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antropologìa culturale

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Generalità

Disciplina che, nell'ambito delle scienze antropologiche, studia le culture umane in quanto insieme di abitudini e modelli che qualificano l'identità di un gruppo sociale, indagando perciò i fenomeni culturali nel loro manifestarsi presso determinati gruppi o individui. Il termine antropologia culturale viene spesso impiegato come sinonimo di antropologia sociale o etnologia, ma in realtà questi termini individuano discipline differenti (l'etnologia si occupa dello studio di singole popolazioni, l'antropologia sociale studia le istituzioni sociali per il loro significato nel presente).

Cenni storici

Le origini della moderna antropologia culturale vanno individuate nelle ricerche etnologiche di fine Ottocento, quando studiosi quali Edward Burnett Tylor e James Frazer, rielaborando i materiali raccolti da missionari o esploratori nelle varie parti del globo, iniziarono a indagare i modelli comuni alle diverse culture. Fu proprio Tylor, nella sua opera Primitive Culture (1871), a proporre la prima definizione antropologica del termine cultura, fondata sul concetto di acculturazione” utilizzato da J. W. Powell. Secondo Tylor, nella misura in cui la cultura comprende «tutte le capacità e i moduli di comportamento acquisiti dall'uomo in quanto membro di una società», lo studio di queste capacità avrebbe consentito di «risalire alle leggi del pensiero e dell'agire umano». In questo periodo l'antropologia culturale studiò in particolare le comunità semplici (cioè quelle prive di scrittura): le ricerche, condotte in America, Africa e Oceania, si avvalevano di una metodologia di analisi prevalentemente descrittiva. Le metodologie d'indagine, suggerite da Tylor e perfezionate nel tempo, sono ancora oggi seguite da gran parte degli antropologi culturali statunitensi, anche se i presupposti e le finalità sono spesso diversi; esse si basano sullo studio di singole culture e più ancora di singoli aspetti di esse (approccio idiografico) ancora in atto per giungere a una generalizzazione del fenomeno rilevato attraverso la comparazione dei dati acquisiti per un numero sufficiente di soggetti esaminati (approccio nomometrico). Nella prima fase di sviluppo della disciplina, gli antropologi culturali iniziarono anche a riflettere sul fenomeno della "cultura" in quanto tale: nonostante i loro sforzi, però, non riuscirono (almeno fino a tempi più recenti) a pervenire a una teoria generale. Fino agli anni Quaranta del Novecento, l'antropologia culturale statunitense fu influenzata dalla scuola di F. Boas, antropologo ed etnologo, che dimostrò come la cultura sia indipendente da fattori razziali e abbia in sé caratteri tipici per ciascun gruppo etnico e pertanto sia un prodotto autonomo di ogni popolo. Boas intendeva studiare gli aspetti culturali delle varie società da un punto vista diverso rispetto a quello adottato da Tylor e i cosiddetti evoluzionisti: mentre questi si servivano di una scala evolutiva per classificare le culture in maniera gerarchica, Boas ipotizzava che ogni società riveli, in base alla propria storia e al contesto in cui si sviluppa, anche una propria cultura. Il panorama culturale di una data società, secondo questo approccio, va analizzato mediante un'intensa ricerca sul campo, diretta allo studio minuzioso di ogni aspetto della vita sociale che riveli una cultura nella sua specificità. Nello stesso periodo si diffuse negli Stati Uniti un diverso approccio, influenzato dalla psicologia freudiana: R. F. Benedict (Patterns of Culture, 1934) mise al centro della propria indagine i "caratteri nazionali" delle singole culture e la loro influenza sulla personalità dei singoli, mentre A. Kardiner formulò il concetto di personalità di base come insieme delle caratteristiche psicologiche fondamentali che appartengono agli individui di una determinata cultura; altri allievi di Boas, come Edward Sapir, si orientarono invece verso l'etnolinguistica, sostenendo che le lingue, indipendentemente dalle loro strutture grammaticali e lessicali, comunicano la visione del mondo degli individui che le parlano (ipotesi Sapir-Whorf). L'interesse si spostò, intorno agli anni Cinquanta, sulla ricerca e formulazione di “modelli culturali” (R. Redfield, C. Wissler, C. Dubois, V. Barnouw) solo da pochi intesi quale superamento di pregiudizi etnocentrici (“relativismo culturale” di M. Herskovits); vennero elaborate tesi che affermavano una sostanziale equivalenza tra grado di cultura e livello di civiltà fino a postulare l'esistenza di “livelli naturali” ben circoscritti (L. White, A. Kroeber e altri). Da questa impostazione deterministica si scostò la scuola inglese che con A. R. Radcliffe-Brown (Method in Social Anthropology, 1958) pose quali fattori preminenti della ricerca i contenuti sociali della cultura, riallacciando quindi più stretti rapporti con la sociologia e dando vita a quella che si chiamò l'antropologia sociale: secondo questo approccio, all'interno di una cultura venivano preservati soltanto quei caratteri che continuavano a essere funzionali. Collaboratore di Radcliffe-Brown e fautore di questo approccio fu anche B. Malinowski, dalle cui ricerche si sviluppò un ulteriore indirizzo dell'antropologia culturale (esplorato tra gli altri da R. Benedict e C. Kluckhohn), quello dell'antropologia culturale applicata, le cui metodologie offrirono a enti e governi interessati gli elementi utili per orientare e controllare gruppi sociali, etnie, masse di popolazioni. Nel secondo dopoguerra, inoltre, all'antropologia culturale si contrappose l'antropologia strutturale di C. Lévi-Strauss (Le strutture elementari della parentela, Tristi tropici, Antropologia strutturale, Il pensiero selvaggio, Il crudo e il cotto). Clifford Geertz e David Murray Schneider utilizzarono invece l'impostazione teorica tipica dell'ermeneutica negli studi sul valore dei simboli (antropologia interpretativa).

