tempio d'Oro di Amritsar. Per vendicarsi dell'oltraggio subito, i Sikh fecero assassinare Indira (31 ottobre 1984) sulla soglia di casa. Le subentrò nelle cariche di primo ministro e leader del Partito del Congresso il figlio Rajiv, il quale, nelle elezioni del dicembre 1984, ottenne una vittoria quasi plebiscitaria. L'opera di modernizzazione della società indiana, da questi perseguita mediante il rinnovamento della pubblica amministrazione e il miglioramento dell'efficienza delle strutture (comprese quelle del Partito del Congresso), in campo economico più specificamente volta a una maggiore liberalizzazione, si scontrò con forti resistenze interne agli organismi toccati. Le difficoltà economiche e la crescente turbolenza delle manifestazioni autonomistiche nonché un rinascente fondamentalismo induista segnarono in breve la parabola discendente di Rajiv. Il Partito del Congresso, presentatosi diviso al proprio interno alle elezioni del 1989, risultò nettamente sconfitto. In seguito alle dimissioni di Gandhi, l'incarico di primo ministro fu assunto da Vishwanath Pratap Singh (del Janata Dal), il quale formò un governo di minoranza, primo nella storia del Paese, appoggiato esternamente dal Fronte delle Sinistre e dal Bharatiya Janata (destra confessionale induista). Confermato dalle elezioni di febbraio 1990 svoltesi in alcuni Stati, Singh introdusse più severe misure di austerità e cercò di avviare un processo di pacificazione interna con i movimenti separatistici, che invece intensificarono la loro attività provocando numerosi incidenti. In ottobre il Bharatiya Janata uscì dal governo provocando lo scioglimento della coalizione. Dopo la breve parentesi (novembre 1990-marzo 1991) che vide Chandra Shekar del Janata Dal “S” alla guida di un governo di coalizione con l'appoggio esterno del Partito del Congresso, le tensioni, stimolate anche da tendenze egemoniche induiste, raggiunsero una tale violenza fino a sfociare, all'inizio della nuova campagna elettorale, nell'assassinio di Rajiv Gandhi (21 maggio 1991), motivo di turbamento e ulteriore confusione nel Paese. Il Partito del Congresso si affidò quindi alla guida di Narasimha Rao, che subito dopo fu eletto primo ministro. Rao, formato un governo monocolore di minoranza, avviò una politica economica finalizzata a ridurre lo statalismo potenziando l'iniziativa privata e gli scambi con l'estero, e instaurò più stretti rapporti con l'Occidente. Nel luglio 1992 un altro esponente del Partito del Congresso, Shankar Dayal Sharma, fu eletto alla presidenza della Repubblica. Dalla fine del 1992 l'India diventava teatro di un'interminabile spirale di violenza tra fedeli indù e musulmani. Nel dicembre 1992 veniva distrutta la moschea di Ayodhya, attentato nel quale perdevano la vita più di mille persone. Da quel momento nuove fiammate di sanguinosa violenza, causate da motivi religiosi, si registravano in varie parti del Paese con scontri diretti tra esponenti delle due confessioni, ma anche con attentati che causavano numerose vittime a Bombay e Calcutta (marzo 1993). Al conflitto religioso si sommava anche la ripresa delle tensioni separatiste che portavano ai tragici combattimenti nel Kashmir (aprile-novembre 1993). Un tale quadro di violenza incontrollata si confermava anche negli anni successivi e il governo di Rao riusciva a segnare un punto a suo favore solo nel Punjab (febbraio 1993), debellando sostanzialmente l'organizzazione dei Sikh. Respingendo le accuse di aver abbandonato una linea politica di sostegno alle classi più disagiate, di aver favorito gli investitori stranieri e la ricca borghesia, Rao intraprendeva la via del risanamento economico del Paese. Al declino ormai inarrestabile della leadershipdi Rao faceva riscontro una riacutizzazione della violenza politica che si manifestava con numerosi attentati in varie parti del Paese. Indebolito al suo interno e sempre meno radicato nella società, il partito del premiertentava vanamente un suo rilancio nelle elezioni generali che si svolgevano tra aprile e maggio del 1996. Ma la disaffezione dell'elettorato era confermata oltre le previsioni perché il Congresso I era nettamente battuto non solo dal Bharatya Janata, ma anche dal Terzo Fronte, un'alleanza nella quale si erano ritrovate numerose formazioni di sinistra e centro-sinistra. La destra confessionale induista risultata vincitrice non riusciva, comunque, a formare una maggioranza parlamentare e il presidente Shankar Dayal Sharma nominava primo ministro D. H. Deve Godwa, un esponente del Terzo Fronte e leaderdel partito Karnata, il quale poteva formare un esecutivo appoggiato esternamente dal Congresso I. Quest'ultimo però, nel marzo 1997, toglieva il suo sostegno al premier il quale, venuta meno la fiducia del Parlamento, doveva lasciare l'incarico a Inder Kumar Guiral. Il nuovo primo ministro riapriva il dialogo con il Pakistan, con il quale raggiungeva un accordo per l'apertura di trattative sia commerciali sia economiche, nonché sullo scottante problema dell'assetto politico del Kashmir. Un mese dopo veniva eletto presidente della Repubblica Kocheri Raman Narayanana che, nel febbraio 1998, a causa di un'ulteriore crisi di governo, doveva indire le elezioni anticipate: la vittoria andava al Partito nazionalista indù (Bharatiya Janata Party) il cui leader, Atal Behari Vajpayee, assumeva la carica di primo ministro. Nel maggio 1998, l'India portava a compimento alcuni esperimenti nucleari nel deserto dello Stato del Rajastan; la corsa agli armamenti, scatenata dal governo nazionalista indù, minava seriamente la stabilità regionale e riaccendeva i contrasti con il Pakistan, inducendo questo Paese, poco dopo, a rispondere alla sfida atomica indiana con altri esperimenti nucleari. Nel luglio 1999, dopo mesi di durissimi scontri armati, i due Paesi giungevano a un accordo per la riduzione dell'attività militare nel Kashmir, ma il dirottamento di un Airbus indiano da parte di estremisti islamici (dicembre 1999) e l'esplosione di una bomba nel gennaio 2000 a Srinangar, in territorio controllato dall'India, nonché una serie di scontri e attentati che provocavano decine di morti nel distretto di Ahmadab nel 2002 facevano riaccendere il conflitto. Alle elezioni legislative della fine del 1999, nonostante l'avanzare del Partito del Congresso, si riconfermava la vittoria dei nazionalisti di Vajpayee, mentre nel luglio 2002 veniva eletto il nuovo presidente della Repubblica, lo scienziato musulmano Abdul Kalam, padre della bomba atomica indiana. Le elezioni legislative del 2004 venivano vinte dal Partito del Congresso, guidato da Sonia Gandhi, che conquistava 219 seggi contro i 186 del Bharatiya Janata Party di Vajpayee; malgrado il successo ottenuto Sonia Gandhi rifiutava l'incarico di premier, che veniva conferito a Manmohan Singh, economista. In luglio iniziavano i negoziati con il Pakistan, relativi al conflitto nel Kashmir, e i due Paesi decidevano di riallacciare le normali relazioni diplomatiche. Sul piano interno il governo varava una nuova politica economica, bloccando le privatizzazioni e ampliando la spesa sociale nei settori dell'assistenza e dell'educazione. in dicembre le coste sudorientali venivano sconvolte da un violento maremoto causato da un sisma al largo delle coste di Sumatra causando migliaia di vitteme. Nel 2005 il governo varava il Bharat Nirman, un vasto programma per gli anni 2005-2009 che aveva l'obiettivo di dotare di acqua potabile, luce e telefono i villaggi che ne erano privi, di costruire migliaia di abitazioni a basso costo, di approntare opere per l'irrigazione delle campagne e di collegare attraverso strade più di 38 mila piccole comunità rurali. Nel 2006 il governo siglava un accordo storico con gli USA in base al quale finiva l'embargo sul nucleare, che risaliva al 1974, in quanto gli Stati Uniti si impegnavano a fornire all'India la loro tecnologia per il nucleare civile e l'India accettava di separare i programmi nucleari civili da quelli militari e di consentire le ispezioni dell'IAEA. Sempre nello stesso anno entrava in vigore la legge che vietava il lavoro per i minori di 14 anni. Intanto diminuivano gli scontri armati nel Kashmir, ma aumentavano le tensioni entico-religiose nell'Assam, Bihar e Manipur, mentre nel Chhattisgarh ha ripreso vigore la guerriglia maoista. Nel 2006 miglioravano anche le relazioni con la Repubblica Popolare Cinese e veniva riapreto il passo Nathu La, chiuso dal 1962. In seguito alle elezioni vinte con grande consenso dalla sua coalizione, nel luglio 2007 il Parlamento eleggeva Pratibha Patil alla presidenza della Repubblica. Avvocatessa di 72 anni, è la prima donna ad occupare la più alta carica istituzionale dell'Unione Indiana. L'Alleanza unita progressista, guidata dal Partito del Congresso di Sonia Gandhi vinceva le elezioni legislative del 2009, sconfiggendo l'Alleanza nazionale democratica, guidata dal partito nazionalista Bharatiya. Manmohan Singh veniva riconfermato premier. Intanto si intensificavano episodi di violenza ad opera dei ribelli maoisti, diffusi in diverse zone del Paese. Nel luglio del 2012 veniva eletto dal Parlamento il nuovo presidente della repubblica: il bengalese Pranab Kumar Mukherjee. Nel 2014 si svolgevano le elezioni politiche vinte dal Partito Popolare Indiano, il Bjp (282 seggi su 543). Narendra Modi veniva eletto primo ministro.

Cultura: generalità

In India il fondamento della società e della cultura è la religione, nelle decine di forme in cui vi si è presentata, dal politeismo di stampo naturalistico e animistico delle origini alla religione vedica, e poi all'induismo. Nell'antica India nacquero anche buddhismo e giainismo e arrivò, con le invasioni arabe, l'Islam, oggi molto diffuso. Al sostrato religioso si sono sommate nel tempo le influenze culturali giunte con le conquiste a cui la regione fu sottoposta, dagli ari agli arabi, ai persiani, ai portoghesi agli inglesi. Ancora oggi l'India è un mosaico di religioni, etnie, lingue e, di conseguenza, stili di vita, valori, tradizioni – mosaico alla cui frammentazione e fossilizzazione ha contribuito in maniera determinante anche il sistema delle caste – tanto che risulta arduo pensare a questo Paese come a una nazione, essendo per molti aspetti simile a un vero e proprio continente. È comunque un fatto che le differenze sociali tra i vari gruppi si siano in parte attenuate grazie a una serie di provvedimenti legislativi. L'India ha un gran numero di musei, situati principalmente nei pressi dei principali siti archeologici e culturali. Il più grande è il National Museum di New Delhi, con una collezione di oltre 200.000 opere, relative a un arco di tempo che va dalla preistoria all'arte moderna; il Prince of Wales Museum of Western India di Bombay, che contiene collezioni di arte tibetana, porcellane cinesi, miniature Mughal and Rājpūt. Istituzioni culturali di rilievo sono la Asiatic Society di Bombay, fondata nel 1804, che sostiene studi e ricerche in numerosi settori e ha una ricca biblioteca, con migliaia di opere rare, tra cui oltre 3000 manoscritti antichi in persiano e sanscrito, e la India Foundation for the Arts di Bangalore. Alla valorizzazione di tutto ciò che è tradizione e passato non corrisponde però una chiusura culturale pregiudiziale: se anche le classi più umili e quelle che vivono in zone rurali mantengono tradizioni e costumi antichi (in alcuni casi, va detto, anche con una certa rigidità), il Paese offre notevoli aspetti di modernità, per esempio per quanto riguarda il contributo alla ricerca, al progresso, alla scienza, all'economia (basti pensare che ogni anno sono centinaia di migliaia i nuovi ingegneri, medici, informatici ecc. e che molte delle multinazionali occidentali hanno ai propri vertici manager indiani). In India, inoltre, circolano centinaia di quotidiani, in numerose delle lingue parlate nel Paese, e l'industria cinematografica è una delle più prolifiche del mondo. Analogamente agli sport indiani tradizionali, come il kabbadi, una gioco di squadra, o gli scacchi, nel corso del XX sec. si sono affiancate discipline di origine europea, come il calcio, il cricket e l'hockey, in cui sono stati raggiunti risultati internazionali di prestigio. Così il quadro culturale dell'India, come del resto quello sociale ed economico, è in una fase di evoluzione accelerata, in misura certamente maggiore rispetto a epoche passate. Numerosi sono i siti culturali dichiarati parimonio dell'umanità dall'UNESCO, fra questi il Forte di Agra (1983); grotte di Ajanta (1983); grotte di Ellora (1983); Tāj Mahal (1983); tempio del Sole a Konārak (1984); complesso monumentale di Hampi (1986); complesso monumentale di Khajuraho (1986); grotte di Elephanta (1987); complesso monumentale di Pattadakal (1987); monumenti buddhisti di Sanchi (1989); complesso del tempio di Mahabodhi a Bodh Gaya (2002); rifugi rupestri di Bhimbetka (2003); i fortini sulle colline del Rajasthan (2013) e il complesso archeologico di Rani-ki-vav (2014) a Patan.

