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socialìsmo

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Definizione

sm. [sec. XIX; da sociale, sul modello del francese socialisme]. Il complesso delle dottrine e dei movimenti volti alla trasformazione della società per il raggiungimento dell'eguaglianza giuridica, sociale ed economica di tutti i cittadini attraverso l'abolizione delle classi e dei privilegi. Anche del sistema o del regime che ha realizzato la socializzazione o collettivizzazione dei mezzi di produzione e della distribuzione dei beni.

Scienze politiche: le diverse accezioni del termine socialismo

Il termine socialismo, usato per la prima volta agli inizi del sec. XIX e poi rapidamente diffusosi durante la Restaurazione, nel linguaggio politico contemporaneo ha assunto significati diversi. In un'accezione assai ampia e generica, vengono ricondotte nell'ambito del socialismo le numerose forme di protesta radicale, sviluppatesi fin dai tempi antichi in seno a quasi tutte le società, contro l'istituto della proprietà privata e contro i gravi squilibri economico-sociali e a favore della costruzione di un diverso assetto politico, caratterizzato da una maggiore giustizia sociale. In un senso più specifico, si ritiene socialismo ogni modello di organizzazione politica che, in contrapposizione ai valori dell'individualismo liberale, rivendichi una preminenza degli interessi globali della collettività su quelli dei singoli cittadini, dando così vita anche a fenomeni di forte statalismo autoritario spesso basati su concezioni etnico-culturali o politico-religiose e retti da una leadership dittatoriale di carattere carismatico (come per esempio nei cosiddetti socialismo africano e socialismo islamico). In senso più riduttivo e preciso, per socialismo si intendono i vari modelli di organizzazione statuale e i vari programmi di riforme attraverso i quali le strutture economiche della società vanno profondamente mutate (o rivoluzionate) sottraendo i principali settori produttivi alla libera iniziativa privata e affidandoli direttamente alla responsabilità dei pubblici poteri attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione, al fine di evitare tanto le storture economiche e le crisi ricorrenti del regime liberista, quanto le gravi disparità politiche e sociali fra i ristretti gruppi dei detentori del potere economico e i vasti ceti proletari. È chiaro che in quest'ultima accezione, per quanto non univoca e sfociata sia nelle forme del socialismo utopistico sia in quelle del socialismo scientifico di derivazione marx-engelsiana coi successivi sbocchi teorici del riformismodel revisionismo e del leninismo, il sorgere delle teorie socialiste è legato di necessità allo sviluppo dei programmi e delle strategie di trasformazione della società; all'emergere del ruolo politico dirigente della borghesia e alla nascita del moderno proletariato; nonché all'eredità dell'egualitarismo giacobino babeuviano propagandato durante le ultime fasi della Rivoluzione francese.