Sviluppo di nuovi orientamenti

Gli indirizzi antropologici della fine del secolo XX e del secolo XXI seguono l'emergere di diversificazioni che, soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Italia, si sono tradotte in nuovi insegnamenti, costituendo l'antropologia storica, urbana, politica, economica, cognitiva, del diritto ecc., oltre ai settori di antropologia applicata alla medicina, alla promozione sociale, all'educazione sessuale e ad altri campi di attività. L'antropologia culturale contemporanea si interessa anche delle molteplici dinamiche di incontro/scontro fra tradizione e innovazione, in dimensione planetaria (globalizzazione); i risvolti dei processi di sostenibilità/insostenibilità delle trasformazioni etniche, economiche e sociali in ambito locale; la partecipazione alla progettazione di nuove ipotesi di sviluppo volte a tutelare la diversità delle varie comunità locali del globo (senza più distinzioni tra primo e “altri” mondi). Rilevanti i recenti percorsi transdisciplinari dell'antropologia culturale affiancata alla psicoanalisi (etno-psichiatria), alla sociologia, all'epistemologia, alle scienze e all'organizzazione. § In Italia, fino alla seconda metà del Novecento, non si è avuta una tradizione vera e propria di antropologia culturale o di antropologia sociale; l'antropologia tout court coincideva con l'antropologia fisica. Coesistevano con l'antropologia fisica l'etnologia, interessata quasi esclusivamente a società extra-europee, e la storia delle tradizioni popolari, concentrata quasi del tutto sul folklore italiano (specialmente meridionale): in quest'ultimo campo si distinsero gli studi di Ernesto De Martino sul mondo contadino meridionale pugliese e sardo e le ricerche di Friedman e Olivetti sulla miseria contadina di Matera. Il primo riconoscimento ufficiale dell'antropologia culturale si ebbe dopo la presentazione degli Appunti per un memorandum sull’Antropologia culturale, presentati al I Congresso Nazionale di scienze sociali del 1958, e nei quali si sosteneva che oggetto dell'antropologia culturale dovesse essere la cultura, intesa come insieme dialettico dei patrimoni psichici esperienziali e individuali costituitisi (attraverso rapporti socialmente integrati tra ciascun individuo e il suo ambiente sociale ed ecologico) nel quadro di una società storicamente determinata. Successivamente l'antropologia culturale si è evoluta scindendosi in vari rami (umana, economica, cognitiva, politica, urbana ecc.) e trovando le proprie applicazioni in diversi campi fra cui l'educazione sessuale, la medicina e la promozione sociale. Oggetto di studio sono diventate le dinamiche di globalizzazione e le trasformazioni etniche,economiche e sociali delle singole aree, oltrepassando le distinzioni tra nord e sud del mondo.

E. B. Tylor, Primitive Culture, Londra, 1871; R. Benedict, Modelli di cultura, Milano, 1960; B. Del Boca, Storia dell'antropologia, Milano, 1961; M. Landmann, De homine, Friburgo e Monaco, 1962; A. Kardiner, L'individuo e la società, Milano, 1965; C. Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Milano, 1966; M. Mauss, Sociologie et anthropologie, Parigi, 1968; V. Lanternari, Antropologia e imperialismo, Torino, 1974; A. Radcliffe-Brown, Metodo nell'antropologia sociale, Roma, 1974; A. L. Kroeber, Antropologia dei modelli culturali, Bologna, 1976; G. Lienhardt, Antropologia sociale, Roma, 1976; M. Godelier, Antropologia e marxismo, Roma, 1977; C. Tullio Altan, Manuale di antropologia culturale, Milano, 1979; A. L. Kroeber, Razza, lingua, cultura, psicologia, preistoria, Milano, 1983; R. L. Beals, H. Hoijer, Introduzione all'antropologia culturale, Bologna, 1987; T. Lewellen, Antropologia politica, Bologna, 1987; M. Mead, Popoli e paesi, Milano, 1988.