Cultura: tradizioni

Data l'estensione del Paese e il numero e la varietà degli abitanti, il folclore indiano assume aspetti assai diversi, difficili da riunire in un unicum. Tentando tuttavia di giungere a una sintesi, gli usi e i costumi si possono raggruppare in collettivi e domestici. Ai primi appartengono le feste, la musica, la danza, l'artigianato ecc.; ai secondi il vestiario, la cucina, le pratiche religiose e igieniche, i matrimoni, i funerali. Le feste, legate alle vicende agricole o a celebrazioni epico-religiose e spesso accompagnate da danze e scambi di doni e auguri, sono numerosissime e tutte molto sentite dalla popolazione. Tra le principali quella di Dussehra (ottobre) incentrata, specialmente nel Nord e nel Maisur, sui fatti del Rāmāyana (Ram Lila), messi in scena con grande sfoggio di truccature e costumi, in particolare per quanto riguarda il clou della rappresentazione, cioè il duello finale tra Rāma e Rāvaṇa. La festa, che dura dieci giorni, raggiunge il massimo della spettacolarità a Delhi e nel Maisur, il cui mahārāja presenzia alla conclusione delle rappresentazioni troneggiante su un ornatissimo elefante. Molto importanti anche la Divali (ottobre), caratteristica per l'illuminazione di ogni edificio con piccole lampade a olio; la Holi (marzo), con cui la gente dà il benvenuto alla bella stagione, gettandosi polvere e acqua colorata durante il passeggio per le strade; il Muharram (aprile) a ricordo del martirio dell'imām Hussain, che prevede imponenti processioni di accompagnamento del taziya (facsimile di carta e bambù della tomba dell'imām) e, nel Sud, di danze, sempre nell'ambito delle processioni, di uomini camuffati da tigri; il Raksha-Bandhan (agosto), celebrazione dell'amor fraterno e della protezione che i fratelli devono alle sorelle. La musica è molto amata e coltivata a livello popolare, accompagnata o meno dal canto, sempre accentuatamente modulato, e come strumenti predilige tamburelli e flauti. Anche la danza, che vanta grandi scuole classiche, ha vivaci tradizioni popolari, tra cui primeggia quella del Manipur o manipuri. Sono comunque tutte caratterizzate, oltre che dalla ricchezza di trucchi e costumi, dall'esaltazione della pantomima: il danzatore è sempre il narratore di una storia e perciò, dovendo ogni suo movimento significare qualcosa di preciso, ogni gesto segue le leggi di un'accurata codificazione. L'artigianato comprende una vastissima gamma di prodotti: stoffe, vasellame d'ottone cesellato, oreficeria, lavori in avorio, intarsi di marmo, ecc., spesso ottenuti con procedimenti antichissimi. Questi oggetti sono spesso venduti in caratteristiche bottegucce ai lati delle strade, specie di armadi con un ripiano sollevato da terra su cui sta accovacciato il proprietario. Per le strade la gente si muove in bicicletta e a piedi, si possono incontrare vacche, capre, corvi, incantatori di serpenti (ai quali è stato tolto il veleno), venditori di braccialetti e di collane di fiori freschi, mendicanti. Questi ultimi – sannyasin, pancangam, sanati, jangam, dasari ecc. – danno molto spesso una giustificazione religiosa alla loro “professione” e perciò hanno diritto a ricevere rispettosa ospitalità nelle case della gente fedele. A parte questa tradizione di ospitalità, che si rivolge a chiunque bussi alla porta, gli Indiani concepiscono la casa come un sacrario che va custodito gelosamente. Molte sono le regole da osservare per scegliere l'ubicazione della propria abitazione, per edificarla, per inaugurarla, per disporne le stanze; e, naturalmente, prima di qualsiasi operazione, è necessario consultare l'astrologo, il cui oroscopo è d'obbligo per tutti gli avvenimenti di una certa importanza. La donna è generalmente votata al pativratam (servizio del marito) e come tale impegnata in tutte le faccende domestiche e nella cucina. Gli Indiani sono per lo più vegetariani, anche se le eccezioni sono numerosissime in tutti i ceti (si mangiano montone, pollo, pesce, ecc., ma mai carne bovina); molte le qualità di dolci, usatissime le spezie, pressoché abolite le bevande alcoliche. Il riso sta alla base dell'alimentazione nel Sud e in parte dell'Est del Paese, mentre altrove si consumano vari tipi di pane sotto forma di focacce. Diffusa è l'usanza di masticare, dopo il pasto o durante tutta la giornata, foglie di betel, contenenti un impasto di calce e spezie varie, che rende rossa come il sangue la saliva. Il cibo viene consumato stando seduti per terra, ogni commensale ha davanti una foglia o un intreccio di foglie che utilizza come un vero e proprio piatto, non impiegando posate ma la punta delle dita della mano destra, con la quale forma palline di cibo che poi si getta in bocca, onde evitare il contatto con la saliva, considerata impura. Anche il bicchiere, per lo stesso motivo, non deve toccare le labbra. L'igiene è molto importante per l'indiano, che in un giorno compie infatti molte abluzioni rituali e prende due bagni. Non può invece radersi e tagliarsi le unghie personalmente e in casa. Di qui l'importanza del barbiere, figura tipica del mondo indiano, che provvede a fornire questi servizi per la strada. L'abbigliamento indiano resta il medesimo da secoli, seppure con leggere varianti: gli uomini si drappeggiano attorno ai fianchi la dhoti, lunga striscia di cotone, oppure indossano l'achkan, giacca piuttosto lunga tagliata a redingote; le donne portano il sari, pezzo di tessuto lungo ca. 6 metri, drappeggiato sopra un corpetto corto e aderentissimo e fermato dalla cintura di un'ampia sottogonna, oppure la salvarkamiz, pantaloni aderenti alla caviglia e tunica svasata al ginocchio, completata dal dupatta, specie di stola con le cocche ricadenti sulla schiena. Tra i copricapi, caratteristico è il turbante, di varia foggia e colore secondo la regione (è molto diffuso nel Rajasthan) o la setta religiosa (è d'obbligo in testa ai Sikh, che non si tagliano mai i capelli). Immancabili i gioielli. Di varia forma e materiale – ovviamente ogni metallo e ogni pietra hanno un particolare significato simbolico e augurale –, essi vengono indossati su tutto il corpo, comprese le narici e le dita dei piedi. Emblemi sociali e religiosi sono invece i segni dipinti sul volto di uomini e donne con argilla, ceneri, pasta di sandalo, ecc. Molte donne indicano la loro condizione di moglie con un circolo disegnato sulla fronte o con un tratto orizzontale: nel primo caso la donna sarà una devota di Lakṣmī, sposa di Viṣṇu, nel secondo di Gauri, sposa di Śiva. I matrimoni, ancor oggi spesso combinati – ma quelli in età infantile vanno per fortuna scomparendo –, comportano un complicatissimo cerimoniale, che si protrae per tre giorni e che ha il suo momento più spettacolare nell'arrivo dello sposo sfarzosamente vestito e a cavallo (su un elefante ornato di disegni, lustrini e strisce di stoffa coloratissima nei matrimoni principeschi). La sposa veste generalmente un sari rosso e oro (il colore bianco, che indica purezza, è invece simbolo di lutto, poiché la morte è appunto una cosa pura). Oggi la terribile usanza della sati, o bruciamento volontario della vedova sul rogo del marito, non è più seguita, ma le vedove restano in generale piuttosto emarginate socialmente. I morti vengono per lo più bruciati e le loro ceneri gettate nell'acqua di un fiume, perché giungano al Gange. I musulmani usano l'inumazione, i parsi appendono i cadaveri alle Torri del Silenzio (famosa quella di Bombay), lasciandoli in pasto agli avvoltoi.

Cultura: letteratura. La letteratura vedica

Le lingue letterarie dell'India sono soltanto dodici, quattro della famiglia dravidica (Deccan, India meridionale, Ceylon settentrionale) e le altre della famiglia indeuropea del gruppo indoario (India centrale e settentrionale, Pakistan). Mentre la letteratura antica in vedico e in sanscrito si cristallizza nella classicità delle rispettive lingue, i pracriti (lingue parlate volgari), letterariamente impiegati nei drammi e nei testi religiosi giainisti e buddhisti, subiscono un lungo processo di evoluzione sfociante nella formazione delle lingue base delle letterature arie moderne: hindī, urdu, bengalese, assamese, oriyā, puñjābī, gujarati, marāṭhī. Analogo sviluppo, attestato a cominciare dai primi secoli dell'era volgare, seguono le lingue della famiglia dravidica: telegu, canarese, tamil, malayalam. La letteratura vedica (secondo millennio-sec. V-IV a. C.) trae il nome dal Veda, “il sapere”, “il sapere sacro” e comprende le Saṁhita (collezioni: Ṛgveda, Yajurveda, Sāmaveda, Atharvaveda), i Brāhmaṇa (sulla scienza sacrificale), gli Āraṇyaka (sulle selve), le Upaniṣad (seduta intorno al maestro, sulla dottrina segreta). A questi si affiancano i Vedānga (sull'interpretazione del rituale solenne e privato) e i Sūtra (regole). Composti forse tra il 500 e il 200 a. C. con scopi evidentemente didattici e di difficile comprensione senza opportuni commentari, comprendono praticamente tutto il sapere del tempo e chiudono la letteratura vedica. L'epica sanscrita consta di due capolavori del genere: Mahābhārata e Rāmāyana. Tema centrale del primo (110 mila strofe in 18 libri, più un diciannovesimo: Harivaṃśia, dedicato alla genealogia di Hari-Viṣṇu) è la rivalità tra Kaurava e Pānḍava, figli di Pānḍu. Ma, accanto ai temi narrativi, trovano sviluppo quelli religiosi, cosmogonici, didattici, di ordine amministrativo statale, così che il Mahābhārata viene a costituire una vera e propria summa determinatasi tra il sec. IV a. C. e il IV d. C. Meno vasto del precedente, ma più unitario, è il Rāmāyana (Il viaggio di Rāma) in 24.000 strofe e sette libri, attribuito a un unico autore, Vālmīki, e incentrato sulle vicende di Rāma, incarnazione del più alto ideale della virilità guerriera indiana. Anch'essa ricca di temi estranei al racconto principale, l'opera, la cui stesura definitiva non è posteriore al sec. II d. C., è forse la più celebre della letteratura indiana ed è stata tradotta, imitata, rifatta in tutte le lingue del subcontinente, ed è ancora oggi la più diffusa e la più letta nella versione in hindī di Tulsīdas (1532-1623). Alla letteratura epica si affiancano i Purāṇa, composti oltre il sec. V d. C., in versi di stile epico (sloka), divisi in tre gruppi: dedicati a Viṣṇu, Śiva e Brahmā per un totale di 18 libri, tutti nel complesso di carattere enciclopedico. Accanto ai grandi Purāṇa esistono poi i Purāṇa minori, o secondari (Upa purāṇa). La rinascita della lingua sanscrita, affiancata dagli schemi codificati da Pāṇini (sec. V o IV a. C.) e da Patañjali (sec. II a. C. o II d. C.), come forma espressiva di letteratura profana, si afferma nello stile letterario kāvya (poema epico in stile ornato) spesso però soffocato dalla ricercatezza formale, che tuttavia fornisce gli schemi alla letteratura epico-artistica. Testimoniata sino dal sec. II d. C., questa ha il suo massimo rappresentante in Kālidāsa (sec. IV-V d. C.), autore, tra l'altro, di due poemi che sono modelli del genere: Kumārasambhava (Nascita del dio della guerra) e Raghuvaṁśa (Genealogia di Raghu). La concezione formale dell'arte ha, per altro, rallentato la nascita di una letteratura storica, che ha avuto manifestazioni deboli e che ha il suo punto di riferimento nel Rājatarangiṇī (Il fiume dei re) di Kalhana, composto nel 1149-50, in 7826 strofe divise in 8 capitoli, sulla storia del Kashmir dalle origini fino al regno di Jayasimha, cioè ai tempi dell'autore. Kalhana fece, in un certo senso, scuola e le opere a carattere storico divennero numerose, ma nessuna eguagliò il Rājatarangiṇī.

Cultura: letteratura. La letteratura sanscrita

La lirica domina invece tra i generi letterari più rappresentativi e più antichi della letteratura sanscrita. I temi sono quelli dell'amore e della contemplazione della natura. La prima opera importante è Sattasaī (Le settecento strofe) attribuita dai Purāṇa al re Hala Sātavahāna o Śālivahāna Āndhra (sec. I-II d. C.), dove trionfa la componente erotica. Ancora una volta il posto di primo piano spetta tuttavia a Kālidāsa con i due poemetti Rtu Saṁhāra (Il ciclo delle stagioni) e Meghaduta (La nuvola messaggera). Da ricordare inoltre il capolavoro della lirica erotica indiana: l'Amaruśataka (Centurie di Amaru) del sec. VI o VII. Accanto a questo genere lirico si effonde anche quello religioso ed erotico-religioso, nel quale ultimo spicca il Gitagovinda di Jayadeva (sec. XII). Il poemetto è composto in 12 canti ed è la celebrazione mistico-erotica degli amori di Rādhā e di Kṛṣṇa. Grande sviluppo ha avuto in India la poesia gnomica e didattica. Celebre fra le prime la raccolta di Cāṇakya, identificato con Kauṭilya, l'autore del più famoso trattato di scienze politiche dell'India antica, il Kauṭilya-Arthaśāstra. Ma le migliori trattazioni gnomiche sono dovute al poeta Bhartṛhari, che costituì per tutti un modello. Nel genere didattico e antologico vanno ricordati il Kuṭṭanīmata (Gli ammaestramenti della mezzana) di Damodaragupta (sec. VIII), trattato sulla pornografia, ma con fini moralistici, e il Sufhāṣitaratnakoṣa (Tesoro delle gemme di bei detti) di Vidyakara, composto intorno al 1100. Il genere antologico ebbe sempre fortuna e continua anche ai giorni nostri. La narrativa è tra i generi non meno validi della letteratura sanscrita, nei diversi aspetti di favola, di dottrina, di racconto popolare e di romanzo, spesso con prosa e versi alternati. Il Pañcatantra è la più importante raccolta di favolistica didattica; composta tra il sec. II e il VI, dovuta al brahmano Viṣṇuśarma e diffusissima anche in Occidente (Mille e una notte), le ha fatto seguito una narrativa popolare che si è liberata dei motivi moraleggianti, al solo scopo di dilettare. L'esempio più alto è la Bṛhatkatha (Il grande racconto) di Gunāḍhya, il cui originale è andato perduto, ma che sopravvive in rifacimenti del sec. VIII o IX. Meno coltivato della favola è il romanzo che raggiunse livelli artistici considerevoli. Ne fa fede la più antica opera e la più celebre fra tutte: Daśākumāracarita scritta da Dandīn nel sec. VII. Se la letteratura indiana è particolarmente ricca nella trattatistica filosofica (Brāhmaṇa, Upaniṣad, Purāṇa, Tantra, Yogasūtra, ecc.), lo è altrettanto di manuali filosofici e di scienza vera che da strumenti si sono elevati a trattati veri e propri. Tra di essi un particolare accenno va fatto alla letteratura del Trivarga, cioè a quel complesso di opere i cui argomenti riguardano i tre fini dell'esistenza umana: “La legge morale e religiosa”, “Le attività della vita pratica” e “La politica”, testimoniata da numerosissime pubblicazioni, tra cui il Mānavoidharmaśāstra (Trattato giuridico di Manu) e il Kauṭilya-Arthaśāstra (Trattato sull'arte del governo) attribuito a Kauṭilya. Accanto al vedico e al sanscrito si svilupparono fortemente anche i pracriti, in parte conquistatisi poi una dignità letteraria, di cui si ha l'esempio più antico nelle iscrizioni di Asóka (sec. III a. C.). A questi gruppi di pracriti appartengono il pāli e il māhārāṣṭrī, usate da buddhisti e giainisti per i loro testi canonici, che a cominciare dai primi secoli d. C. hanno dato vita a un'imponente fioritura letteraria. Basterà qui ricordare la Samarāiccakathā (La novella di Samarāditya), grandioso romanzo edificante di Haribhadra, e la Upanitibhavaprapañcakathā (La novella in cui la molteplicità delle esistenze è presentata mediante confronti) di Siddharsi, composta nel 906.

Cultura: letteratura. La produzione letteraria dal sec. IX al XIX

Tra le più note letterature recenti dell'area indiana, va citata quella in lingua tamil, iniziata secondo la leggenda dal saggio Agastya. Le sue origini storiche risalgono ai primi secoli dell'era cristiana. Alla fase più remota di tale letteratura appartengono migliaia di strofe elogiative di diversi sovrani, raccolte in otto antologie (Ettuttohai). Particolarmente significativi i romanzi epici, che hanno nel giaina Tirutakkatēvar l'autore più noto. Dopo un periodo di influsso sanscrito (sec. X), si affermò il medio tamil (sec. XIV-XIX) che accolse anche autori stranieri (basti ricordare gli italiani Roberto de Nobili, 1577-1656, e Costanzo Giuseppe Beschi, 1680-1746), mentre l'influsso occidentale è andato aumentando recentemente, specie per il teatro e la narrativa. L'opera più antica della letteratura canarese che sia stata conservata è La via del poeta di Śrīvijaya, poeta di corte di Nrpatunga (sec. IX). A essa si aggiungono quasi subito le opere dei tre maggiori poeti canaresi (le “tre gemme”) Pampa, Ponna e Ranna. Questa letteratura si sviluppa intorno a temi religiosi, agiografici, didattici, moraleggianti e solo ultimamente si è andata evolvendo verso temi sociali. Tra le lingue dravidiche, certamente la più diffusa è quella telugu, parlata nell'India centrorientale, che ha il suo poeta più antico in Nannaya Bhaṭṭa (sec. XI), e che per molti secoli subì l'influsso della cultura sanscrita. Soltanto nel sec. XVI si ha con il poeta Vemana una schietta originalità che volge però ben presto al virtuosismo di cui la letteratura telugu si libererà poi soltanto nel sec. XIX, per merito soprattutto del poeta e drammaturgo Rao Bahadur Kandukūri Vireśalingam Pantulu (1858-1919). E d'altra parte l'influsso della letteratura sanscrita fu palese anche sulla letteratura malayāḷam di cui la prima manifestazione sicura è data dalle Avventure di Rāma, databili al 1300 e attribuite a un mahārāja del Kerala. Assai ricca è dal canto suo la letteratura hindī, che comprende tutte le composizioni scritte nei tanti dialetti di questa lingua e che cominciò a differenziarsi dai pracriti medio-indiani attorno al sec. VIII. La letteratura hindī si affermò attorno al 1100 con la “poesia bardica”. Famoso tra tutti il poema di Cand Bardāī Le imprese di Pṛthvīrāj, 100.000 stanze in 69 libri, sugli amori del re Pṛthvīrāj per la principessa Samyogitā. Al poeta Vidyāpati (ca. 1350-ca. 1450) si deve l'inizio del periodo bhakti o della “poesia devozionale” (nelle due correnti nirguṇa e saguṇa) che si sviluppò tra il sec. XV e il XVI, non solo in area hindī ma in tutta l'India, e sono i poeti bhakta a raccogliere l'eredità di un santo di nome Rāmānanda cui è collegata la figura di uno dei più grandi mistici dell'India e del mondo, Kabīr (prima metà del sec. XV-ca. 1518). La letteratura hindī, che dopo la grossa fioritura delle diverse scuole nirguṇa, saguṇa e Krsnabhākti, si orientò nel “periodo riti” verso la poesia del manierismo (1650-80) ed ebbe il suo ultimo poeta originale in Padmakar (1753-1833), decadde, ma con l'influsso occidentale portato dalla dominazione inglese fiorirono nuovi generi: romanzo, saggio, racconto. Nel Novecento la figura più importante della letteratura hindī, benché abbia scritto il suo primo racconto in bengalī, è Shivani, il cui vero nome fu Gaura Pant (1923-2003), scrittrice molto popolare nelle cui opere centrale fu la figura femminile. Forma islamizzata dell'hindī occidentale è la lingua urdu, che ha dato vita a una letteratura autonoma la cui prima personalità di rilievo è Shamsuddin Waliallah (1667-1707), più noto come Valī. La decadenza letteraria conseguita alle vicende politiche della metà del sec. XIX si è andata poi attenuando per trovare nuovi fermenti prima con Sayyid Aḥmad (1817-1899), poi con Muḥammad Iqbāl (1873 o 1877-1938), padri della letteratura moderna urdu. Abbastanza tarda è anche l'affermazione della letteratura bengalese, che ha le sue prime manifestazioni nei sec. IX-X, ma la cui espressione classica va dal sec. XIV in poi e ha il suo primo grande poeta con Caṇdīdās (ca. 1350-ca. 1430) considerato il più grande lirico bengalese. Fino al sec. XIX la letteratura bengalese è dominata da motivi religiosi, erede degli insegnamenti del riformatore Caitanya (1486-1533) che diffuse nel Bengala un culto di tipo bhakti. La dominazione inglese segnò l'apertura a nuove idee e costituì motivo di ripensamenti dando l'avvio a una moderna letteratura. Con Bankim Chandra Chatterji (1838-1881) nasce il “padre del romanzo bengalese” che diffuse romanzi alla Walter Scott e idee nazionalistiche, rifacendosi in parte al movimento innovatore iniziato da Rammohan Roy (1774-1833), che trovò invece piena eco in Dovendra Nāth Thakur (1818-1905), il cui figlio Rabindranāth Thakur, in Occidente noto come Tagore (1861-1941), si rivelò uno dei più grandi poeti dell'India e del mondo e il mediatore più alto tra le due civiltà; per le sue opere nel 1913 gli fu assegnato il Nobel per la letteratura. Di un'altra letteratura, forse più remota, ci giungono documenti tardivi. Si tratta di quella in lingua marāṭhī, le cui prime composizioni poetiche dovute a Mukundarāja sono della fine del sec. XII. Il primo grande poeta marāṭhī è Jñāneśvan o Jñāndev autore del Commento di Jñāneśvan (1290). Altrettanto noto è Namdev (1270-1350) cui si devono eccellenti canti religiosi, iniziatore di una corrente di poeti religiosi, tra cui si affermò il più grande poeta marāṭhī: Tukārām (1607-1649). A cominciare dal sec. XVII fiorì una letteratura di soggetto storico, che portò nell'epoca moderna al romanzo e al dramma sociale. Ancora più tarde le testimonianze della letteratura assamese che inizia nel sec. XV e che ha il più grosso impulso con i riformatori religiosi visnuiti, primo fra tutti Šaṅkaradeva (1449-1568). Numerose le opere di traduzione e adattamento di opere sanscrite. Una vera e propria letteratura autonoma si muove agli inizi del sec. XIX dopo le occupazioni birmana e inglese. Verso la metà del sec. XV inizia anche la letteratura oriyā che diventa originale con Upendra Bhañja (1670-1720), autore di 42 opere abbraccianti tutti i generi. Eguale evoluzione sembra aver avuto la letteratura puñjābī che ha il suo più antico monumento nel Libro Sacro dei Sikh (1604) e che nello stesso sec. XVII ebbe il suo momento aureo con autori musulmani. Si ricorda per tutti ʽAbdullāh (1616-1666). Tuttavia la letteratura puñjābī ha avuto il suo massimo autore ai nostri tempi con Pūran Singh (1882-1932), detto il Tagore del Punjab. Più antica è la letteratura del Gujarat, che si suole dividere in tre periodi: antico fino al 1450, con opere di monaci giaina e di parsi; classico, fino al sec. XIX, soprattutto valido per la poesia devozionale; e moderno, in cui si affermano i generi occidentali e vedono la luce gli scritti di Gandhi.

