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free jazz

locuzione inglese (jazz libero) che indica uno stile di jazz fiorito negli anni Sessanta. Prese nome dall'opera-manifesto Free jazz incisa in un long-playing (1960) dal suo caposcuola, il sax alto Ornette Coleman, e segnò una rottura traumatica con la tranquilla routine del jazz di allora. Coleman propugnava un'improvvisazione liberata dai tradizionali agganci a famose canzoni e ai soliti giri di accordi tonali, al cui posto vi erano strutture più elastiche, spesso modali. Ma l'ascoltatore, privato di punti d'appoggio, percepiva una sorta di improvvisazione caotica. I musicisti incoraggiarono l'equivoco: il free jazz nacque infatti in anni di aspre lotte per i diritti civili degli afroamericani e segnò un'orgogliosa riaffermazione della cultura di radice africana contro quella bianca dominante. gli afroamericani pertanto ammantarono il free jazz di segretezza, custodendone le tecniche come nozioni esoteriche, da non rivelarsi all'uomo bianco. I pionieri del free jazz furono Coleman, il multistrumentista E. Dolphy, il pianista Cecil Taylor e un bianco, il pianista L. Tristano, come isolato e visionario anticipatore. Essi intendevano il free jazz come pura ricerca formale e allargamento del linguaggio del jazz. Le manifestazioni della cosiddetta October Revolution in jazz (1964) rivelarono un movimento più ampio, arricchito dall'inattesa adesione di J. Coltrane da due nuovi maestri del sax tenore: lo spiritualistico A. Ayler e il combattivo Archie Shepp, che gettò il free jazz nel fuoco delle polemiche sul legame arte-politica. Con l'improvvisa morte di Coltrane (1967) la pattuglia del free jazz si disperse in breve tempo su posizioni varie: solo Coleman e Taylor vi rimasero fedeli. Al free jazz vengono impropriamente ascritte anche correnti che ne discendono e sono state attive negli anni Settanta, come l'AACM di Chicago e l'area degli improvvisatori radicali europei (E. Parker, Misha Mengelberg, la Globe Unity Orchestra).

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