Scienze politiche: dal socialismo utopico al socialismo scientifico

Ma se le prime manifestazioni autenticamente socialiste risalgono agli inizi del sec. XIX – ed è perciò erroneo andare a ricercarne gli antecedenti storici risalendo lontano nel tempo, all'epoca dell'antico Oriente indiano, col tentativo di riforma socio-politica esperita nel sec. III a. C. dal re maurya Aśoka, o all'epoca delle “leggi agrarie” dei Gracchi durante l'età repubblicana romana, o all'ascetismo biblico eterodosso tipico della comunità degli Esseni, oppure al periodo “comunitaristico” del cristianesimo primitivo, o durante le numerose rivolte contadine o artigiane dell'età medievale e assolutistica –, è pur vero che tali espressioni teoriche – almeno per tutta la prima metà del sec. XIX – sono caratterizzate da una contraddizione di fondo. Mentre i loro teorici (C. H. Saint-Simon, C. Fourier, R. Owen, E. Cabet, P.-J. Proudhon, per non parlare di Tommaso Moro e di Tommaso Campanella che, sotto un profilo filosofico, avevano toccato i temi del socialismo teorico nell'Utopia e nella Città del Sole) sottoponevano la società e lo Stato borghese a un'attenta e disincantata analisi che individuava le cause dei profondi mali sociali presenti nel capitalismo liberista, all'atto pratico poi proponevano rimedi troppo intellettualistici e astratti (di qui il nome di socialisti utopisti), mirando non ad abolire radicalmente il capitalismo, quanto piuttosto ad armonizzare e razionalizzare l'intero sistema sociale mediante varie forme cooperative e associative tra capitale e lavoro. L'influenza del socialismo utopistico sansimoniano si riflette anche nel pensiero sociale di G. Mazzini (socialismo mazziniano), volto a risolvere la gravità della questione sociale e a realizzare l'emancipazione operaia non già attraverso un conflitto classista fra datori di lavoro e lavoratori, ma sulla base di un vasto movimento associativo mutualistico e volontario, capace di attrarre gli strati popolari e di trovare nei pubblici poteri le favorevoli condizioni di sviluppo. Il che era assai diverso, per esempio, dal cosiddetto socialismo di Stato o socialismo della cattedra, fiorito sulla scia delle teorie dello “Stato commerciale chiuso” di J. G. Fichte soprattutto in Germania con J. Rodbertus, J. Wagner, F. Brentano ecc., secondo i quali toccava direttamente allo Stato, con interventi autoritativi dall'alto, agire sul campo economico e sociale per controllare i principali aspetti produttivi della ricchezza nazionale e mantenere così in equilibrio stabile l'assetto politico-sociale vigente. Un assetto che, al contrario, K. Marx ed F. Engels volevano distruggere elaborando a tale scopo nel Manifesto del partito comunista (1848) una teoria che è al tempo stesso rivoluzionaria e scientifica (donde il nome socialismo scientifico da essi dato al loro socialismo). I due pensatori tedeschi, infatti, partendo da una disamina della storia universale dell'umanità, ne ricavavano una scienza dello sviluppo storico, per sostenere che all'interno di ogni società, seppure in modo vario secondo i diversi gradi di sviluppo economico raggiunto, è sempre esistita una lotta di classe fra due gruppi portatori di precisi interessi economici antitetici. Ecco perché Marx ed Engels per realizzare una rivoluzione emancipatrice giudicavano necessario colpire alle radici la società borghese per travolgerne le strutture economiche capitalistiche. A un simile sbocco obbligato si sarebbe comunque giunti appena le contraddizioni interne della società capitalistico-borghese avessero prodotto le condizioni perché il proletariato industriale, cosciente della propria identità di classe sfruttata, della propria forza numerica e del proprio ruolo politico fosse in grado di conquistare il potere impadronendosi dello Stato. Da quel momento la cosiddetta dittatura del proletariato avvierebbe la società verso una nuova fase storica (il socialismo appunto) nella quale gradatamente si realizzerebbe la scomparsa delle due classi antagonistiche degli sfruttati e degli sfruttatori, sino a culminare nella fase finale della società senza più classi (o comunismo).