Cultura: letteratura. La letteratura in lingua inglese

Dall'epoca dell'indipendenza, l'inglese non appare più tra le lingue ufficiali dell'India, ciononostante esso riveste un'importanza fondamentale come mezzo espressivo letterario; la critica ha addirittura coniato un'espressione ad hoc per designare la letteratura scritta in inglese da autori indiani: si tratta del termine Indo-anglian, che ricalca e rovescia quello di Anglo-indian, con cui gli inglesi residenti in India durante la dominazione inglese indicavano se stessi. L'importanza relativa della letteratura in lingua inglese nel panorama letterario del Paese è tale, soprattutto per quanto riguarda la narrativa e il genere del romanzo, da giustificare l'affermazione paradossale (R. Cronin) che il romanzo indiano in lingua inglese sia “l'unico tipo di romanzo indiano esistente”. La motivazione essenziale che spinge autori indiani a scegliere l'inglese per le loro opere sembra risiedere nella volontà di sintetizzare in esse la complessa realtà dell'India nella sua globalità, laddove l'uso di una qualsiasi delle diverse lingue del Paese conferirebbe loro un'identità regionale che inevitabilmente prenderebbe il sopravvento su quella di “indiano”. Nessun esempio può essere più chiarificatore di quello rappresentato dai romanzi di Rasipuran Krishnaswamy Narayan (1906-2001) ambientati nell'immaginaria cittadina di Malgudi, sorta di microcosmo che intende racchiudere in sé l'intero subcontinente indiano. In essi è identificabile uno schema narrativo ricorrente in cui sono rappresentati, in maniera simbolica e con l'umorismo tipico di Narayan, tutti gli archetipi socio-culturali della moderna società indiana, sullo sfondo del conflitto tra i valori tradizionali della cultura indù e quelli contemporanei del cosmopolitismo. Da The Man-eater of Malgudi (1961) a Malgudi Days (1982), A Tiger for Malgudi (1983) e Talkative Man (1986) gli anti-eroi di Narayan e la comunità di Malgudi a cui essi appartengono devono confrontarsi con la minaccia dell'espropriazione culturale, ma anche con la necessaria evoluzione della mentalità corrente (tema centrale, questo, di The Painter of Signs, del 1976). L'ennesimo romanzo, The World of Nagaray, è stato dato alle stampe da un Narayan ultraottantenne e afflitto da sordità nel 1990; a testimoniare il vigore creativo di questa eccezionale personalità, gli ha fatto seguito, nel 1993, la raccolta di racconti The Grandmother’s Tale. Narayan, con la sua visione del mondo, si colloca idealmente a metà strada tra le posizioni diametralmente opposte di due scrittori suoi contemporanei, Mulk Raj Anand (1905-2004) e Raja Rao (1909-2006), la cui opera è per sommi capi riconducibile ai canoni, rispettivamente, del realismo sociale di impronta materialista e del romanzo metafisico. Nelle generazioni successive, la critica dell'uso reazionario della religione e della mitologia avviata da Anand è stata sviluppata, nel senso di una “riforma” dell'ortodossia induista, da autori attivi a cominciare dagli anni Sessanta, quali Kamala Markandaya (1924-2004), Manohar Malgonkar e Bhabani Bhattacharya, nonché da altri emersi nella decade successiva, come Arun Joshi (1939-1993) e Chaman Nahal, mentre la tradizione narrativa inaugurata da Narayan ha trovato invece uno sviluppo e un'espansione nei romanzi di Anita Desai (n. 1937). La Desai dà però maggior enfasi all'analisi psicologica dei protagonisti dei suoi romanzi; si tratta, nella maggior parte dei casi, di figure femminili, come nel libro d'esordio Cry, the Peacock (1963) o nel successivo A Village by the Sea (1982), ma anche la realtà maschile è stata oggetto della sensibile esplorazione di questa scrittrice (come in In Custody, 1984), della quale nel 1995 è stato pubblicato Journey to Ithaca. Ancora a uno scrittore di inizio secolo, G. V. Desani (1909-2000), che nel suo All About H. Hatter – uscito in ben nove edizioni rivedute e ampliate – ha fuso descrizione attenta della realtà e uso del simbolismo, sono in qualche modo debitori il Salman Rushdie di Midnight’s Children (1981) e l'Amitav Ghosh di The Circle of Reason (1986), opere nelle quali il fantastico e il farsesco si coniugano con risultati di indubitabile valore. L'attività di Rushdie (n. 1947) è poi proseguita con il controverso The Satanic Verses (1988) e The Moor’s Last Sigh (1995) e Shalimar The Clown (2005), mentre Ghosh (n. 1956) nel 1988 ha pubblicato The Shadow Lines, nel 1996 da The Calcutta Chromosome e, nel 2000, Il palazzo degli specchi, internazionalmente riconosciuto come uno dei migliori spaccati sul colonialismo orientale. L'assegnazione del Booker Prize 1997 alla scrittrice anglo-indiana Arundhati Roy (n. 1961) ha sancito il riconoscimento internazionale degli scrittori indiani di lingua inglese. Esponente della seconda generazione di autori indo-anglian, Roy ha conquistato l'attenzione internazionale grazie al suo stile asciutto e a tratti lirico, alle atmosfere rarefatte, all'esotismo e al fascino dell'India"I." che ha saputo infondere nel suo primo romanzo The God of Small Things (1997); nel secondo The Cost of Living (1999) sceglie invece l'impegno e la denuncia sociale verso il pericolo rappresentato da un'incombente catastrofe ambientale. Negli anni Novanta la produzione degli scrittori indiani di lingua inglese continua secondo due direttive, una di genere e una di contenuto: il romanzo o il racconto breve rimangono i generi letterari per antonomasia, mentre per quel che riguarda i contenuti, nella pur diversificata scelta individuale, si riscontra una tendenza verso l'analisi storico-sociale. Questa tendenza è stata inaugurata da Vikram Chandra (n. 1961) con il romanzo Love and Longing in Bombay (1997), in cui l'autore affronta il tema dell'interazione fra tradizione e modernità, tra Oriente e Occidente, per sottolineare le contraddizioni e gli stati d'animo degli abitanti delle moderne metropol, a cui ha fatto seguito, nel 2006, Giochi sacri. Anche la nuova scoperta della letteratura anglo-indiana, Pankaj Mishra (n. 1969), affronta nel suo primo romanzo The Romantics: a Novel (2000) il difficile rapporto tra Oriente e Occidente visto come l'incontro-scontro tra due culture, due filosofie, due mondi così diversi e distanti. Del 2004 è, invece, La fine della sofferenza, e nel 2006 è uscito La tentazione dell’Occidente. India, Pakistan e dintorni: come essere moderni. Il tema del rapporto tra Oriente e Occidente viene affrontato da una diversa angolazione dallo scrittore naturalizzato canadese Rohinton Mistry (n. 1952) nell'opera Such a Long Journey (1991); lo scrittore offre, con il suo tipico realismo, molto spesso definito di stampo stendhaliano, uno spaccato che propone la complessità delle identità linguistiche ed etniche dell'India moderna. La ricerca delle proprie radici è un tema comune ai giovani autori indiani definiti dalla critica “i figli di Rushdie”; molti di loro affrontano il problema di un'identità nazionale, come nel caso di Vikram Seth (n. 1953) che, in Suitable Boy (1993), presenta la questione da un punto di vista storico-sociale, ambientando il suo lunghissimo romanzo negli anni immediatamente successivi all'indipendenza. Tra i giovani debuttanti degli anni Novanta vanno segnalati Kiran Desai (n. 1971), figlia di Anita Desai, che con il suo romanzo Strange Happenings in the Guava Orchard (1997) fa una delicata riflessione sull'amore, la fede e le relazioni familiari di un piccolo villaggio indiano; A. Vakil (n. 1962) che nel romanzo Beach Boy (1998) tratta una divertente e reale analisi della vita urbana della moderna Bombay; Amit Chaudhuri (n. 1962), autore di A Strange and Sublime Address (1991), Freedom Song (1998), Real Time (2002), St. Cyril Road and Other Poems (2005), con i quali si è aggiudicato numerosi riconoscimenti letterari internazionali; Sunetra Gupta (n. 1965), cresciuta in Africa e introdotta alla letteratura dal padre, autrice, tra gli altri, di Memories of Rain (1992) e A Sin of Colour (1999), sulla vita di una ricca famiglia indiana, che le è valso il Southern Arts Literature Prize; Sujata Bhatt (n. 1956), poetessa con all'attivo numerose raccolte pubblicate, tra cui Monkey Shadows (1991), Augatora (2000) e A Colour for Solitude (2002); Vikas Swarup, il cui romanzo d'esordio Le dodici domande, ha riscosso un ampio successo internazionale ed è stato tradotto in diverse lingue.

Cultura: arte. La civiltà di Mohenjo-Daro e di Harappa

La civiltà urbana dell'India prearia di Mohenjo-Daro e di Harappā non è strettamente limitata alla cronologia delle sue manifestazioni maggiori (2500-1400 a. C.), né rigorosamente circoscritta ai territori dove sono più evidenti le documentazioni archeologiche della valle dell'Indo (dal cui fiume questa civiltà prende nome). Essa sembra affondare le radici in culture in certo qual modo affini, fiorite nell'Afghanistan e nel Pakistan Occidentale (IV-III millennio a. C.). Culture preistoriche dell'India ebbero interessanti manifestazioni a Kot Diji nel Pakistan (la cui organizzazione urbana precede quella più funzionale delle città dell'Indo), a Mundigak nell'Afghanistan (che documenta i remoti legami indo-iranici) e altrove, con irradiazioni sensibilmente orientate verso Occidente e con anticipazioni (Amrī nel Sind, Quetta nel Baluchistan) di qualche millennio rispetto ad Harappā e Mohenjo-Daro. Inoltre la fine di queste due città dell'Indo in un periodo in cui era in atto un processo di decadenza non cancellò i segni e il lascito di questa civiltà, che sopravvisse o si prolungò per secoli in numerose altre località (Chanu-Daro, Lothal, Rangpur), secondo lo studio dei reperti archeologici rinvenuti a un livello superiore rispetto allo strato riferibile alla datazione della civiltà dell'Indo. Tale è il caso della cultura di Jhukar, sovrappostasi a una fase di attardamento della civiltà dell'Indo (Chanu-Daro) e caratterizzata da una ceramica di mediocre fattura e da una produzione di sigilli rotondi (per vari aspetti messa in correlazione con l'Iran e il Caucaso). Ai portatori della cultura Jhukar succedettero gli allevatori Jhangar. Altre tracce della civiltà dell'Indo continuarono a persistere durante il I millennio a. C. nella documentazione dei reperti forniti dalle sepolture a tumulo di Moghūl Gundai nella valle dello Zhob, non mancando anche qui riferimenti e riscontri cronologici con culture iraniche e caucasiche. Riferimenti caucasici appaiono anche nelle manifestazioni della civiltà fiorita nella piana del Gange con centri urbani organizzati e caratterizzata da una produzione ceramica ocra, grigia dipinta (sec. VIII a. C.) e nero-lucida (sec. V-II a. C.), oltre che da un grande sviluppo metallurgico (rame). Importanti città del bacino Jumria-Gange furono Hastināpura (ritrovamento di monili di vetro e statuine di terracotta) e Ahichch-hatra (ca. 500 a. C.).

Cultura: arte. L’India antica prima dei Gupta

Tuttora oscuro, dal punto di vista artistico, è il periodo compreso tra la fine della civiltà dell'Indo e gli inizi della dinastia Maurya (fine sec. IV-inizi II a. C.), sotto la quale nasce l'arte ufficiale e monumentale. In ambito architettonico, le più antiche strutture pre-Maurya sembrano essere rappresentate dalla cinta muraria in pietrame di Rajgir (Rājagṛha, l'antica capitale del Magadha, odierno Bihar) e da quanto rimane delle mura in legno e argilla della successiva capitale, Pāṭaliputra (odierna Patna, Bihar), la quale sotto i Maurya ricevette un'impronta persiana, com'è evidente dalla “sala per le udienze” (pilastrata e sostenuta da 84 colonne monolitiche polite su basi di legno, un tempo ricoperta per mezzo di travi lignee), costruita sul modello di un apadāna. Purtroppo null'altro ci è rimasto dell'architettura, con ogni probabilità quasi interamente lignea, affermatasi nel periodo Maurya, e della quale si può avere idea dai posteriori rilievi dello stūpa di Bharhut (Madhya Pradesh orientale; 100 a. C.): si tratta di edifici a due o tre piani, recintati spesso da una balaustra, con portali ad arco carenato, logge e balconi e copertura a padiglione. All'epoca Maurya risalgono le isolate “colonne di Indra”, simboleggianti la liberazione delle acque da parte di Indra e, allo stesso tempo, il sovrano universale, asse e garante dell'ordine cosmico ed etico-sociale. Altre di queste colonne-pilastri, più tarde, forse simboleggiano il Buddha. Le iscrizioni e i numerosi stūpa tradizionalmente attribuitigli sono testimonianza dell'appoggio dato da Aśoka al buddhismo, che convisse accanto alle altre religioni, come provato dalle grotte fatte costruire per la setta degli Ājīvīka a Barābar (Bihar). È a partire dai sec. II-I a. C., nelle cosiddette epoche Śuṅga (nel Nord) e Sātavāhana (nel Sud), che si assiste alla piena formulazione dell'arte buddhistica, anche se lo stūpa n. 2 di Sanchi presenta una decorazione con temi non necessariamente buddhistici. È sullo stūpa di Bhārhut (100 a. C.), di cui rimangono parte della balaustra e dei portali, che, per la prima volta nell'arte indiana, sono raffigurati gli episodi della vita del Buddha storico e delle sue precedenti incarnazioni (Jātaka); i rilievi di Bhārhut, fondamentali per la ricostruzione della vita quotidiana dell'India antica, dal punto di vista stilistico mostrano i caratteri essenziali della scultura indiana che perdureranno fino all'epoca Gupta e che vedono le figure schiacciate fra due piani paralleli. Di poco posteriori a Sanchi n. 2 e a Bharhut sono gli stūpa di Amaravati, nella decorazione più antica, e di Pauni (Maharashtra). Il monumento buddhistico più celebre è forse lo stūpa n. 1 di Sanchi, sui cui rilievi le figure acquistano un certo spessore pur rimanendo estranee a ogni forma di naturalismo. Al periodo che va dalla fine del sec. II alla metà del sec. I a. C. risalgono i più antichi caitya e vihāra, del Maharashtra, importanti per la ricostruzione “in negativo” degli edifici in scala naturale: Bhaja (vihāra n. 19), Pitalkhora, Bedsā. Alla più antica epoca Sātavahāna risale la più famosa delle grotte di Nānaghāt, la n. 11, dal significato non direttamente religioso, con le immagini dei primi sovrani della dinastia. Sempre nel Maharashtra, e in ambito buddhistico, è ormai accertato che alla metà del sec. I d. C. risale la parte più antica della grotta di Kārlī, mentre al periodo compreso fra il sec. II a. C. e il sec. I d. C. rimontano le più antiche grotte di Ajanta. Più avanti nel tempo sono da collocarsi quelle di Nāsik (sec. II-III d. C.). Intorno alla seconda metà del sec. I a. C. sorgono le prime immagini antropomorfe del Buddha, sino ad allora rappresentato aniconicamente, nel Gandhāra e a Mathura. A partire dal sec. I-II d. C., accanto a quelle del Buddha, troviamo le prime immagini di Bodhisattva, in concomitanza con l'affermarsi del Mahāyāna. Sono tre le scuole che in questo periodo emergono: sotto la dinastia Kuṣāṇa, quelle del Gandhāra e di Mathura. La terza, fiorita sotto gli Sātavāhana, è nota come Scuola di Amaravati; caratterizzata da varie fasi, ha il suo naturale sbocco nella produzione di Nāgārjunakonda, sotto gli Ikṣvāku, e si protrae fino al sec. IV, oltre i limiti cronologici degli Sātavāhana. In questa scuola, dal punto di vista stilistico, la linearità caratteristica della prima fase viene sostituita da una crescente profondità e plasticità, cui subentra il progressivo appiattimento delle figure, che si allungano sempre più, perdendo ogni naturalezza e trasformando la composizione in un nodo di linee concentriche. Queste caratteristiche si accentuano nell'ultima fase, con l'ulteriore assottigliarsi delle figure, ora dagli arti inferiori estremamente allungati e dall'aspetto quasi “ragniforme”.

