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Péguy, Charles

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La vita

Scrittore e poeta francese (Orléans, Loiret, 1873-Villeroy, Seine-et-Marne, 1914). Tra i più complessi autori francesi, è certamente il più anticonformista per gli elementi di varia natura che si intersecano nella sua opera: socialismo, amor patrio e cristianesimo. Rimasto subito orfano di padre, palesò per il resto della sua vita vera e propria adorazione per la madre Cécile Quéré che, per mantenerlo agli studi, divenne impagliatrice di sedie. Péguystudiò all'École Normale Supérieure di Parigi, senza diplomarsi. Incominciò a scrivere intorno ai vent'anni e, sostenitore del principio “dell'indivisibilità dei mestieri”, apprese l'arte di tipografo. Nel 1895 cominciò il dramma Jeanne d'Arc, che esprime il sentimento della sua fede socialista e il sentimento messianico ch'egli sempre volle vedere nel compito della Francia. Pubblicò l'opera nel 1897, l'anno del suo matrimonio con Charlotte Françoise Baudoin, sorella di Marcel, ch'egli aveva amato di profondissima amicizia. Dopo aver aperto una libreria presso la Sorbona e averla ceduta, restandovi però come impiegato, sia pure in urto coi nuovi proprietari, nel gennaio 1900 fondò i Cahiers de la Quinzaine, che scrisse, compose, stampò e diffuse facendo quasi tutto da solo. Nati come notiziario socialista, i Cahiers divennero una collana di opere varie storiche e politiche, la bandiera del suo libero pensiero, la coscienza della Francia dei primi quattordici anni del sec. XX. Ne pubblicò, tra difficoltà economiche enormi, quindici serie. Essi ospitarono la sua poesia (una delle più alte vette della lirica francese cristiana) e la sua prosa.

Le opere

Péguy scrisse moltissimo e tra le sue cose più belle meritano di essere almeno citati: Le mystère de la charité de Jeanne d'Arc (1910; Il mistero della carità di Giovanna d'Arco), Le porche du mystère de la deuxième vertu (1911; L'atrio del mistero della seconda virtù), Le mystère des Saints Innocents (1912; Il mistero dei santi Innocenti), La tapisserie de Sainte Geneviève et de Jeanne d'Arc (1913; La tappezzeria di santa Genoveffa e di Giovanna d'Arco), L'argent (1913; Il denaro), La tapisserie de Notre-Dame (1913; L'arazzo di Notre-Dame), Ève (1914). La prosa logica, iterativa, indomabile dei Cahiers turbò la Francia e la Chiesa, delle quali condannava l'inerzia e l'edonismo borghese. Péguy scrisse in difesa di Dreyfus e appoggiò Bergson, analizzò Descartes e V. Hugo, invitò tutti alla lotta continua e partì volontario per “le desarmement général et la dernière des guerres”, il 2 agosto 1914. Morì un mese dopo, fulminato da un proiettile in fronte, alla vigilia della battaglia della Marna. Intelligenza lucidissima, genio forse ancora da scoprire, Péguy è il poeta della meditazione. Orléans, ultimo angolo della vecchia Francia, ispirò la sua musa. Giovanna d'Arco, simbolo della Francia e della verità trionfante, fu la sua eroina. Il compito della Pucelle nel suo primo dramma è quello di salvare la patria. Jeanne è la personificazione del poeta, la proiezione del suo credo: l'uomo non deve mai sottomettersi; il male è armato e bisogna combatterlo armati. Giovanna, nata come eroina socialista, diventa a poco a poco simbolo di fede e segna la via della conversione del poeta, che trova la logica del suo evolvere nel pensiero di Pascal. Come Pascal infatti anche Péguy trova la via della cristianità in un “approfondimento del cuore”. Jeanne d'Arc venne pubblicata in pieno affare Dreyfus e Péguy, che ne aveva capito subito l'enorme importanza, scese in lotta come a una vera e propria crociata. “L'affare” lo spinse a fare un'analisi sottile del momento che la Francia viveva e la sentenza fu che il Paese stava per uscire da un periodo per entrare in un'epoca. Per Péguy il periodo significava il tempo della calma, dell'inerzia, del borghesismo pago di se stesso, dell'assenza di una mistica e del trionfo della politica; l'epoca era il contrario, significava l'eroismo della lotta per la verità. Péguy fece dell'affare Dreyfus il problema della libertà e della giustizia. “Una sola macchia, macchia tutta la famiglia e tutto un popolo”, scrisse nei Cahiers. Sempre nei Cahiers pubblicò anni dopo Notre jeunesse (1910; La nostra giovinezza), sferzante attacco a tutti coloro che avevano creduto giusto sacrificare Dreyfus all'ordine costituito e all'amico Halévy che aveva creduto di trovare qualche eccesso nelle loro accuse alla Francia. Péguy non ammetteva debolezze. Non l'aveva ammesse neppure in Dreyfus accusandolo di tradimento quando si era piegato ad accettare la grazia. Contrario a ogni sottomissione, egli aveva lasciato il socialismo e fondato i Cahiers proprio per agitare la bandiera della verità contro tutti: ipocriti, nazionalisti, falsi teologi, falsi poeti. A sua volta fu attaccato da tutti, per la sua irriverenza, per il suo rigorismo, per la sua prosa ossessiva, incalzante. Péguy fu in realtà un accusatore implacabile. La sua stessa maniera di scrivere non lasciava scampo. In lui ogni frase diventa indispensabile all'altra e ne ripete il concetto compenetrandola. Per Péguy una frase è soltanto una tomba. Perché viva occorre che continui, che si ripeta, cercando nel movimento la perfezione. Il pensiero non avanza in linea retta, si ferma, sosta, prende coscienza del dubbio e lo chiarisce. Criticò il socialismo colpevole di cercare la salvezza nella materia, nella vittoria sulla miseria, consolidando nella società l'alleanza del danaro, del progresso e della scienza, alleanza che ha il suo padrone nello Stato dominato dal partito intellettuale e dai borghesi. Criticò la Chiesa perché essa rappresentava la religione dei ricchi e non poteva essere considerata la comunione dei fedeli, e proclamò che l'errore stava nel credere alla possibilità di sostituire i valori spirituali con i frutti del progresso e di una cultura tecnica che si sovrapponeva, annullandola, alla cultura umanistica. A suo dire quando una filosofia va a sostituirsi a un'altra, non c'è progresso, ma perdita irreparabile. Scelse, come Bergson, la strada dell'intuizione per penetrare il “segreto delle cose” e difese Bergson dalla condanna della Chiesa (Note sur M. Bergson et la philosophie bergsonienne, 1914,Appunti su M. Bergson e la filosofia bergsoniana; Note conjointe sur M. Descartes et la philosophie cartésienne,Appunti congiunti su M. Descartes e la filosofia cartesiana) proclamando che la messa all'Indice della sua opera non significava far rientrare tutto nell'ordine, ma ricominciare a pensare con “idee già fatte”. La sua tesi, consacrata dalla sua altissima poesia, era la necessità della presenza di Dio nel mondo, la presenza della mistica, la compenetrazione del divino e dell'umano, e la cantò in versi splendidi che congiungono di colpo la bellezza della poesia religiosa medievale alla verginità di cuore dell'uomo moderno.

R. Johannet, Vie et mort de Péguy, Parigi, 1950; B. Guyon, Péguy devant Dieu, Parigi, 1973; idem, Péguy, l'homme et l'œuvre, Parigi, 1973; G. Goisis, Charles Péguy, Verona, 1991.