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etnomusicologìa

sf. [etno-+musicologia]. Ramo della musicologia che studia le tradizioni musicali dei popoli cosiddetti primitivi, quelle dei Paesi orientali e quelle orali popolari europee e americane. A parte qualche precedente e sporadico interesse relativo alla musica extraeuropea, soltanto nel sec. XVIII e nella scoperta illuministica del selvaggio e dell'esotico si possono riconoscere le radici dell'etnomusicologia. Nella prima parte dell'Ottocento gli studi cominciarono ad assumere carattere più sistematico, ma furono viziati da alcuni pregiudizi ideologici di fondo che portavano a reputare inferiori o marginali tutte le manifestazioni musicali diverse da quelle colte europee. Il superamento di questa concezione è alla base dell'etnomusicologia moderna, che ha tra i suoi più significativi precursori A. J. Ellis, che affermò in modo definitivo l'inesistenza di una scala musicale “naturale” e il conseguente relativismo sul modo di organizzare i suoni, e W. Fewkes, autore di ricerche sugli Indiani d'America. L'invenzione del grammofono e il rapido perfezionamento delle tecniche e degli apparecchi di registrazione hanno recato un contributo decisivo all'etnomusicologia, consentendo già verso la fine del sec. XIX la costituzione di archivi di materiale registrato. Veniva così superato il gravissimo limite delle trascrizioni su cui dovevano fondarsi i primi ricercatori, inevitabilmente condizionati dalla propria specifica cultura e dai limiti della notazione, che non consentiva ovviamente di rendere tutte le sfumature relative ai microintervalli e allo stile di esecuzione di un brano. Le pubblicazioni di C. Stumpf e R. Wallashek sono tra i primi testi importanti dell'etnomusicologia moderna; non molti anni dopo furono fondati i primi archivi di documenti sonori registrati a Vienna (1900) e Berlino (1902). Tra gli studiosi operanti a Vienna va menzionato in primo luogo R. Lach; per la scuola berlinese è stata determinante l'opera di E. von Hornbostel, con cui si formarono tra l'altro R. Lachmann, H. Hickmann, M. Schneider, J. Kunst, M. F. Bukofzer. Il nazismo provocò una dispersione della scuola e molti studiosi (come C. Sachs) dovettero emigrare negli U.S.A. L'etnomusicologia americana è caratterizzata dalla fusione tra la musicologia comparata tedesca e le tendenze antropologiche della scuola etnologica statunitense. Mentre l'esperienza di B. Bartók e Kodály in Ungheria si esplicava con un carattere in un certo senso a sé stante, proponendo nei confronti della musica popolare un atteggiamento tra i più vivi e attuali, altri contributi in Europa sono venuti dall'inglese C. Sharp (alla cui scuola si è formata M. Karpeles). Le tendenze dell'etnomusicologia volgono da un lato a superare la pura e semplice osservazione dei fenomeni per integrarvi un aspetto pratico (lo studioso, impadronendosi delle tecniche e dei linguaggi che analizza, li applica concretamente), dall'altro pongono il problema di un'osservazione dei fenomeni musicali su una base antropologica e sociologica la più vasta possibile, collocando l'analisi dei documenti in un contesto globale, in rapporto ai modi della comunicazione e del comportamento. Lo studio della musica considerato non più soltanto all'interno della cultura, ma come cultura esso stesso, in grado di penetrare nel sistema di valori e di conoscenze di un popolo è il confine verso cui si spinge una nuova tendenza tra il XX e il XXI secolo detta antropologia musicale. Il panorama delle ricerche etnomusicologiche si è progressivamente caratterizzato in senso nazionale, determinando una serie di metodologie di raccolta e di studio dei repertori assai diverse tra loro. In Italia i maggiori contributi di carattere etnomusicologico sono dovuti a R. Leydi e D. Carpitella.

R. Leydi, La musica dei primitivi, Milano, 1961; C. Sachs, The Wellsprings of Music, L'Aja, 1962; P. Nettl, Theory and Method in Ethnomusicology, New York, 1964.