Cultura: arte. L’età Gupta e post-Gupta

La scuola di Mathura ha la funzione di guida nella successiva produzione Gupta, dove si fissano i canoni estetici e iconografici dell'arte indiana. È ormai accertato che all'epoca bassa (seconda metà del sec. V) risalgono le sculture più “classiche” di questa scuola. Comunemente considerato produzione Gupta, in realtà da attribuirsi a epoca post-Gupta, è il gruppo più tardo delle grotte di Ajanta, alcune delle quali famose soprattutto per le pitture di altissima qualità e la cui eco si riscontra a Ceylon (Sri Lanka) negli “affreschi” di Sigiriya (sec. V). Dal punto di vista architettonico, il conseguimento più importante dell'arte Gupta è il tempio indù, che in epoca post-Gupta si andrà definendo, grosso modo, in tre stili: nāgara o “settentrionale”, con copertura conico-convessa sormontata da un vaso (kalaśa), vesara, derivato dal caitya, con copertura a botte, drāviḍa, o “meridionale”, con copertura formata da una successione di terrazze dall'andamento piramidale. Il tempio in stile “settentrionale” avrà la sua massima espressione in epoca “medievale”, a Khajurāho (Madhya Pradesh) e nell'Orissa (Bhubaneswar e Puri). La tradizione Gupta sembra continuare a Aihole (Karnataka), sotto i Cālukya (sec. VI-VIII), mentre i templi di Paṭṭaḍakal (Karnataka), della metà del sec. VIII, rappresentano una fase di transizione, che vede convivere stile “settentrionale” e “meridionale”. Un esempio dello stile vesara ci è offerto dal Bhīma (uno dei ratha di Mahabalipuram). Fra i più famosi templi indù in stile drāviḍa sono il “Tempio della spiaggia” di Mahabalipuram, il contemporaneo Kailāsanātha di Kanchipuram (Tamil Nadu) e lo splendido Rājarājeśvara di Tanjore (Tamil Nadu), degli inizi del sec. XI. Volendo tracciare un'evoluzione, se sotto i Cola eccelle il vamāna (sacrario) è sotto i Pāṇḍya che si sviluppano i gopura (portali-torri), che, nella produzione di Madurai, in accordo con il fenomeno del gigantismo, assumono dimensioni immense, maggiori del tempio stesso. L'interesse di Vijayanagar è rivolto al mandapa (ambiente antistante il santuario), ricco di figure finemente scolpite. Sempre nel Sud, sotto gli Hoysala (sec. XI-XIV) vengono costruiti i templi a pianta stellare (Belur, Halebid, Somnāthpur), dove la decorazione scultorea, estremamente raffinata, copre interamente le pareti esterne, non lasciando più alcuno spazio libero. Architettura e scultura rupestre raggiungono i massimi livelli in epoca post-Gupta nella grotta śivaita di Elephanta (Maharashtra; metà sec. VI) e, fra il 700 e l'800, nelle grotte indù, buddhistiche e giaina di Ellora (Maharashtra) – famosa per il gigantesco Kailāsanātha, monolito in stile “meridionale” – che segnano la fine di questo particolare tipo di architettura. Nel Sud, al di fuori di quella templare, la produzione scultorea è rappresentata soprattutto da rilievi rupestri (Mahabalipuram) e da una ricchissima produzione in bronzo che raggiunge i massimi livelli artistici sotto i Cola. Fra i centri più importanti del Nord-Est post-Gupta sono Nālandā, Besnagar e Pāhārpur (sec. VII). Le sculture del complesso di Nālandā (noto per l'università buddhistica) segnano la fase di transizione fra arte Gupta e Pāla, rivelando, allo stesso tempo, la presenza di elementi del Nord-Ovest, particolarmente evidenti nella produzione in stucco. L'arte Pāla-Sena (sec. VII-XIII), fiorita nell'India nordorientale, è destinata ad avere una grande diffusione in Nepal, nel Tibet, e nel Sudest asiatico. Caratterizzata da una produzione scultorea in pietra e in bronzo, buddhistica e indù, si distacca dalla tradizione Gupta della quale è erede e che vede le figure, non più compresse fra due piani, ora rese con un certo manierismo meccanico e privo di vita, quasi virtuosistico, spesso accompagnato da una notevole pesantezza dovuta all'abbondanza dei particolari. Nel Nord, sono infine da menzionare le scuole del Kashmir; nella produzione scultorea dei monumenti più antichi si ricorda quella fittile, che una volta ornava la corte del complesso buddhistico di Harwān (fine sec. V), oggi sommerso da una frana. Le sculture di impronta gandharica di Akhnur e Uṣkur (sec. V-VI), originariamente in crudo, sono testimonianza dei legami esistenti con il Nord-Ovest, come anche le numerose immagini buddhistiche in bronzo, del sec. VIII e IX, spesso confuse con quelle dello Swāt (Pakistan). L'influsso gandharico è evidente anche nell'architettura, che vede i templi (a pianta quadrata o quadrangolare con copertura piramidale) con le porte sormontate da un frontone triangolare che iscrive un arco trilobato. Fra i più famosi templi sono quello del Sole di Martand (sec. VIII), quelli di Śiva Avantiśvara e di Viṣṇu Avantisvāmi di Avantipur (sec. XI) e il Purāṇādhiṣṭhāna di Pāndrethan. Da ricordare infine gli avori, fra cui lo stupendo Buddha del Prince of Wales Museum (Bombay) del sec. V. In stretto rapporto con quella del Kashmir è la cultura Hindu-Śāhi (sec. IX), fiorita in Afghanistan, caratterizzata da una produzione in marmo di soggetto prevalentemente śivaita.

Cultura: arte. L’epoca musulmana e moghūl

L'arte del periodo musulmano (sec. XII-XV) e di quello successivo Moghūl (sec. XVI-XVIII), caratterizzata dalle costanti tendenze persiane e turche, diede luogo a interessanti incontri con le tradizioni artistiche indù, le quali riuscirono a manifestarsi con nuove possibilità espressive, giungendo spesso ad amalgamarsi in perfetta sintesi con l'estetica islamica (stile indomusulmano). Le manifestazioni più significative dell'arte indomusulmana si hanno non solo a Delhi, che fu capitale del Sultanato dal sec. XII al sec. XV, ma anche nei cosiddetti Stati Provinciali, che, approfittando dell'indebolimento del potere centrale, riuscirono a creare un'indipendenza non solo politica ma anche artistica, finché l'impero moghūl non riassorbì tutto sotto la sua supremazia, imponendo al subcontinente un'unità politica e artistica. Nella regione del Bengala, così lontana geograficamente da Delhi, lo stile architettonico che si venne sviluppando è dovuto all'utilizzazione del mattone, unico materiale reperibile in un terreno alluvionale come quello bengalese, che diede alle costruzioni un aspetto compatto e pesante appropriato alla situazione climatica del Paese. La pietra, importata da lontano, veniva usata con parsimonia sia per scopi strutturali sia per motivi decorativi, affiancata, a volte, da mattonelle smaltate di stile indù. Nelle due capitali bengalesi Gaur e Pandua gli edifici meglio conservati sono le moschee, le quali generalmente sono prive di cortile, fatta eccezione per la Adina Masǧid di Pandua (1374-75), e presentano la sala per la preghiera oblunga, aperta da tante porte e coperta da una serie di cupole, fra cui spicca al centro della facciata il chauchala, un tetto ricurvo a due o quattro spioventi di tradizione indigena. Di questo tipo sono la Chota Sona Masǧid (Piccola Moschea dorata) e la Bara Sona Masǧid (Grande Moschea dorata) entrambe a Gaur. Il piccolo regno di Jaunpur, sotto la dinastia Sharqi (fine sec. XIV-sec. XV) divenne uno dei centri più raffinati di cultura e di arte dell'India. Qui lo stile architettonico, esemplato nelle moschee rimasteci, Àtala Masǧid, Ǧami Masǧid, risente dell'influenza del Sultanato di Delhi. Questo è evidente sia nella pianta delle moschee che seguono modelli tradizionali sia nell'inclinazione delle mura delle torri che incorniciano l'ingresso alla sala della preghiera, enfatizzato quest'ultimo dalla presenza di un grande īwān di stile persiano. La regione del Gujarat (nei sec. XIV-metà sec. XVI) mantenne intatta la tradizione indiana, sia per la raffinata tecnica di lavorazione della pietra sia per i modelli architettonici seguiti, di stile giaina e indù. Nel Malwa, punto di incontro tra le regioni del Nord, il Gujarat e il Deccan, lo stile architettonico risentì di questa pluralità di influssi. Nella capitale Mandu, il paesaggio naturale ricco di acqua e di vegetazione si integra perfettamente con le architetture religiose e civili creando piacevoli effetti scenografici. Realizzati in una bella arenaria locale, gli edifici sono spesso abbelliti da mattonelle smaltate, da ornati di marmo, da pietre di vari colori. Oltre alla Grande Moschea di Mandu ricordiamo il Jahāz Mahal (Palazzo Nave) formato da una serie di padiglioni che spiccano su una terrazza di una costruzione stretta e lunga, e l'Ashraph Mahal (Palazzo delle Monete d'oro). Negli Stati meridionali del Deccan (metà del sec. XIV-fine sec. XVIII), nel lungo periodo di autonomia si sviluppò uno stile che risente da una parte dell'influenza di Delhi, dall'altra della Persia timuride, dovuta alla presenza della classe politica che era di origine persiana. A parte l'insolita Ǧami Masǧid di Gulbarga, priva di corte e di minareto, a Bidar la madrasa di Maḥmūd Gawan, sia per l'impianto architettonico (i quattro īwān e i minareti cilindrici a più piani) sia per il rivestimento a mattonelle smaltate, è un perfetto esempio di architettura timuride. A Bijapur gli influssi più evidenti sono di origine ottomana e si evidenziano nella forma bulbosa delle cupole, nelle torrette cupolate, nella profusione di ornati. Di questo tipo sono il Mithar Mahal, l'Ibrahim Rauza, il Gol Gumbaz. Il Kashmir diede vita a un tipo di architettura del tutto originale che rimase vincolato a metodi costruttivi indù e buddhistici, all'uso del bel legno locale (il cedro deodar) alternato a corsi di mattoni, e all'influenza dell'edilizia persiano-centroasiatica espressa soprattutto nella planimetria a quattro īwān. Interessante a partire dal sec. XII fu la rigogliosa fioritura delle scuole di pittura, come quella del Bengala (sec. XII-XIX), così importante per le conseguenze nell'arte nepalese e tibetana, e quella Rājpūt (sec. XIV-XIX), nella suddivisione dei due filoni pahāri e rājasthānī, le cui radici affondavano nell'antica tradizione giainica della scuola del Gujarat, sviluppatasi sotto la protezione dei Cālukya nel sec. XII e durata fino al sec. XVII.

Cultura: arte. L’influenza europea

Alla secolare dominazione dell'arte musulmana seguì in India l'influenza dell'arte europea, che si era già insinuata nei sec. XVI-XVII attraverso la presenza di opere occidentali alla corte moghūl. Tale influenza divenne più pressante attraverso il contatto diretto con gli europei, che diffusero nell'India forme dell'architettura barocca portoghese e di quella neogotica inglese, nonché il gusto decorativo degli stili francesi. A loro volta gli europei furono interessati e suggestionati dall'arte indigena, la cui produzione tuttavia era scaduta a carattere artigianale. Verso la fine dell'Ottocento, attraverso iniziative varie, l'India prese coscienza del pericoloso impoverimento della cultura nazionale e iniziò l'opera di tutela e di rivalutazione delle proprie tradizioni.

Cultura: arte. L’epoca contemporanea

Nel sec. XX, negli anni Trenta-Quaranta l'arte indiana ha assistito a un movimento di ritorno alle origini onde individuare una fertile fonte di ispirazione nel proprio patrimonio culturale (si ricordino le creazioni di Amrita Sher Gil, di Jamini Roy, di Sailoz Mukherji); tuttavia in seguito la preoccupazione maggiore è stata quella di integrare creativamente le influenze provenienti dall'Occidente mediante un processo di assimilazione che, mantenendosi aperto agli stimoli esterni, non facesse torto alla mentalità indiana. Nacquero così vari movimenti, come il Delhi Silpi Cakra (Circolo artistico di Delhi), che si proponeva di opporsi all'impreparazione critica di altre società ed ebbe fra i suoi massimi rappresentanti K. S. Kulkarni; o come la Scuola di Bombay, dalla quale si staccò il Gruppo dei Progressisti, le cui figure principali furono Rancis Newton Souza e M. F. Husain. Se i primi artisti, ispirandosi vagamente a pittori occidentali, quali Gauguin e Modigliani (Amrita Sher Gil), incentravano le loro ricerche sul patrimonio culturale indigeno, in particolare bengalese (Jamini Roy), gli altri si proponevano di creare un linguaggio figurativo prettamente indiano, pur non rinnegando le dominanti correnti internazionali. Una tendenza che negli anni Settanta ha attratto l'attenzione internazionale e che, nell'ambito del panorama nazionale, si è posta quale punto di riferimento per i valori autenticamente indiani di cui si fa veicolo, è quella che trae ispirazione dalle radici mistico-simboliche del ricco patrimonio religioso del Paese. Forti di un'identità nazionale e del legame con la propria tradizione, corroborata da una solida impalcatura filosofica, gli artisti hanno prodotto un neoastrattismo che per significatività, qualità formale e sensualità del colore è stato di fascino immediato. Negli anni Ottanta, è stata avvertita l'esigenza di rivedere criticamente l'adozione di valori creativi internazionali per verificare se effettivamente soddisfacessero al genio nativo e se fossero di stimolo per l'inventiva autoctona. Contemporaneamente si è sviluppata una corrente figurativista che si è sforzata di fungere da cerniera tra le correnti ideologicamente più avanzate e il retroterra sociale, che rischiava di rimanere emarginata dal processo evolutivo. L'approccio culturale di tale corrente si è esplicato anche con periodiche mostre collettive che hanno continuato la tradizione iniziata negli anni Sessanta e Settanta. Con tali intenti, si è fatto notare l'eterogeneo gruppo “Saar”, costituitosi a New Delhi. Successivamente si è affermata una corrente che ha fuso l'aspetto fantastico del movimento neoastrattista con le forme più convenzionali del figurativismo; ne è nata una pittura dai toni più intimistici che si è posta come sviluppo espressivo di un orientamento surrealistico con forme allusive che, per sensibilità e adattabilità, non sono nuove all'arte indiana. Tra i nomi emersi nell'ultima parte del XX sec. se ne segnalano alcuni: Riyas Komu (n. 1971), videoartista; Nalini Malani (n. 1946), nata in Pakistan ma che ha scelto Bombay quale sede del proprio lavoro e che unisce arte tradizionale e nuovi media; Sanjay Bhattacharya (n. 1958); N. N. Rimzon (n. 1957); Satish Gupta (n. 1947), pittore, scultore e poeta; Bikash Bhattacharjee (n. 1940), paesaggista e ritrattista; Shilpa Gupta (n. 1976), il cui mezzo prediletto è il web; il collettivo Raqs Media, un gruppo di artisti attivi nel settore dei new media, nella fotografia, oltre che nella critica e nella ricerca d'arte tradizionali. Per quanto riguarda l'architettura, sensibile all'esperienza europea, l'India ha raccolto le stimolanti esperienze e realizzazioni dei maggiori architetti occidentali chiamati a operare nel Paese (Le Corbusier, piano di Chandigarh; E. Lutyens e H. Baker, New Delhi). L'influenza della cultura occidentale si è affermata anche con il diffondersi dell'International Style. A partire dagli anni Ottanta si è formata una classe di architetti indiani promotori di un'architettura moderna attenta alle condizioni climatiche e al linguaggio tradizionale; si ricordano innanzitutto Charles Correa (pianificazione di Bombay, Museo Jawahar Kala Kendra a Jaipur), B. Doshi (villaggio per la Gujarat State Fertilizers) e Satish Grover (n. 1940), autore dell'Indian High Commission a Kuala Lumpur.