Scienze politiche: le diverse interpretazioni del socialismo

Fatta eccezione per il socialismo rivoluzionario russo (da non confondere col bolscevismo), agitato dai velleitari fermenti del terrorismo nichilista, e per il socialismo laburista inglese, largamente influenzato dall'illuminismo utilitaristico della Fabian Society, la visione del socialismo scientifico, tipica del marxismo, ha finito per assurgere, dall'ultimo decennio dell'Ottocento in poi, a ideologia ufficiale dei partiti e movimenti politici operai sorti in Europa ed entrati a fare parte della II Internazionale, dove, tuttavia, non mancarono di manifestarsi tendenze interpretative discordi circa i tempi e le modalità di attuazione della conquista del potere e della dittatura del proletariato. Così, per esempio, nella socialdemocrazia tedesca – il più forte partito socialista del periodo – subito si distinsero almeno tre correnti: a sinistra il gruppo esiguo, ma teoricamente agguerrito, dei marxisti rivoluzionari (capeggiati da A. F. Bebel, K. Liebknecht e R. Luxemburg); al centro la forte corrente maggioritaria del partito, ostile a ogni atto rivoluzionario violento e favorevole a una via gradualistica, legalitaria e democratico-parlamentare al socialismo; e a destra la tendenza revisionista, decisa a realizzare almeno un ristretto programma di moderate riforme settoriali. Quasi contemporaneamente anche V. Lenin sottoponeva a un rigoroso ripensamento il marxismo ortodosso e ne adattava i contenuti teorici alle specifiche e arcaiche condizioni sociali del mondo russo. Diffidente nelle capacità rivoluzionarie autonome del movimento contadino, sosteneva la necessità di un'alleanza col proletariato operaio, però sotto la guida di un partito composto di “rivoluzionari di professione”. Nonostante così forti e contrastanti tensioni ideologiche interne, l'organizzazione della II Internazionale, che cercava di rappresentare le istanze internazionalistiche del proletariato di tutto il mondo, poté durare sino alla prima guerra mondiale, allorché molti partiti socialisti non seppero sottrarsi alla politica militare dei rispettivi Paesi contravvenendo al postulato fondamentale del marxismo: la solidarietà del proletariato mondiale contro lo sfruttamento a opera delle varie borghesie nazionali. In conseguenza di ciò, per volontà dei dirigenti del Partito comunista russo, venne fondato il Komintern (1919), aperto esclusivamente a quei partiti socialisti massimalisti-rivoluzionari che avessero rifiutato ogni tattica socialdemocratica. Da allora il movimento socialista si è scisso in due tronconi. Alcuni partiti socialisti, mantenendo fede alle loro tradizioni di avanzate riforme sociali conquistate con le lotte democratico-parlamentari tipiche dei sistemi rappresentativi occidentali, hanno cercato di superare la crisi bellica ricostituendo al Congresso di Lucerna (agosto 1919) l'Internazionale socialista e ponendone gli uffici centrali ad Amsterdam. Altri partiti operai, invece, composti da frazioni massimaliste uscite dai vecchi partiti socialisti, si sono stretti attorno al nuovo Stato sovietico riconoscendolo primo esempio storico di “edificazione del socialismo” e seguendo fedelmente le direttive sulle strategie di lotta impartite attraverso il Komintern e il Kominform. Il processo di destalinizzazione avviato da N. Chruščëv e la pubblicazione del Memoriale di Yalta di P. Togliatti, determinavano le condizioni per una più consistente autonomia del movimento comunista internazionale, ciò che consentiva l'affermazione delle “vie nazionali al socialismo”. La fine delle aspre polemiche originate nella fase della III Internazionale permetteva la formazione di rapporti diversi tra socialisti e comunisti in alcuni Paesi europei. Ciò avvenne, per esempio, in Francia, dove l'unità delle sinistre portò il socialista F. Mitterrand alla presidenza della Repubblica e alcuni ministri comunisti al governo (1981). In Italia, invece, i momenti di ricorrente polemica che pure hanno caratterizzato la storia dei socialisti e dei comunisti a partire dall'invasione sovietica dell'Ungheria (1956), non hanno comunque compromesso la permanenza di un forte tessuto unitario (sindacato, movimento cooperativo, amministrazioni locali ecc.). Con il crollo dell'URSS e dei regimi comunisti determinatosi alla fine degli anni Ottanta, molti partiti comunisti europei abbandonavano l'orientamento marxista-leninista abbracciando l'idea di un socialismo democratico e riformista. Lo stesso PCI, pur da tempo alieno da tentazioni rivoluzionarie e fortemente ancorato a una prospettiva riformista, cambiava nome in Partito Democratico della Sinistra (PDS) e poi in Democratici di Sinistra (DS) e aderiva all'Internazionale socialista, mentre il PSI, travolto dagli scandali, si disperdeva in una serie di formazioni minori. Nello stesso tempo, il declino dello Stato assistenziale e il sopravvento di politiche economiche neoliberiste nella maggior parte degli Stati provocava una crisi complessiva delle ideologie e dei partiti socialisti, che solo nella seconda metà degli anni Novanta riuscivano in Europa a riconquistare maggioranze e governi (in Italia, Germania, Francia, Austria e, con i laburisti, in Gran Bretagna), quasi sempre tramite coalizioni caratterizzate da una linea moderata e neocentrista. Accettando la globalizzazione economica e la fine del protezionismo sociale garantito dallo Stato sociale, il socialismo europeo (e mondiale) si trovava ad accettare i capisaldi delle dottrine neoliberiste dei suoi avversari conservatori, senza poter rinunciare ai suoi tradizionali valori di giustizia, eguaglianza e solidarietà sociale. Di tale contraddizione erano sintomo l'arretramento del Partito socialista europeo alle elezioni del Parlamento europeo del 1999 e successivamente, in Italia, la sconfitta elettorale della coalizione di centro-sinistra dell'Ulivo (2001).

Bibliografia

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