Culura: teatro

Il teatro indiano, secondo la leggenda, avrebbe origini divine. Allo stesso Brahmā sarebbero infatti dovute le regole di un Veda dell'arte drammatica che tocca recitazione, canto, musica, sentimenti. Per ragioni estetiche ed etiche il teatro viene a essere privato della tragedia e resta essenzialmente lirico, vi manca o quasi l'azione e si ricorre a linguaggi diversi secondo l'importanza dei personaggi: dei, sovrani, asceti, ministri parlano sanscrito; regine, ancelle, personaggi di grado e caste inferiori parlano in pracrito. I personaggi sono fissi e i modelli di rappresentazione sono ventotto: dieci principali (rūpaka) e diciotto secondari (uparūpaka). Eccelle la commedia eroica e diffuse sono la commedia borghese e la farsa. Tra i primi autori drammatici il più noto è Bhāsa (sec. III-IV), autore fra l'altro del Povero Cārudatta, considerato fonte di un altro capolavoro: Il carrettino d’argilla di Śudraka (sec. IV-V), primo esempio di studio dei caratteri. Un'opera di particolare interesse e validità è stata scritta nel sec. VI-VII da Viśākhadeva e si tratta del Rāksasa del sigillo, che mette in scena il re Candragupta e il suo ministro e consigliere Cāṇakya, identificato con Kauṭilya, il più famoso maestro dell'arte di governo dell'India antica. Ma il capolavoro in senso assoluto del teatro indiano è Śakuntalā di Kālidāsa (sec. IV-V), delicata storia d'amore del re Dusyanta per Śakuntalā, figlia adottiva dell'asceta Kanva. Dopo di lui, l'autore più noto è certamente Bhavabhūti (sec. VIII) cui si devono tre drammi ancora oggi rappresentati: Mālati e Mādhava, Le gesta del grande eroe, Le ultime gesta di Rāma. Sono queste le opere maggiori dell'antichità classica, mentre tutte le letterature moderne dell'India trovano le loro massime espressioni drammatiche a contatto con la cultura occidentale. Abbiamo le opere a sfondo sociale del bengalese Dinabandru Mitra (1829-1873), su un filone ormai generalmente seguito, e quelle altamente liriche di Tagore: La vendetta della natura, Raja, Oleandri rossi e Citrā, il suo capolavoro, tenera storia d'amore, ispirata al ciclo mahābhāratiano. L'affermarsi di una coscienza nazionale, fatto nuovo per una nazione da sempre politicamente frazionata, ha favorito il diffondersi di una vasta, se non sempre valida, letteratura patriottica, affiancata o sostituita poi da ideologie marxiste dei giovani antitradizionalisti. Tutto ciò ha portato a sperimentare nuove tecniche che vanno dalla prosa, alla poesia, al teatro, e ha promosso l'ascesa e il declino di un numero incredibile di scuole e correnti letterarie, che pur avendo vita breve e generalmente poco fortunata, contribuiscono a rendere la scena artistica assai vivace con nomi di risonanza mondiale. Nella seconda metà del XX sec. il movimento principale è stato il Theatre of Roots (Teatro delle radici), il cui sforzo si è indirizzato nel cercare una sintesi fra il teatro moderno europeo e quello indiano tradizionale: The Fire and the Rain di Girish Karnad (n. 1938) e Aramba Chekkan di Kavalam Narayana Panikkar (n. 1928) sono due fra le opere più rappresentative di questa corrente. Negli anni più recenti Routes and Escape Routes (1994) di Datta Bhagat si inserisce nella tradizione nota come Dalit Sahitya (letteratura degli oppressi), relativa alla condizione dei fuoricasta. Figura di rilievo è stata Usha Ganguli, con il suo ensemble Rangakarmee, il più attivo nel teatro hindī e promotore di una serie di spettacoli impostati sulla fisicità e sulla danza, come Rudali (1992), Himmat Mai (1998), Shobhayatra (2000), e Kashinama (2003).

Cultura: musica

La musica indiana ha origini antichissime, essendo sempre stata considerata una componente essenziale del rituale mistico-religioso. Testimonianze indirette possono essere individuate nei primi libri vedici; nel Nāṭyaśāstra, vero e proprio manuale di drammaturgia risalente, forse, al sec. II d. C. e attribuito a un mitico Bhārata, sei capitoli dedicati alla musica offrono un primo documento diretto. La fonte principale della teoria musicale indiana resta tuttavia il Saṃgītaratnākara (sec. XIII; Oceano della musica), ricchissimo di implicazioni cosmogoniche e metafisiche, al quale ci si riferisce per intendere quasi tutti i linguaggi musicali indiani, rimasti sostanzialmente immutati anche se diversificati secondo la regione e il ceto sociale di diffusione. In pratica, soltanto verso il sec. XIV iniziò una distinzione significativa fra la tradizione musicale dell'India settentrionale, condizionata dall'Islam e dalla musica persiana, e quella dell'India meridionale, fedele alla tradizione antica. La teoria armonica indiana è assai complessa e denota singolari similitudini con quella dell'antica Grecia. Nella teoria classica indiana, l'ottava risulta suddivisa in 22 śruti, approssimativamente uguali fra loro. Sovrapponendo gli śruti secondo precise norme, si ricavano tre scale fondamentali eptafoniche e da queste, con opportune alterazioni e trasposizioni, 56 modi derivati, a loro volta trasformabili per ottenere scale pentatoniche ed esatoniche. I modi (jāti) di uso comune furono però solo sette; in epoche successive tuttavia fu conferito a ogni modo (detto ora rāga) un significato simbolico particolare, fu stabilita una rigida gerarchia fra le note e il sistema acquisì possibilità di variazioni e combinazioni praticamente infinite. Le esecuzioni non seguono tuttavia schemi formali rigidi e sono di solito liberamente improvvisate su temi noti. Il ritmo si sviluppa secondo modelli molto elaborati, in larga misura improvvisati. Gli strumenti utilizzati sono assai differenziati: idiofoni vari, tamburi (il tablā e il pakhawāj), fiati (il sānai e lo sṛnga), a corda (la vīṇā e numerosi derivati tra cui il kinnarī, il sārod e il sitār). La musica indiana sviluppatasi successivamente, in età contemporanea, ha seguito tre linee principali di sviluppo: le forme tradizionali, la musica cosiddetta classica e la musica leggera. Nel primo ambito grande popolarità ha avuto il bhangra, una sorta di musica folk, accompagnata da danze, originaria del Punjab. Di ascendenza più colta, la corrente musicale chiamata rabindra sangeet, diffusa soprattutto nell'ovest del Bengala, che interpreta le oltre 2000 canzoni scritte da Rabindranāth Tagore. La massima personalità musicale dell'India contemporanea è senza dubbio Zubin Mehta (n. 1936), direttore d'orchestra di fama mondiale (Orchestre filarmoniche di Vienna, Berlino, New York, Israele e altre); di rilievo anche il contributo di Anil Biswas (1914-2003) e Ali Naushad (1919-2006), la cui opera di compositori ha permesso una prolifica commistione di elementi classici, tradizionali e popolari, confluita prevalentemente nella musica per film. A questa si collega infine la maggiore produzione pop indiana, il filmi, genere che si identifica con le colonne sonore dei film musicali.

Cultura: danza

Di origine divina secondo i suoi cultori, la danza indiana è legata agli antichissimi riti e alle cerimonie religiose: l'evoluzione dell'universo viene espressa in India sotto forma di danza eterna eseguita da Śiva (detto Natarāja, cioè maestro e signore dei danzatori e degli attori), “che crea l'orbe carolando”. Allo stesso Brahmā si attribuisce la creazione del Nātyaveda che codifica per la danza e la musica due tipi (Mārgi per gli dei, Desi per i mortali) e due generi (l'aggraziato e femminile Lasya e il forte e virile Taṇḍava). Nella teogonia vedica la danza è quindi parte del pensiero divino e tale appare nell'antico trattato indiano sulla danza e l'arte drammatica, il Nāṭyaśāstra (forse sec. II d. C.), la cui tradizione è ancor oggi viva in alcune aree (Ceylon, Bali) e in cui sono descritte le 108 Karana, le unità-base della danza classica (illustrate dai bassorilievi dei portali del tempio di Śiva a Chidambaram). Tre sono le forme o stili fondamentali della danza indiana e discendono da una radice nṛṭ che esprime il danzare (donde il teatro, l'attore, il danzatore): nāṭya, la danza usata nel dramma, una specie di pantomima; nṛtta, la pura danza in musica; nṛṭya, la danza mimica nella sua forma più eletta. Quest'ultima è espressione di un sentimento (bhāva) attraverso gesti e mimica (ankur) e linguaggio delle mani (mudrā) e, quindi, estrinsecazione estetica (rasa) dello stato d'animo. L'interpretazione di bhāva e rasa è chiamata abhinaya e si realizza con la fusione di quattro differenti modi d'espressione: angikā, riguardante i movimenti del corpo (espressione figurativa); āhārya, concernente scene, costumi, trucco, illuminazione (interpretazione coreografica); vacīka, espressione verbale, e sāttvika o rappresentazione delle otto condizioni psichiche originarie (calma o equilibrio, fissità, orrore, vergogna, dolore, orgoglio, stanchezza, gioia sfrenata). Tra le danze classiche indiane si possono distinguere, operando secondo criteri di provenienza geografica, quattro stili e tipi: il bhārata nāṭyam della costa sudorientale, antica e solenne danza cultuale delle devadāsi (ancelle di dio), forma religiosa e rituale della vita contemplativa nella quale il linguaggio delle mani è rigidamente codificato; il kathakali, proveniente dalla costa sudoccidentale (Malabar), e come il bhārata nāṭyam, danza nazionale, fusione di dramma, pantomima e danza, con impiego della mimica facciale e accentuazione drammatica del linguaggio delle mani, eseguita all'aperto durante una notte e con tema la storia della vita, con intervento di dei e di demoni; il manipuri, che prende nome dallo Stato nordoccidentale del Manipur di cui è originario, danza anch'essa eseguita all'aperto e nottetempo e che racconta l'amore divino di Kṛṣṇa e Rādhā con uno stile caratterizzato dall'estrema delicatezza dei movimenti di tutto il corpo, frutto di una tecnica assai difficile e complessa e il più pittoresco – anche per la ricchezza dei costumi – fra gli stili classici indiani; infine, il kathak, sensuale e dinamica danza di corte dell'India settentrionale. La danza classica indiana, dopo una parentesi di oscuramento (sec. XVIII e XIX) coincisa con la decadenza dello śivaismo, ha ripreso il suo significato e la sua potenza, sostenuta da interpreti divenuti nuovamente numerosi dopo l'operazione di recupero culturale condotta in India nel sec. XX e ampiamente divulgata anche all'estero al punto di influire sulla danza occidentale contemporanea, dal danzatore e coreografo Uday Shankar(1900-1977), ritenuto il “padre” della danza moderna in India, dalla danzatrice Yamini Krishnamurti e, nella scuola di Santiniketan, dal poeta Tagore. Nella danza contemporanea Manjushree Chaki-Sarkar si è rivelata quale autrice di un nuovo linguaggio corporeo, definito Nava Nrityam, mentre figura di spicco è oggi Jayachandran Palazhy.

Cultura: cinema

Sedici anni dopo l'introduzione a Bombay del Cinématographe dei Lumière (1896) il pioniere D. G. Phalke realizzò il primo lungometraggio indiano, Raya Harischandra (1913), ottenendo un successo che favorì la produzione di pellicole storiche e mitologiche e anche di commedie durante l'intero periodo muto per un totale di ca. 1500 film. Padre del sonoro e del colore fu invece Ardeshir M. Irani, rispettivamente con Alam Ara (1931), parlato e cantato in hindī, e con Kisan Kanya (1937). All'avvento del sonoro il primato culturale e artistico passò a Calcutta e al cinema drammatico in lingua bengālī della “New Theatres” di P. C. Barua e D. K. Bose, legato alla tradizione degli antichi vati nazionali e all'insegnamento di Tagore; mentre nasceva al Sud la produzione tamil (a Chennai dal 1934) e telegu, particolarmente versata nei film musicali con gran copia di canzoni. Tale consuetudine, del resto, dominò sempre anche il cinema di Bombay, in prevalenza commerciale e basato su commedie e leggende, tra i cui registi si affermò V. Shantaram, presente negli anni Trenta e Quaranta alla Mostra di Venezia e attivo anche a Puna per la “Prabhat” più incline al film sociale. Quindici produzioni nazionali, 14 lingue-madri, 300-350 film all'anno di alta durata media (428 lungometraggi nel 1972) costituirono lo standard quantitativo del cinema indiano, che a partire dagli anni Cinquanta fu secondo solo a quello giapponese. Ma nel 1952 un festival internazionale a New Delhi rivelò che le altre cinematografie erano andate ben più avanti nella qualità e che dai melodrammi teatrali, operistici e letterari fino a quel tempo imperanti era assente la vita del Paese e del popolo. Soprattutto il neorealismo italiano provocò un effetto di schock. E fu allora, sulla traccia già indicata da K. A. Abbas con I figli della terra (1943-44) sulla carestia nel Bengala, che nacquero film assai apprezzati ai festival europei, come Due ettari di terra (1953) di Bimal Roy, Sciuscià (1954) di P. Arora, Munna (1954) di Abbas, Il signor 420 (1955) e All’erta o Sotto il manto della notte (primo premio a Karlovy Vary, 1957) di Raj R. Kapoor, Due occhi e dodici mani (1957) di Shantaram; mentre sorgeva il cinema pakistano con Quando nascerà il mondo (1959) di A. Kardar e il grande Satyajit Ray portava a termine la trilogia bengalese (Pather Panchali, 1955; Aparajito o L’invitto, premiato con il Leone d'oro alla Mostra di Venezia del 1957, e Il mondo di Apu, 1959), che doveva renderlo celebre, ma solitario in seno a una cinematografia rimasta nella sua enorme maggioranza estranea e impermeabile alla sua lezione. Al realismo sociale di Abbas (La città e il sogno, 1964), all'umanesimo dialettico e “tagoriano” di Ray (La dea, 1960; La metropoli, 1963; Charulata o La donna sola, 1964), continuò a opporsi l'industria dello spettacolo commerciale. Duro apparve quindi il cammino per un nuovo cinema, di cui nel 1968 stese il manifesto Mrinal Sen, il cineasta più anticonformista di quell'ultima leva, il quale polemizzava su aspetti concreti di esistenza individuale e su problemi collettivi reali, lasciando in sottordine il lirismo che invece affascinava ancora troppi registi indiani. Il fulcro di un cinema drammaticamente consapevole rimase, come in passato, a Calcutta, dove la produzione era assai più povera che a Bombay. Il successo alla Mostra di Venezia del 1969 del film di Sen a basso costo Il signor Shome (un film senza attori né colori né canzoni) servì al rilancio in patria di questo cinema “post-Ray”, nel quale esordirono molti giovani e al quale talvolta si convertirono registi e attori prima dediti al prodotto commerciale. Superati nel 1973 i 450 film annui, nel 1976 i 500, nel 1980 i 750 e nel triennio 1982-85 i 2400, il cinema indiano agli inizi degli anni Novanta si è trovato a detenere, per quantità di pellicole prodotte, il primato mondiale. Non ancora minacciato dalla concorrenza televisiva, rimane l'unico nutrimento per le masse povere nella sua confezione di melodramma cantato e danzato, colorato e mitologico, con divi assai popolari e nessun riferimento alla realtà concreta, caratteristiche che hanno contribuito alla nascita della definizione di “Bollywood” per l''industria del cinema popolare/commerciale indiano. Tale è il tipico film hindī, prodotto a Bombay e distribuito in ben 88 Paesi d'Asia e d'Africa: la sua produzione è tuttavia diminuita negli ultimi tempi a favore dei film regionali del Sud e dell'altra capitale del cinema che è Chennai. All'enorme numero di pellicole corrisponde però un numero esiguo di sale: ca. 13.000, di cui un terzo ambulanti, e per di più concentrate nelle città, anche se l'incremento negli anni Ottanta è stato notevole, con oltre 500 sale in più all'anno. La grande novità è rappresentata dallo sviluppo crescente della produzione nelle diverse lingue regionali (oltre all'hindī e al tamil, si producono film in telugu, marāṭhī, bengālī, malayāḷam, kannada, ecc.); Bangalore, capitale del Karnataka, è divenuta con i suoi film in kannada il “paradiso dei cineasti”, merito del regista-attore Girish Karnad. A partire dagli anni Ottanta il cinema indiano ha cominciato a essere oggetto di importanti retrospettive, anche in Italia (a Firenze ha sede un festival annuale dedicato al cinema indiano); i registi più noti continuano però a essere i due maestri bengalesi, Mrinal Sen e Satyajit Ray. Tra gli altri principali registi si ricordano: Ritwik Gathak, iniziatore del cinema moderno indiano, scoperto in Occidente solo negli anni Ottanta dopo la morte (grazie anche a una retrospettiva realizzata alla Mostra internazionale del nuovo cinema a Pesaro nel 1985): regista bengalese, ha avuto una straordinaria importanza anche come insegnante al Film Institute di Puna, scuola in cui si sono formati alcuni tra i migliori registi degli anni Sessanta e Settanta (Mani Kaul, Kumar Shahani, Adoor Gopalakrishnan); Shyam Benegal, autore hindī di melodrammi imperniati sulle relazioni feudali di casta; Mani Kaul, con un capolavoro narrativo come Il pane quotidiano (1969) e numerosi altri film; M. S. Satyu, autore di Venti caldi; Radmas Phutane, che con L’onnisciente ha denunciato le uccisioni rituali di bambini; Adoor Gopalakrishnan, importante regista proveniente dal Kerala, e il suo conterraneo G. Aravindan. Dal Karnataka provengono il citato Girish Karnad, già famoso in patria come commediografo e regista di Kaadu (1973), prima di raggiungere maggior celebrità come attore in film commerciali e in televisione; e Karasavalli (Il rituale e La conquista). Più aperta al mercato occidentale è Mira Nair, che ha visto distribuiti anche in Italia (caso raro) i suoi pregevoli Salaam Bombay (1988), Mississippi Masala (1990) e Monsoon Wedding, vincitore del Leone d'oro a Venezia nel 2001. Fra i film di un certo rilievo segnaliamo: Kasba (1990) e Bhavantarana (1991), di K. Shahani; Ishanou (1990), di A. S. Sharma; Idiot (1991), di M. Kaul; Roja (1992), di M. Ratman e Mayar Memsaab (1992), di K. Mehta. Successivamente le pellicole più importanti sono state Devdas (2002) diretto da Sanjay Leela Bhansali, così come Black (2005) e Saawariya (2007); Kabhi khushi kabhie gham... (2001; Sometimes Happiness, Sometimes Sorrow), una saga familiare di Karan Johar (n. 1972) in cui hanno recitato molte star del cinema indiano. Uno dei più apprezzati registi resta il già citato A. Gopalakrishnan (n. 1941), autore di Naalu Pennungal (2007; Four Women), mentre apprezzato è stato Water (2005), di Deepa Mehta, ultimo film di una trilogia sugli elementi, iniziata con Fire (1996) e Earth (1998). Un cenno va anche a Manda meyer upakhyan (2002; A Tale of a Naughty Girl), di Buddhadev Dasgupta, sulla vita di un villaggio bengali negli anni Sessanta del Novecento. Lo stesso regista ha diretto anche Ami, Yasin Ar Amar Madhubala (2007; The Voyeurs). Molti sono poi i registi nati in India, ma cresciuti, formatisi e divenuti famosi all'estero; fra i molti ricordiamo Shekhar Kapur (n. 1945), regista di Elizabeth: The Golden Age (2007) e M. Night Shyamalan (n. 1970), regista di film di successo quali Il sesto senso (1999), Unbreakable - Il predestinato (2000), Signs (2002), The Village (2004). Tra le ultime pellicole di maggior successo anche nei Paesi occidentali si possono citare 3 Idiots (2009) del regista Rajkumar Hirani, Stelle sulla Terra (2007) di Aamir Khan e La sposa dell’Imperatore (2008), di Ashutosh Gowariker.

Cultura: spettacolo

Caratteristico di tutto il teatro indiano, conservato attraverso i secoli nonostante le enormi differenze etniche, linguistiche e culturali tra i vari popoli della penisola, è il legame inscindibile tra declamazione poetica, musica, canto e danza. All'origine di ogni manifestazione fu il tempio, centro focale non solo della vita religiosa ma di ogni forma di esistenza associativa. In esso, fin da epoche remote, si costituirono gruppi di donne, le devadāsi (ancelle di dio), che, dopo un lungo e severo addestramento iniziato in età infantile, si dedicavano alle danze rituali, del cui significato, simboli e tecnica si tratta nel Nāṭyaśāstra. Il teatro della grande epoca (quello della drammaturgia sanscrita che ebbe origini lontanissime e arrivò sino all'anno 1000 ca. della nostra era) fu il quinto Veda, un'arte sacra nella quale confluirono tutte le arti, un'esperienza estetica ed emotiva fondamentale, una disciplina severa con norme rigorosissime. Non esistevano teatri permanenti (per le rappresentazioni, solitamente concomitanti con le solennità religiose, si adattavano templi o saloni di palazzi) e non esistevano scenografie, tutto essendo affidato ai gesti convenzionali degli attori e alla simbologia dei costumi. Gli attori, organizzati o aggregati a compagnie professionali itineranti, erano pagati male e infima era la loro posizione sociale. Abituale fu sin dall'inizio l'impiego di attrici. La tradizione classica sopravvive in parte nelle numerose forme di spettacolo popolare esistenti in ogni regione: i repertori sono spesso traduzioni e adattamenti dei più noti drammi in sanscrito, ma grande importanza hanno in genere le componenti più esplicitamente spettacolari e assai più diretto è il rapporto con la vita, le usanze e le cerimonie rituali della gente. La recitazione è fortemente stilizzata e costantemente accompagnata da canti e danze; esistono personaggi-maschere come il sūtradhāra, o narratore, e il vidūṣaka, o pagliaccio; si dà largo spazio all'improvvisazione. Parallela alla storia dello spettacolo popolare è quella della danza drammatica, che ha raggiunto in India livelli estetici straordinari; dramma popolare e danza drammatica sono ancora i generi di spettacolo più diffusi e restano fedeli alle antiche tradizioni, alterate soltanto nei teatri commerciali con una preminenza di effetti visivi e sonori. Arduo è stato ed è tuttora lo sviluppo del dramma moderno nell'accezione occidentale del termine e rari i casi in cui esso si è armonicamente fuso con le forme nazionali. Gli Inglesi cominciarono a presentare spettacoli secondo il proprio gusto sin dalla fine del sec. XVIII, ma soltanto nella seconda metà dell'Ottocento si costituì un repertorio indigeno. Esso non ha però avuto grandi sviluppi, essendo sempre stato affidato a gruppi amatoriali e rimasto quindi ai margini della vita culturale e sociale del Paese. Molti di questi gruppi hanno inscenato le opere dei maggiori drammaturghi europei e hanno cercato di adattarle alle tradizioni locali; altri hanno riesumato i capolavori del dramma sanscrito traducendoli nelle lingue odierne; altri ancora hanno recuperato in chiave moderna le lezioni dello spettacolo popolare e della danza drammatica; altri infine hanno condotto esperienze importanti di teatro politico. Si delinea insomma una situazione in movimento, sebbene difficilmente potrà aversi un teatro del tutto significante per l'uomo contemporaneo prima che siano state appianate e superate le gravi contraddizioni che rallentano o paralizzano lo sviluppo del Paese. Un cenno a parte merita il teatro delle ombre (chāyanāṭāka), che taluni vogliono originario proprio dell'India e che qui comunque si sviluppò fin da tempi remoti (il Mahābhārata ne fa cenno più volte) come spettacolo di carattere profano e squisitamente popolare, ma di cui si hanno anche numerosi esempi di valore letterario.

Cultura: religioni. Generalità

La storia religiosa dell'India comprende: la religione vedica, le religioni eterodosse rispetto al nucleo vedico e l'induismo. Per religione vedica s'intende la fase più antica, orientata dai Veda, scritti sacri risalenti almeno al sec. X a. C., e dai loro commentari interpretativi, che sono i Brāhmaṇa (sec. X-VII a. C.) e le Upaniṣad (dal sec. VI a. C.). Le religioni eterodosse sorgono in seguito alla crisi della religione vedica (dopo il sec. VI a. C.); le più importanti sono il buddhismo e il giainismo, entrambe nate nell'India settentrionale. Per induismo s'intende la religione, formalmente ortodossa, che continua la religione vedica dopo la crisi del sec. VI; tuttavia sostanzialmente è una snaturazione e una reinterpretazione del politeismo vedico; e non è neppure una continuazione unitaria, ma una quantità di formazioni religiose identificate, per lo più, con i rispettivi maestri e fondatori e contraddistinte dalla divinità specifica assunta come principio fondamentale.

Cultura: religioni. La religione vedica

La religione vedica è un politeismo che si forma dall'incontro di popoli di cultura indeuropea con culture, già orientate in senso politeistico. Nella fase più antica non aveva templi: ciò denota la mancanza del concetto di un luogo comune di culto, a contrassegno e a edificazione di una determinata unità politico-culturale. Non c'è mai stata in effetti nella tradizione indiana una concezione precisa del culto pubblico. L'unità politica era data dal re di un singolo territorio; i culti connessi con l'esercizio della regalità tenevano il posto di un culto pubblico. Pubblici, semmai, erano i sacerdoti (brahmani) e a essi era affidata l'unità culturale della nazione indiana. Questa si riconosceva come tale (ārya), a prescindere dalle suddivisioni territoriali, in un complesso costituito da tre caste: dei brahmani, che forniva i sacerdoti; dei kshatriya, fornitrice di guerrieri e di re, e la vaiśya, in cui erano compresi tutti i produttori di beni economici. L'appartenenza a una delle tre caste ārya e lo stato di fuori-casta (paria), riservato alle popolazioni indigene, era religiosamente giustificato dalla teoria dell'esistenza (saṃsāra) come reincarnazione, per la quale si nasceva in una condizione piuttosto che in un'altra in ragione del karman, ossia dei meriti o demeriti acquisiti in una vita precedente. Per avere la qualifica di ārya, comunque, non bastava nascere in una casta, ma bisognava “rinascere” mediante un'iniziazione conseguita presso un brahmano, nel corso di alcuni anni attorno all'età pubere. L'iniziazione, che oltre ai riti comprendeva un'adeguata istruzione religiosa, conferiva il titolo di dvija (due volte nato) e rendeva l'indiano adulto, in grado cioè di compiere il rituale domestico (grhya) una volta formatasi una famiglia. Ma la sua integrazione completa nella società si aveva quando diventava uno yajamana (sacrificante), ossia acquisiva il diritto di celebrare i riti srauta, più strettamente legati al culto degli dei, e cioè alla religione nazionale. La cerimonia d'installazione sul proprio terreno di tre “fuochi”, celebrata da quattro brahmani, gli dava questo diritto. Una volta “sacrificante”, egli poteva intervenire di sua iniziativa nel campo d'azione degli dei nazionali, sia pure sempre con la mediazione di un sacerdote “sacrificatore” materiale (adhayaryu). Nell'ideologia indiana l'integrazione sociale consisteva nell'inserimento della vita individuale nello rta, l'ordine cosmico. Il sacrificio agli dei garantiva e promuoveva questo inserimento, in quanto collegava l'azione umana a quella divina, che era appunto espressione di rta. Lo rta stesso può essere inteso come una sublimazione, in chiave cosmica, del comportamento rituale (si noti la parentela linguistica tra vedico rta e latino ritus). Rta è flusso vitale (è la vita stessa, a cui si contrappone, con l'arresto, la morte), ma incanalato nel giusto comportamento e questo a sua volta è un'astrazione dal comportamento storico, che, nell'ideologia indiana, è pura illusione (māyā). In un mondo così concepito, gli dei, che come in ogni politeismo sono “forme del mondo”, vengono rappresentati non tanto per la loro essenza (come si converrebbe a forme di un mondo statico), quanto per la loro azione, quale espressione di rta. Lo sforzo teologico indiano, più che a fissare i tratti individuali degli dei, si è rivolto a rilevarne i possibili interventi e le occasioni in cui essi si realizzano. Queste occasioni da accidentali (o naturali) si fanno necessarie (o culturali) in quanto determinate dallo rta, l'ordine universale, e dal rito sacrificale che è rta esso stesso o lo promuove. Lo rta trascende anche gli dei. Non c'è un dio che fissa lo rta; non c'è un “re degli dei”, alla cui volontà si debba adeguare l'ordine del mondo. Si trova, sì, un dio, Indra, che rappresenta la sovranità, ma non la esercita nel senso di un re dell'universo. E del resto, per altri aspetti, la sovranità è rappresentata anche da un altro dio, Varuna. Ne risulta un pantheon senza gerarchia; la sua organizzazione procede, invece, per raggruppamenti divini che corrispondono, in genere, alle divinità che sono chiamate in causa nelle medesime occasioni. Un raggruppamento fondamentale è quello che divide gli dei in Deva e Asura, in risposta evidentemente a una concezione ambigua della divinità, o dell'ambiguità sostanziale delle occasioni d'intervento divino (crisi e superamento). A volte un raggruppamento divino viene formalmente giustificato da una genealogia comune: è il caso degli Āditya (i figli di Aditi, una specie di Grande Madre primordiale) che comprendono, insieme ad altri, Varuna e Mitra. Una forma minima di raggruppamento è la coppia; d'importanza fondamentale per l'edificazione dello rta è la coppia Mitra-Varuna: Mitra lo promuove e Varuna ne punisce i trasgressori imprigionandoli nei suoi “lacci”. Di grande importanza è nella religione vedica il rito sacrificale che, in riferimento allo rta, sembra addirittura trascendere gli dei che ne sono i destinatari. Il sacrificio stesso è concepito come un dio: è il caso di Agni, fuoco sacrificale e mediatore tra uomini e dei, e di Soma, bevanda sacrificale e divinità a un tempo. La divinizzazione del sacrificio apparentemente è uno sviluppo in senso politeistico, ma in realtà si muove in senso contrario. Dà al sacrificio un valore assoluto che non potrebbe avere finché resta nei limiti di uno strumento di comunicazione tra uomini e dei. È strumento se si distinguono da esso gli dei che se ne giovano; non lo è più quando la sua natura e quella degli dei vengono identificate. Fornire al sacrificio un valore assoluto significa rilevarne l'autonomia rispetto agli dei e agli uomini, e significa snaturare il rapporto tra i destinatari dell'azione rituale, gli dei, e gli esecutori del rito, gli uomini. La differenza tra dei e uomini si riduce alle due rispettive forme d'esistenza; per il resto gli dei dipendono dalla forza che il sacrificio conferisce loro e gli uomini dalla capacità che hanno di sacrificare. È in questi termini che si muove la religione vedica nello sviluppo ulteriore orientato dai Brāhmaṇa.

Cultura: religioni. La nascita delle religioni eterodosse

Se in un politeismo è fondamentale l'individuazione degli dei, nella religione indiana diviene fondamentale l'individuazione della forza che il sacrificio conferisce agli dei, quali che siano. Se in un politeismo è pure fondamentale stabilire la posizione degli uomini rispetto agli dei, per la religione indiana diviene fondamentale stabilire la posizione degli uomini rispetto al rito sacrificale. Per quanto riguarda gli dei, al di là delle singole qualifiche si cercò la sostanza di cui erano fatti e questa fu concepita come brahman, conferito dal rito sacrificale. Per quanto riguarda gli uomini, fu gradualizzato il loro accesso al sacrificio e fu riservata l'azione sacrificale vera e propria a sacerdoti manipolatori del brahman, detti appunto brahmani. Tuttavia ora non basta più né il grado di “sacrificante” né la mediazione del “sacrificatore”. L'uomo deve trovare in sé, mediante l'ascesi, un “calore” (tapas) interiore, capace di conferire efficacia al sacrificio. Si delinea la crisi del politeismo vedico: a che cosa servono gli dei se essi stessi traggono sostanza dal rito? Non servono neppure a definire un universo, dal momento che questo universo si fonda, nella nuova ideologia indiana, non tanto sulla loro esistenza quanto sulla retta (ora: rituale) amministrazione di forze impersonali. Il colpo di grazia al politeismo vedico sarà dato dalla successiva speculazione delle Upaniṣad: l'uomo, capace di produrre tapas, viene posto al centro dell'universo e questo, prima rappresentato dal complesso delle divinità, è ormai risolto nell'“essenza” delle divinità, ossia nel loro brahman. La comune essenza divina aveva già portato la riduzione del pantheon a un unico dio personificante la forza-sostanza brahmanica, Brahmā. Un ultimo passo fu quello d'identificare l'essenza dell'uomo, ātman, con l'essenza dell'universo, Brahmā o il brahman. Quando ciò avvenne, scomparve ogni funzione del culto: l'uomo per mettersi in contatto con l'universo non ha più bisogno di comunicare con gli dei; basta che lo cerchi in sé, nel proprio ātman, mediante la meditazione e l'ascesi, che divengono così l'ideale di vita religiosa; in pratica è la rinuncia (saṃnyāsa) alla vita mondana, già prescritta dai Brāhmaṇa per l'ultima età dell'uomo (dopo che egli ha ormai soddisfatto ai doveri sociali), ma che adesso diventa un modo d'essere assoluto, fondato sulla rinuncia ai fini di una liberazione (mokṣa) dall'esistenza, come fenomeno doloroso, e a esso si ispirano le nuove religioni che rompono definitivamente con la tradizione vedica: il buddhismo e il giainismo. La tradizione politeistica, peraltro, sarà continuata, sviluppando i temi dell'azione divina (śakti, potenza creatrice) e del giusto comportamento umano (dharma): le diverse soluzioni hanno dato luogo a quel coacervo di dottrine e di pratiche cultuali che si chiama globalmente induismo. La contraddizione tra la natura permanente di un dio e l'occasionalità del suo intervento, che aveva portato alla crisi il politeismo vedico, si risolve nell'identificazione di un signore dell'universo (Iśvara) e delle sue molteplici manifestazioni (avatāra). L'Iśvara fu dapprima Brahmā, la divina personificazione del brahman, ma poi si espresse in due divinità meno “filosofiche”, Viṣṇu e Śiva, dando luogo alle due principali correnti dell'induismo: il viṣṇuismo e il śivaismo. Viṣṇu era un antico dio vedico, connesso con l'asse del mondo, già alleato di Indra e adesso suo successore. Śiva costituisce una nuova interpretazione del vedico Rudra, dio del mondo selvaggio. Antiche e nuove divinità sono adesso venerate e giustificate come manifestazioni del “signore universale”, e, se femminili, come sue spose. Un tentativo di sintesi è pure dato dalla concezione di una Trimūrti, ovvero di una “triforme” essenza divina, comprendente Brahmā, Śiva e Viṣṇu. Riguardo al comportamento religioso, l'induismo presenta, a parte le scelte tra Śiva e Viṣṇu, una grandissima varietà di livelli, ognuno identificato con un complesso di norme (dharma), ognuna altrettanto valida e degna di rispetto, in quanto relativa alla presente esistenza di un individuo (la differenza tra le esistenze essendo giustificata dalla condotta in una vita precedente). C'è il livello della meditazione e dell'ascesi, ma c'è anche il livello del semplice culto degli dei. C'è il “maestro”, il “santone”, il guru, ma c'è anche chi acquista meriti senza dover né capire né praticare le sue dottrine, purché lo veneri e gli fornisca cibo. C'è un misticismo, a livello della meditazione, che darà luogo al tantrismo e alle pratiche yoga, ma c'è anche un misticismo, a livello della religiosità popolare, che si esprime nella bhakti, la devozione amorosa assoluta per un dio. Dal sec. XI l'induismo dovette fronteggiare la prepotente avanzata dell'Islam. Da un lato, allora, si eresse a religione nazionale contro l'invasione arabo-islamica e dall'altro produsse comunità ibride che cercarono di assimilare la nuova religione. Ma tali comunità non ebbero seguito, tranne che nel Punjab, dove si costituì la compagine nazionale dei Sikh.

Cultura: filosofia. Generalità

Al fine di capire meglio lo sviluppo della filosofia indiana sono necessarie alcune premesse: manca in India una seria storiografia anche in campo filosofico e le notizie sui singoli autori, anche dei più importanti, sono frammiste a molti elementi leggendari; di conseguenza quasi mai si riesce a collocarli in precisi riferimenti di tempo e di luogo e si deve rinunciare a ricostruire la loro personalità e ripiegare sull'esposizione di correnti di pensiero e di sistemi. Questi ebbero una fase creativa piuttosto rapida ed esercitarono una profonda influenza gli uni sugli altri trovando una sistemazione definitiva nei primi secoli dell'era volgare. Problema principale della ricerca filosofica indiana fu la tematica sull'essenza dell'io e del suo rapporto con la realtà, non come conoscenza a sé, ma in quanto atta a operare il passaggio dell'individuo dalla realtà dubbia in cui è immerso (saṃsāra), origine del dolore, all'identità con l'Assoluto (liberazione dal dolore, nirvāṇa). La filosofia indiana è spesso una propedeutica alla religione; tuttavia alcune sue parti, come la logica e l'epistemologia, hanno uno schietto rigore filosofico e denotano grande originalità di ricerca. La prima speculazione filosofica indiana è sparsa nei vari testi di preghiere (Saṁhita), di prescrizioni rituali (Brāhmana, Upaniṣad) e fra le regole religiose, giuridiche e morali della società brahmana (sutra): essi ci offrono una prima cosmogonia, in cui il mondo è emanazione di un dio supremo e le cose si strutturano in un dualismo psicofisico, al quale l'uomo partecipa essendo formato di nāma, essenza interiore, e rūpa, forma esterna e sensibile. Al centro però di questa prima speculazione è l'esistenza di un principio essenziale, sia per l'uomo sia per l'universo, dalle Upaniṣad concepito come l'anima (ātman), soggetto di ogni azione e pensiero dell'uomo, ma unico in tutto l'universo, libero da ogni categoria spazio-temporale. L'antinomia tra ātman universale e soggetto dell'azione del singolo è spiegata dalle Upaniṣad con la presenza del karman, che non consente di sciogliere l'antinomia. Una seconda spiegazione è data dalla dottrina sāṃkhya, che trovò una formulazione sistematica probabilmente nel sec. IV d. C. ma che ha origini molto antiche: esistono due realtà parimenti eterne, le anime individuali (puruṣa), fornite d'intelligenza ma negate all'azione, e la materia (prakrti), unica ma differenziata in tre modi di essere: l'uno leggero e luminoso, fonte di piacere; l'altro mobile, causa di dolore; il terzo inerte, in funzione d'ostacolo; dal loro perpetuo movimento hanno origine le cose del mondo empirico; il dolore deriva dalla non-distinzione fra psiche (momento dell'evoluzione della materia) e anima e dall'attribuzione a questa di qualità proprie invece della materia. Questa confusione avrebbe origine dalla loro vicinanza, per cui l'anima si riflette nella psiche al punto di sentire il dolore come cosa sua, mentre per natura ne è libera. La liberazione avviene quando la psiche prende coscienza della sua derivazione dalla materia e l'anima della sua nativa purezza. Alla ricerca dei mezzi di conoscenza la dottrina sāṃkhya elaborò una teoria epistemologica assai interessante: l'uomo ha undici sensi, cinque di percezione (vista, udito, olfatto, gusto, tatto), cinque d'azione (lingua, piedi, mani, organi di escrezione, organi di riproduzione), più l'intelletto, che reagisce agli stimoli sensori. Accanto alla scuola sāṃkhya si colloca lo yoga: la materia è eterna e increata, ma guidata al suo fine da un dio (Iśvara); per conoscere il suo vero essere sotto le forme illusorie ed empiriche della sua personalità l'uomo deve liberare, con una severa disciplina, la psiche da ogni ricordo e arrivare all'assoluta quiete delle funzioni mentali, in cui si fa trasparente nell'intelletto umano la differenza fra anima e psiche e l'uomo si libera dal divenire fenomenico.

Cultura: filosofia. Dal VI all’VIII secolo

Nel clima culturale del sec. VI a. C. sorsero in India due altri sistemi filosofico-religiosi: il giainismo e il buddhismo. Cinque secoli dopo (sec. I a. C.) il buddhismo fu profondamente rinnovato dalla dottrina del Grande Veicolo: al principio individualistico del raggiungimento del nirvāṇa da parte del singolo con il suo proprio sforzo, viene sostituito quello della carità, che spinge a uscire dal proprio individualismo per aiutare i non illuminati a giungere al nirvāṇa grazie a parole e azioni adatte ai loro bisogni. Eroe del sistema è il Bodhisattva, l'illuminato che ormai giunto alle soglie del nirvāṇa, ritorna per rendere partecipi i non-illuminati. La nuova dottrina trovò la sua elaborazione metafisica nella scuola Mādhyamika, fondata da Nāgārjuna (sec. II d. C.) che, con una logica ben argomentata, sostiene che nulla si può affermare nel mondo empirico; i concetti sono tutti contraddittori; le cose non hanno una natura propria essendo l'una dall'altra condizionate; l'essere individuale è solo apparenza; il mondo è mera rappresentazione dell'uomo; al fondo di tutte le cose esiste solo il vuoto. Da questo monismo metafisico discende la teoria delle due verità: la verità superiore della realtà e la verità convenzionale delle apparenze. Quando l'uomo acquisisce la certezza che tutte le cose si riducono all'unico principio del vuoto, assoluto e relativo, realtà spirituale e realtà fenomenica s'identificano. Al concetto monistico del vuoto contrappone un'interpretazione idealistica della realtà la scuola dello Yogacara fondata da Maitreya (forse sec. IV d. C.), che ebbe come suoi illustri rappresentanti i due fratelli Asanga e Vasubandhu (inizio sec. V d. C.): realtà assoluta è la coscienza conoscente (vijñāna) e gli oggetti esistono solo in relazione a essa. Prendendo consapevolezza di questa verità l'uomo diventa capace di un pensiero, che è “atto del pensiero puro” e in quel momento realtà fenomenica e dolore diventano nirvāṇa. Grande anche il contributo portato da questa scuola alla logica: è possibile la distinzione fra conoscenza discorsiva e conoscenza sensibile, fra inferenza e percezione. Primo atto del conoscere, precedente allo stesso linguaggio, è la percezione del particolare nella sua individualità; nel secondo, all'intuizione subentrano l'immagine discorsiva e la parola; a questa appartengono le costruzioni mentali, mentre le sensazioni sono dati immediati della coscienza. L'oggetto è dapprima percepito dai sensi in sé, poi viene conosciuto dall'intelletto secondo le forme degli universali e delle parole. Alla tradizione vedica e all'idealismo si opposero fin dall'antichità i materialisti (mastika, negatori). In campo gnoseologico essi affermarono che solo la percezione sensoriale dà la conoscenza della verità; negarono il valore dell'inferenza, della relazione di causa ed effetto; affermarono la spontaneità e accidentalità degli eventi escludendo qualsiasi loro causalità in un essere soprannaturale. Tutti gli oggetti provengono da quattro elementi primari ed eterni: terra, acqua, aria, fuoco; di questi è formata la stessa coscienza. In campo morale i negatori più estremisti non ammettevano nemmeno l'esistenza del bene e del male: stolto è volersi liberare dal dolore, che è nella natura del mondo, e privarsi del piacere, che dà sapore alla vita; questa invece va vissuta con coraggio. Le teorie materialistiche furono rielaborate e meglio adattate all'ambiente culturale indiano dalla scuola atomistica (vaiśeṣika) e dalla logica nyāya. Fondata da Kaṇāda (forse sec. I d. C.), la scuola affermava che la realtà è divisibile in sei categorie: sostanza, qualità, attività, generalità, particolarità, inerenza. Delle sostanze (aria, acqua, terra, fuoco, etere, tempo, spazio, anima, intelletto), le prime quattro si compongono di atomi, eterni e indivisibili. Alla loro organizzazione presiede un dio (Iśvara), che però non ne è il creatore. La scuola ammetteva anche l'anima come sostanza eterna e immateriale, invisibile, ma percepibile attraverso gli atti conoscitivi e volitivi, il desiderio, il piacere, ecc. La scuola nyāya (retto ragionamento), sorta a opera di Akṣapāda (forse sec. II d. C.), accettava la metafisica vaiśeṣika (non però l'esistenza di un dio ordinatore), ma volgeva la sua maggiore attenzione ai problemi gnoseologici, elaborando una terminologia tecnica di notevole precisione. Problema fondamentale del nyāya è la distinzione fra conoscenza vera e falsa: a una conoscenza vera portano la percezione, l'inferenza, la comparazione e la testimonianza; falsa è invece la conoscenza prodotta dalla memoria, dal dubbio, dall'errore e dall'ipotesi. Fautrice di una critica al soggettivismo buddhista e di un ritorno al pensiero ortodosso dei Veda fu la scuola mīmāṃsā, apparsa forse fra il sec. II a. C. e il sec. II d. C. e più tardi approfondita da Kumarila (sec. VIII d. C.) e Prabhākara (sec. VII-VIII d. C.): la realtà del mondo empirico è formata da atomi e si percepisce con i sensi; l'universo è eterno e ha la vita in sé senza dover ammettere un dio creatore. Le conoscenze sono valide in forza dei motivi intrinseci a esse stesse, quindi il ragionamento serve solo a eliminare il dubbio e a provare la falsità di una conoscenza errata.

Cultura: filosofia. Dal IX al XX secolo

Fra il sec. IX e l'XI la rivelazione dei Veda fu sostituita da quella degli Āgama e le nuove scuole, dal nome del dio Śiva, che era al centro di questa rivoluzione culturale, si chiamarono śivaite. Fra di esse importante fu quella formatasi attorno ad Abhinavagupta (sec. XI): la realtà è un'entità unica, assoluta e ineffabile; anche l'essenza dell'uomo non è descrivibile e per di più avvolta in una non-conoscenza innata e permeata di karman; ma Śiva interviene a rendere conoscibile all'uomo l'Assoluto. Il mondo ha la sua causa in Dio, che però è coevo al mondo e quanto in questo accade è manifestazione dell'evolversi della coscienza divina ed espressione della sua volontà. Nel problema della conoscenza, gli śivaiti sostenevano che non vi può essere separazione della coscienza sensibile da quella discorsiva; lo stesso individuale, per il fatto di essere percepito, è già immagine discorsiva, anzi è lo stesso universo che venendo a contatto con lo spazio e il tempo perde la sua eternità e ubiquità. Ancor prima però che l'oggetto sia percepito come universale o particolare, è dentro di noi come tensione al conoscere e principio di volizione. L'io individuale è libero e la molteplicità è frutto della libertà attraverso la quale l'io si esprime. L'anima individuale, oscurata dal karman, si libera all'atto di riconoscere la sua natura divina, la sua beatitudine e libertà sotto le false spoglie del dolore. Legato alla mistica e allo gnosticismo del brahmanesimo, si sviluppò già da epoca antica il sistema Vedanta"vedanta", che ha a fondamento il pensiero di Bādarāyṇa (sec. III d. C.) e trova in Šaṇkara (788-820) la sua sistemazione definitiva: da una parte è il brahman o ātman, assoluto, indefinibile; dall'altra il mondo empirico sospeso tra essere e non-essere. Per il karman che lo circonda l'uomo soffre e per liberarsi dal suo dolore deve aver chiara coscienza che il mondo non può identificarsi né con l'essere né con il non essere. Altra scuola Vedanta è quella fondata da Rāmānuja (ca. 1017-ca. 1137): partendo dalle premesse di Šaṇkara, egli concluse che la molteplicità del mondo empirico è una qualità eterna e reale del brahman, assoluto metafisico, che egli identifica con dio; questi dalla sua infinità trae l'essenza con la quale crea il mondo. Al monismo Vedanta reagirono Bhaskara (sec. IX-X) e Madhva (1199-1274 o 1276) spezzandolo in una concezione dualistica. La vivacità delle scuole Vedanta è dimostrata dal fatto che esse resistettero alla conquista musulmana (sec. XI-XIV) e continuarono a vivificare il pensiero indiano: proprio nel periodo della dominazione inglese (sec. XVIII-XIX) furono esse a dare origine a una forte corrente di rinascita della religione e della filosofia induiste e sono ancora esse a rappresentare oggi il filone più vivo della filosofia indiana. Nel sec. XIX si ebbero vari tentativi di riforma: Rammohan Roy (1774-1833), che nel 1828 raccolse attorno a sé una comunità religiosa (Brāhma Samāj) per la lotta al politeismo e all'idolatria e che abolì fra i suoi seguaci le caste; la Società teosofica, che esportò nel mondo i principi più elevati della religione e della filosofia indù. A questo pensiero più volte millenario chiesero ancora ispirazione i grandi personaggi della nuova India (Gandhi, Aurobindo Ghosh, Tagore, Rādhākrishnan) e vivace è tuttora nelle università indiane la ricerca del pensiero filosofico dell'India e della sua storia.

Cultura: il pensiero scientifico

Le più antiche documentazioni sulle osservazioni scientifiche, soprattutto su quegli aspetti della natura che gli indiani, naturalmente inclini alla ricerca astratta, collegarono al problema religioso, risalgono al mondo culturale vedico. Astronomia, matematica e medicina furono i settori delle scienze maggiormente oggetto di indagine e dove, a volte, furono anticipate, sotto molti aspetti, scoperte avvenute nel mondo occidentale in epoca molto posteriore. Nozioni di astronomia si trovano già nei Veda, i libri sacri; tuttavia l'interpretazione dei fenomeni celesti è strettamente legata alle credenze religiose ed è soltanto con i cinque libri dei Siddhānta (trattato che espone un completo sistema), la cui composizione risale ai primi secoli dell'era volgare, che l'astronomia indù assume precise caratteristiche e s'inquadra secondo gli schemi di una più concreta metodologia scientifica. In questo testo fondamentale, più volte in seguito ripreso e commentato da vari autori, si trovano sviluppati diversi argomenti che riguardano divisione del tempo, movimenti di rivoluzione degli astri, determinazione dei meridiani e dei punti cardinali, equinozi e solstizi, eclissi lunari e solari, movimenti dei pianeti. Al sec. VI d. C. risale una delle prime esposizioni in sintesi della materia trattata nei Siddhānta dovuta all'astronomo Āryabhaṭa; l'opera, che prese il nome di Āryabhaṭīya, è in versi e in essa sono particolarmente sviluppati calcoli astronomici nell'ambito di un sistema rigorosamente geocentrico. Gli studi astronomici indiani raggiunsero il loro punto culminante, dopo il quale non segnarono più alcun progresso, intorno al sec. XII. Le teorie elaborate in questo arco di tempo furono raccolte nel trattato Siddhāntaśiromaṇi (Il principio basilare o il diadema dei Siddhānta) dall'astronomo e matematico Bhaskara (o Bhāskarācārya); i punti cardini che ivi risultano chiaramente stabiliti sono: sfericità della Terra, posizione dei poli e dell'equatore, rotazione su proprie orbite del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora noti attorno alla Terra che è immobile nello spazio, distinzione tra giorno solare e giorno sidereo, suddivisione dell'anno solare in dodici mesi e sei stagioni, precessione degli equinozi e teoria degli epicicli. Le scienze matematiche nell'antica India furono coltivate soprattutto in funzione dei calcoli astronomici. Tuttavia nozioni di geometria richieste per la costruzione degli altari e per l'apprestamento delle aree sacre, erano già note in epoca vedica e raccolte in una serie di aforismi, i Sulvasutra, che rivelano buone conoscenze di geometria piana, risolvono problemi di proporzioni e di equivalenze di superfici (vi è inclusa tra l'altro l'enunciazione del teorema di Pitagora), forniscono con notevole approssimazione il valore di π. Per quanto riguarda invece la matematica pura, in cui gli Indiani hanno conseguito risultati di fondamentale importanza (come la scoperta della notazione posizionale e quella, notevolissima, dello zero, trasposizione matematica e riproduzione simbolica del sunga, che in sanscrito significa contemporaneamente vuoto e zero), le opere più notevoli si trovano inserite quali sezioni integranti dei trattati di astronomia. Il testo più antico è compreso nell'Āryabhaṭīya ed è un vero e proprio manuale di aritmetica contenente vari metodi di addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione anche con numeri frazionari. Le conoscenze matematiche, e ancor più quelle algebriche, sono meglio sviluppate nelle parti a esse dedicate delle opere di Brāhmagupta e di Bhaskara che giunsero a trovare la soluzione generale delle equazioni indeterminate di primo e secondo grado e, in casi particolari, anche di problemi algebrici di terzo grado. Buone furono anche le conoscenze di trigonometria e sembra probabile che agli indù si debba l'introduzione dei concetti di seno e coseno. La medicina fu l'altra grande scienza dell'India con una tradizione orale e scritta che risale al periodo vedico e si riallaccia in massima parte alle credenze religiose. I primi testi redatti secondo una precisa metodologia scientifica risalgono invece agli inizi dell'era cristiana; i più noti sono il Carakasaṃhitā (La raccolta di Caraka), compendio medico che, nella stesura originale, è stato datato come risalente al sec. II d. C., e il Suśrutasaṃhitā (La raccolta di Suśruta), un trattato di chirurgia di poco anteriore al precedente. Entrambi raccolgono teorie preesistenti all'età in cui vennero sistematicamente redatti, ma, mentre nel primo prevalgono le nozioni di medicina generale e farmacopea, nel secondo sono descritti numerosi tipi di interventi chirurgici che indicano lo sviluppo e la perfezione conseguiti in questo campo dalla medicina indù. Fondandosi sul concetto della forza vitale, diversa da persona a persona e anche nella stessa persona secondo le varie età e circostanze, sulla profonda conoscenza del rapporto esistente tra psicologia e fisiologia (yoga) e sulla premessa che il corpo umano vive per l'armonia delle singole parti, la medicina indù giunse a formulare concetti anticipatori della moderna endocrinologia, come la teoria dei tre doṣa, o forze primarie, cioè la forza dell'anabolismo, la forza del catabolismo e la forza nervosa, cui si collegano i tre umori: flemma, bile e vento. L'aspetto più caratteristico della medicina indù è il suo limitarsi alla descrizione di fenomeno, nonché la mancanza di una vera e propria eziologia. Di fronte alla malattia nulla era possibile se non lenire i dolori e le sofferenze. Di qui il grande sviluppo della farmaceutica nell'India antica a partire dal sec. III a. C. Tutti i trattati di farmacologia dell'epoca raccomandavano l'uso di preparati metallici, i più comuni dei quali in funzione di tonici erano a base di oro e di mercurio; particolarmente diffuso era anche l'uso di polveri soporifere da inalare e di droghe per provocare anestesia locale nelle operazioni chirurgiche. Infine, veterinaria e fitoterapia vennero incluse nella medicina per la concezione indiana della vita che ne abbraccia tutti gli aspetti come estrinsecazione dell'unico principio divino. Molte di queste teorie e delle pratiche della medicina tradizionale indiana rientrano sotto il concetto di ayurveda (scienza della vita), metodo di cura e di ricerca dell'armonia tra corpo e mente, a metà strada tra medicina e filosofia, diffusosi anche in Occidente a partired agli ultimi anni del XX sec.

Cultura: lingue

Le principali lingue degli Stati che si trovano nel subcontinente indiano sono: l'hindī nell'Unione Indiana, l'urdu nel Pakistan, la bengālī o bengalese nel Bangladesh, la nepālī o nepalese nel Nepal, il tibetano nel Sikkim e nel Bhutan, il singalese e il tamil nell'isola di Ceylon. Ma accanto a queste lingue, oltre all'inglese che è stata la lingua di colonizzazione di tutto il territorio, si parlano anche moltissimi altri idiomi e dialetti che si possono raggruppare in quattro famiglie linguistiche principali: tibeto-birmana, nella parte settentrionale e nordorientale (dove si ha anche una penetrazione della famiglia linguistica monkhmer con la lingua khasi parlata in alcune regioni dell'Assam); munda, che forma piccoli gruppi sparsi nell'India centrorientale; dravidica nell'India meridionale, nella parte settentrionale dell'isola di Ceylon (Sri Lanka), nelle isole Laccadive, con una propaggine isolata nel Baluchistan centrorientale; indeuropea, che copre la maggior parte del restante territorio. Quest'ultima è la famiglia linguistica più importante perché vanta il maggior numero di parlanti e le tradizioni letterarie più prestigiose. Le lingue di questa famiglia parlate nel subcontinente indiano appartengono al ramo ario o indoiranico costituito dal gruppo iranico, di cui solo il dialetto beluci interessa la parte sudoccidentale del Pakistan, e dal gruppo indoario, che comprende tutte le altre lingue e dialetti indeuropei parlati in India. Cronologicamente l'indoario si può dividere in tre periodi: quello dell'antico-indiano, in cui si distingue una fase più arcaica rappresentata dal vedico e una più recente rappresentata dal sanscrito classico; quello del medio-indiano, che comprende il pāli, il pracrito epigrafico e gli altri dialetti pracriti, il sanscrito misto, cioè una lingua ibrida composta di forme sanscrite e pracrite in cui sono scritte in particolare le strofe di leggendarie biografie del Buddha; il periodo neoindiano, che comprende numerose lingue e dialetti che si possono raccogliere in quattro gruppi: nordoccidentale, che abbraccia le estreme regioni montuose confinanti con il Pamir in cui si parlano kāfirī, kāshmīrī, shinā, kohistānī (da questo gruppo indoario derivano anche i dialetti zingari); occidentale, di cui fanno parte la puñjābī occidentale o lahnda parlata lungo il corso superiore dell'Indo, la sindhī parlata lungo il corso inferiore dell'Indo, la gujarati a sud-est della sindhī (è la lingua dei Parsi, comunità zoroastriane emigrate dalla Persia, che ha subito un sensibile influsso da parte del persiano e dell'arabo), più a sud la marāṭhī che confina con il dominio linguistico dravidico, la rājasthānī a est della sindhī, la bhīlī a est della gujarati; il gruppo centrale comprende i vari dialetti hindī, la puñjābī in senso proprio a est della puñjābī occidentale, la nepālī che è la lingua ufficiale del Nepal, e più a occidentale la pahāri; il gruppo orientale comprende la bihārī a sud-est del Nepal, l'assamese o āsāmī, il bengalese e più a sud l'oriyā. Separato da tutte le altre lingue indoarie è il singalese, parlato nella parte meridionale dell'isola di Ceylon.

Cultura: diritto

Il termine sanscrito che richiama al concetto di legge è dharma, ma esso più propriamente designa, in una sintesi di elementi religiosi e profani, i diritti e doveri dell'uomo in ogni campo della sua attività, le norme che dirigono il comportamento degli esseri tanto più sul piano religioso e morale quanto su quello sociale e giuridico. Secondo la tradizione indigena quattro sono le fonti del dharma: la rivelazione (śruti), la tradizione (smṛti), il comportamento delle persone colte e virtuose (śiṣṭācāra), gli usi e costumi delle regioni, delle caste, delle famiglie (deśajātikuladharma). Il dharma ha dato luogo a una ricca letteratura che dalla fine del periodo vedico (sec. VI a. C. ca.) si estende fino al sec. XVIII. Le fonti più antiche del diritto indiano sono i Dharmasūtra (aforismi relativi alla legge), in prosa, che contengono, accanto alla trattazione di problemi dottrinali e religiosi, i primi abbozzi di una dottrina giuridica (definizione dei doveri delle quattro caste, norme di natura economica e sociale, elementi di diritto civile e penale). Con l'affermarsi di scuole giuridiche specializzate, che tendono a codificare la materia legale in esposizioni ampie e particolareggiate, nascono i trattati di diritto veri e propri, i Dharmaśāstra (Trattati giuridici), detti anche Smṛti, basati sugli antichi Dharmasūtra ma con un carattere più strettamente giuridico: famoso è il Manusmrti (Codice di Manu) comparso fra i sec. II a. C. e II d. C., consacrato in prevalenza all'esposizione di questioni di diritto pubblico. Antico e autorevole è pure il Trattato giuridico di Yajnavalkya, del sec. III d. C. ca., che espone la materia legale secondo la classica tripartizione in condotta sociale (ācāra), procedura giudiziaria (vyavahāra), espiazione delle pene (prāyaścitta). Molto popolare è anche il Codice di Narada del sec. IV d. C. ca., che circoscrive il dharma all'ambito del diritto vero e proprio. Queste fonti giuridiche, che costituiscono la base della giurisprudenza indiana, ebbero, a partire dal sec. IX d. C., un notevole numero di commentari, redatti con finalità critiche e coordinatrici: il più importante è un commento al trattato di Yajnavalkya di Vijñaneśvara (seconda metà del sec. XI ca.), testo fondamentale della scuola di Mithilā. Infine a partire dal sec. XI compaiono compendi di diritto, i Dharmanibandha, compilati da giuristi e uomini di Stato con metodo critico e sistematico. Elementi di diritto si trovano in tutta la produzione letteraria dell'India, in particolare nella letteratura politica: per esempio, il Kauṭilya-Arthaśāstra (per alcuni risalente al sec. IV a. C. e per altri al sec. III d. C.), dedica ampio spazio alla procedura giudiziaria, alla definizione delle competenze dei funzionari e ai sistemi di punizione. In tutti prevale sempre il fondamento religioso. Ecco in breve sintesi i principi fondamentali del diritto indiano: il principe, investito di maestà e natura divina, è ordinatore del regno, tutore della legge, arbitro assoluto della giustizia; egli deve giudicare e punire, perseguitare il male, ricercare la verità attenendosi alle norme codificate nei trattati, considerarsi responsabile di un delitto impunito o di una condanna ingiusta. Al sovrano spetta il potere decisionale anche quando, con il perfezionarsi dell'organismo statale, egli viene affiancato, nell'amministrazione della giustizia, da funzionari competenti. Il valore teorico, peraltro non escluso, dell'uguaglianza di ogni individuo di fronte alla legge, viene continuamente infirmato dalle prerogative castali che affiorano in ogni sezione del sistema giuridico indiano. Di taluni privilegi della casta brahmanica, protrattisi in India fino all'età moderna, si ha notizia già nei testi più antichi. Le norme che disciplinano le istituzioni processuali sono molto precise. Le forme probatorie sono generalmente suddivise in umane e divine: le prime costituite dalla prova documentale e dalla prova orale dei testimoni, le seconde dal giuramento e dalle ordalie cui si ricorre nei casi dubbi o in mancanza di altre prove (talune forme di ordalie si sono conservate fino all'età moderna e contemporanea). Le pene previste variano dalla semplice ammonizione all'esecuzione capitale. Una delle condanne più temute è l'espulsione dalla casta. L'istituto familiare è oggetto di ampia trattazione giuridica: di tipo patriarcale, la famiglia è protetta e regolata da norme rigorose che condizionano la vita quotidiana dei suoi componenti, essendo considerata l'organizzazione fondamentale della società. Il matrimonio, da tutti i testi sempre teoricamente vietato fra persone di caste diverse, è generalmente considerato vincolo sacro e indissolubile. Numerose però le infrazioni pratiche alle norme sulle caste, mentre eccezioni all'indissolubilità del matrimonio sono contemplate dagli stessi trattati. Le norme che regolano la ripartizione del patrimonio e il diritto ereditario sottolineano la precedenza dei figli legittimi su quelli adottivi. Pur nel susseguirsi delle dominazioni straniere che esercitarono il potere sui territori dell'India e che portarono con sé ciascuna le proprie consuetudini e ordinamenti, la legge indiana rimase sostanzialmente basata sugli antichi principi, soprattutto per la naturale e ancor oggi viva tendenza della mentalità indù a conservare le originarie strutture in quanto consacrate dalla tradizione. Nell'attuale Repubblica Indiana, infatti, l'ordinamento giuridico, nonostante necessari adeguamenti e introduzioni di nuove istituzioni (generalmente sulla base della legislazione britannica), si è mantenuto fedele alle linee principali dell'antico sistema.

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Per la musica

P. Sambamoorty, South Indian Music, 4 voll., Madras, 1941; A. Danielou, North Indian Music, 2 voll., Londra, 1949-54.

Per la danza

K. Ambrose, Classical Dances and Costumes of India, Londra, 1950; R. Gopal, S. Dadachanji, Indian Dancing, Londra, 1950; G. Calendoli, Storia universale della danza, Milano, 1985.

Per lo spettacolo

S. Awasthi, Hindi Folk Drama, Nuova Delhi, 1956; L. Frédéric, La danse sacrée de l’Inde, Parigi, 1956; J. C. Mathur, Drama in Rural India, Nuova Delhi, 1964; B. Gargi, Folk Theatre of India, Seattle, 1966; L. Piretti Santangelo, Il teatro indiano antico, Bologna, 1988.

Per il cinema

P. Shaw, The Indian Film, Bombay, 1950; K. Sarkar, Quelques aspects du cinéma indien, Parigi, 1960; Ch. Cadoux, Uno sguardo al cinema indiano, in “Bianco e Nero”, 1, Roma, 1961; G. Ferrara, L’amaro nirvana del cinema indiano, in “Cinema 60”, 44, Roma, 1964; Ph. Parrain, Regard sur le cinéma indien, Parigi, 1969; Y. Flot, Le cinéma indien existe, in “Ecran 74”, 21, Parigi, 1974; Autori Vari, Le avventurose storie del cinema indiano, Venezia, 1985.

Per il folclore

J. A. Dubois, H. K. Beauchamp, Hindu Manners, Customs and Ceremonies, Oxford, 1958; C. von Fürer-Haimendorf, Tribal Population and Cultures of the Indian Subcontinent, Leida-Colonia, 1985.

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